Il baratro dell’informazione

Non riusciamo a comprendere quale fortuna sia vivere in questa epoca storica. Ce lo ricordano le burocrazie europee, le massime istituzioni del nostro Paese. La tv e i giornali ce lo ricordano da mane a sera. Ci pensano i tg123 più diramazioni private, che ripetono sempre la stessa menata. Ci pensa La Stampa, il Corriere, La Repubblica, ecc. Ci pensano i conduttori dei talk, i giornalisti mainstream, gli ospiti in studio, mentre sorridono per non piangere, completamente incapaci di mascherare l’inevitabile nervosismo; gli economisti, gli editorialisti, sedicenti veggenti che ipotizzano parole e fatti che poi la semplice realtà smentisce regolarmente. E in mezzo servizi, commenti, vignette, tutti in una sola direzione. Stiamo assistendo a un pensiero unico che si declina anche e soprattutto mediaticamente. Non si sa più che leggere o vedere. C’è gente moderata che dice: seguivo il tg1 ma ora è diventato insopportabile, fazioso, a senso unico, mai che si senta un’opinione diversa. Come la quasi totalità dei giornali del resto. “L’arma segreta che i Mass merda stanno usando contro il governo gialloverde è la iettatura – scrive oggi Veneziani -. È un continuo invocare disgrazie, annunciare tragedie, prevedere catastrofi e fughe dall’Italia”. Forse perché hanno capito che l’unica carta da giocarsi contro l’opinione pubblica vincente è suscitare l’antico disfattismo nazionale. E senza vergogna, ogni giorno perseverano in questo gioco diabolico. Il fossato è ormai enorme: da una parte la gente e dall’altro le élite, l’establishment, il potere più o meo occulto rispetto al governo in carica. Da Mattarella in giù, un Esercito della Salvezza con un consenso che si restringe sempre di più, che spara compatto. Qualcosa non va, e non dirò che la colpa sia tutta da una parte, ci mancherebbe. Così come non dirò che mi sarei aspettato il contrario ma almeno una varietà di posizioni e la capacità di distinguere e analizzare; qualcuno equidistante, qualche altro che comprende le ragioni della gente. No, niente. Accendi la tv e vedi intellettuali ultraottantenni affetti da demenza senile (…questo governo sarà abbattuto… e interverranno le forze armate…), oppure eminenti esponenti del popolo progressista dagli spalti patinati o dai backstage televisivi, ad ammonirci e a redarguirci per il nostro “amore” per un governo che (dicono loro) ci porterà alla rovina. Una generazione di cittadini vede la distruzione della speranza e dei progetti di vita e ormai vive alla giornata al di sotto della soglia di povertà o, per chi se la passa un po’ meglio, compie salti mortali per sbarcare il lunario? Tutte bazzecole, o meglio solo un falsa rappresentazione della realtà e uno stato d’animo di milioni di cittadini bisognosi di una cura psicologica e psichiatrica. Già, perché non si comprende e non si ricorda, che schifo fossero gli anni del secolo scorso quando il lavoro era sicuro; le famiglie potevano pianificare una vita tranquilla e serena, acquistare casa o pagare l’affitto senza patemi; avere una assegno pensionistico che garantiva una vecchiaia dignitosa. Che schifo era poter realizzare i propri sogni e progetti (che persone pretenziose eravamo). Capisco perfettamente perchè quelli del Pd e Forza Italia e ramificazioni varie (e non parlo solo dei dirigenti o dei parlamentari, parlo dei loro elettori e sostenitori) vedano nell’attuale governo il male assoluto. Si erano abituati a ottenere tutto quello che volevano, o in maniera diretta (favori, privilegi, pensioni d’oro, appalti, sovvenzioni) o indiretta (illegalità diffusa, evasione facile, carriere lampo). Resisteranno con i denti e usando qualsiasi scorrettezza perché del bene comune non gliene è mai importato nulla, solo del proprio. Invece ora…

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Matteo Renzi, un vuoto perfetto da riempire

Non sottovalutatelo. Matteo Renzi riesce benissimo a comprendere che già solo leggere il suo cognome la stragrande maggioranza del popolo italiano prova una sensazione di fastidio e disgusto e che l’unico desiderio viscerale è non rivederlo né sentirlo mai più da nessuna parte. E per questo potrebbe accontentarsi di fare il parlamentare semplice, il documentarista o il conferenziere per il suo amico finanziere Serra, invece, dopo aver girato in stile “novello Piero Angela” il documentario sulle bellezze artistiche di Firenze con l’amico Lucio Presta, eccolo di nuovo nei talk-show televisivi (tutta Mediaset è in pieno idillio con il novello senatore di Scandicci), alle Feste de l’Unità, nei convegni, nei telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani. “Pensano di essersi liberati di me, ma si sbagliano”, una minaccia pesante per i suoi amici e per i suoi elettori. E poi: “Non lascio la politica a chi pensa che sia il prolungamento di Facebook”. Il poverino pensa ancora che il problema sia che Salvini lo sa usare meglio di lui. Mentre il dramma sono i politici del suo partito che lo usano fin troppo mostrando a tutti di che pasta son fatti. Ma al di là delle battute – e a parte l’ovvia considerazione di come ognuno di noi possa giudicare un tizio che ha fallito ed è stato bocciato dagli elettori -, provate ad esaminare il suo linguaggio, vi accorgerete che oggi la fonte principale delle sue riflessioni politiche sono solo proverbi o comunque frasi fatte, che ripete con tono erudito, tipo “chi la fa l’aspetti” , e la stampa lo esalta scrivendo: che statista. Poi, non contento dice come se stesse rivelando una verità nascosta: “Abbiamo un governo di ladri” “la legge è uguale per tutti” e tutti lì a incensare il suo coraggio e la sua lucidità. Un giorno dirà “il lupo perde il pelo ma non il vizio” e inebriati dalla sottile allusione, gli osservatori diranno: abbiamo ancora un vero leader. Un lessico attinto non dalle scuole di politologia ma dai boy scout, ramo capo pattuglia, come vogliono del resto i suoi trascorsi. Ma l’ovvietà rassicura, fa sentire anche i cretini persone intelligenti che capiscono la politica, e soprattutto conferma la sua promettente vacuità: ognuno inserisce dentro Matteo Renzi quel che lui crede, pensa o preferisce. Ma non sottovalutate la sua vacuità, è il suo punto di forza e di consenso. Anche perché rispecchia il più generale vuoto della politica, di cui è l’indossatore perfetto. Non sottovalutatelo, oggi ha un’arma micidiale che non viene presa in seria considerazione. O perlomeno non viene dato il giusto peso nelle analisi. È chiaro a tutti che il bulletto di Rignano sull’Arno non ha un progetto politico o addirittura culturale (se non i propri esclusivi interessi), non ha una strategia definita, non ha più gli spazi politici del recente passato, non ha voglia di lavorare, non ha idee, non ha consistenza. Ma proprio quella è la sua arma micidiale: il Rottamato che studiava da rottamatore e poi finì da rottamato, può ancora attirare perché è vuoto. Non è una battuta, è soltanto una valutazione politica che però ha forti implicazioni. Checché se ne dica il bulletto fiorentino può ancora essere un recipiente vuoto che ciascuno riempie come vuole. Matteo Renzi può nuovamente diventare un punto di raccolta indifferenziata. Può raccogliere quel tipo di capitalismo neo-liberale molto smart, contundente e cinico, larga parte del mondo della scuola (e ciò, nonostante la Buona Scuola), della magistratura, della finanza, della cultura e dei centri nevralgici dello Stato che, checché se ne dica, sono ancora saldamente dalla sua parte. Il bulletto, insomma, può diventare per la seconda volta la discarica o il collettore di tutti i malesseri che si annidano in quell’area. Un mondo che da il meglio di sé proprio quando sente squilli di battaglia e annusa l’odore del sangue e che non ci pensa neppure a farsi da parte solo perché è rimasto orfano di un solido, organizzato e agguerrito punto di riferimento. E che, forte di una imborghesita superiorità, farà di tutto per impedire la festa gialloverde.

E basta co ‘sto Pd!

Il Partito democratico non c’è più da un pezzo. E quel che ne rimane resta aggrappato come una cozza all’Istrione di Rignano sull’Arno. Il Pd non esiste più. Quel che resta è saldamente aggrappato alle sue ipocrisie, ai suoi opportunismi, alle disuguaglianze che invece di diminuire continuano ad aumentare. Aggrappato al suo potere oligarchico costituito da professionisti della politica, della cultura, dei poteri mediatici, giudiziari, tecnocratici. Climatizzatore della società, che decide i suoi valori e disvalori. Una setta pedagogica che stabilisce le regole e i canoni del vivere sociale e della competizione politica. Che non giudica mai l’antagonista politico come proprio avversario, ma come nemico dell’umanità, del progresso, dell’intelligenza. L’avversario non è l’altra metà del mondo, con pari dignità e pari diritti: no, è l’ostacolo alla realizzazione del suo paradiso in terra, è un demonio o un intralcio. Bugie pompate ad arte. Proclami su questo è su quello. Il Pd, che i giornali e le televisioni cercano di reggere mediaticamente con sondaggi farlocchi – etichettando il governo come incompetenti, incapaci, steward, populisti, sfascisti, che dovevano squagliarsi, come un ghiacciolo, già al sole di luglio per incompatibilità di vedute, e che non solo tiene, ma sembra funzionare, e anche piuttosto bene, come scrive oggi Massimo Fini -, non esiste più. La decisione del Tribunale del Riesame, che in settimana ha imposto il sequestro dei fondi della Lega fino al raggiungimento dei 49 milioni, ha solo ringalluzzito l’Istrione di Rignano sull’Arno e la sua ciurma. Eppure proprio il Rottamato, in passato, non ha rinunciato a candidare mariuoli e faccendieri e chi era implicato in processi per malaffare in giro per l’Italia. Il Pd non esiste più. Ci sono solo persone che sparlano a vuoto e si incensano negli studi televisivi in argomenti ormai incredibili da tutti. Poi c’è l’Italia, ci sono gli italiani, c’è la vita vera. Viviamo ormai in un Paese sull’orlo di una crisi di nervi. Un Paese che non ne può più del Pd, della vecchia politica, dell’establishment, dei privilegi, della corruzione, del malaffare, degli abusi e dei soprusi, dei ritardi e delle inefficienze di un apparato statale obsoleto. Il Pd non esiste più. Al suo posto c’è una massa di intrattenitori e una Mummia reggente. Tutti senza una storia alle spalle – se non una telecamera o un display – e un gigantesco Ego da palcoscenico. Senza una visione, un’idea se non addirittura un ideale, un passato e un futuro, una comunità e perfino una cultura. Finite le idee restano i gusci mentali. Figure inanimate. E lo dico con un filo rispettoso d’ironia, per la capacità di interpretare muti e inerti il loro ruolo fondato sull’abilità di non esprimere mai nulla o per i loro detrattori di esprimere il Nulla. Figure talmente imbarazzanti nel voler falsificare la realtà a botte di fakenews, che ormai il governo gialloverde volerebbe nei sondaggi anche se si scoprisse che Salvini spaccia davanti alle scuole e Di Maio borseggia le vecchiette. Una selva di caratteristi e collaterali, attori minori, più qualche residuato bellico e aspiranti neocapi, subordinati o insubordinati all’Istrione fiorentino (animatore di mestiere e conduttore egli stesso di uno spettacolo one-man-show che a breve vedremo sugli schermi televisivi o sul web), più ricco contorno di mariuoli e faccendieri. Poveri omuncoli, cresciuti a calci e spinte, lunghe lingue adoranti, cervelli obnubilati dal bisogno di utili e di potere, incapaci di accendersi e funzionare autonomamente. Raggruppati come sardine, nel vano tentativo di fare paura. La politica ridotta a quattro animatori. Al posto dei leader ci sono infatti gli animatori. Con a capo un istrione con una grande capacità d’intrattenere il pubblico con gag, fuffa e giochi di prestigio, che all’esordio da senatore semplice aveva promesso che sarebbe stato in silenzio per due anni. E ora fa marcia indietro e dal palco della Festa dell’Unità di Firenze lo dice chiaro e tondo: “Andrò nelle scuole e in tv. Pensano di essersi liberati di me, ma hanno sbagliato”. Vedremo. Nel frattempo si stanno per configurare i reati di stalking e molestie sui minori.

A Mattè, facce Tarzan!

Non si placano gli sfottò per quei pochi secondi del nuovo documentario su Firenze di Matteo Renzi. Il Web ne fatto un evento cult. Non credo che saranno molti gli italiani che avranno l’ardire o la forza di seguire il documentario. Sarà dura. E non basta uno spezzone di pochi secondi per temerne con raccapriccio la cifra stilistica e il vero motivo fondante: ovvero profittare delle bellezze e dei capolavori culturali del capoluogo toscano per farsi autopromozione e rilanciare la propria immagine appannata dalle sconfitte elettorali. Lo spezzone in anteprima, davanti al Tondo Doni di Michelangelo agli Uffizi (sacrilegamente, in primo piano c’è lui, con l’opera del Buonarroti alle sue spalle nascosta e sfocata. Michelangelo si sta rivoltando nella tomba), fa infatti prevedere il peggio. Poi tutto è possibile e la speranza (per gli ideatori) è l’ultima a morire. Ma ciò non toglie che l’esperienza del neo-divulgatore è momentaneamente imbarazzante. A vedere quanto ha realizzato, si capisce che è molto peggio di quello che in molti temevano. Come si evince in quei pochi secondi, la parodia involontaria del conduttore di Ulisse è la prima immagine che salta agli occhi. Renzi appare del tutto impacciato in quei panni che gli stanno palesemente stretti e, soprattutto, lascia trasparire il goffo e manifesto tentativo (forse non voluto, ma tant’è) di rifarsi proprio ad Alberto Angela, finendo tuttavia per riprodurne un’involontaria versione comica: come se avesse chiesto a Crozza d’insegnargli ad imitarsi. Renzi che imita Crozza che imita Renzi che imita Alberto Angela. Le sue mossette, la posa, la brodosa prosa editata con accorta cura autorale lo rendono finto. Le smorfiette, la cadenza fiorentina, la gestualità marcata, inoltre, non aiutano certo il Rottamato in questa nuova avventura, e se nei talk show politici egli dimostra una favella e una prontezza di spirito invidiabili, nelle vesti di televisivo cicerone (di se stesso in primis) non buca altrettanto il teleschermo, pur occupandolo quasi integralmente con il suo corpaccione a discapito delle opere che dovrebbe illustrare. Ma ognuno ha il suo karma. Di sicuro Renzi non sarà l’erede di Alberto Angela ma potrà risolversi in un succedaneo: diventare il successore di Giacobbo. E mentre altri politici trombati si reinventano la vita lui non potrà che fare il famoso in attesa di un’Isola che svegli nel pubblico il ricordo di ciò che fu. Detto questo, dopo la trasmissione dello spezzone di cui sopra, e viste le premesse e se il buongiorno si vede dal mattino per Renzi sembrerebbe prefigurarsi – come tanti avevano temuto e previsto – un autogol. Forse, venduto a un mercato estero e aiutato dai sottotitoli, il format potrebbe anche avere un suo riscontro positivo. Sempre che gli stranieri riescano ad accettare l’idea di sorbirsi un sedicente documentario su Firenze nel quale la città è di fatto fisicamente occultata dalla stazza del narratore e utilizzata da quest’ultimo all’unico scopo di parlare di sé.

Chi si ricorda lo scandalo Consip?

Ci inchiodano per giorni e giorni a parlare di immigrazione, di ideologie che credevamo sorpassate, di immaginarie “divisioni” governative, di sondaggi più o meno farlocchi, del pareggio di bilancio, di patto di stabilità, di percentuali e di spread, disegnando scenari e confini catastrofici. Ogni giorno i giornali e i tg, impegnati come sono a impaginare i soliti articoli contro Matteo Salvini e Luigi Di Maio, sfornano solo articoli e commenti, carichi di cattivi presagi. Ci rammentano l’assenza del premier Conte dalla scena mediatica (che ci crediate o meno il Presidente del Consiglio resta lui). Che sarà pure un figurante, ma Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, al contrario dei suoi predecessori, fa la sua figura. Finora non ha mai sbagliato un gesto, una frase, una dichiarazione. Non si parla più degli annosi problemi italiani: mancanza di lavoro, precariato, povertà, corruzione, evasione fiscale, conflitti d’interessi. Dei giovani che scappano, di un’Europa unita che non c’è, di un sistema di leggi stratificato negli anni. Stratificato e pensato per gli interessi di pochi e non per gli interessi del Paese. Un Paese disastrato, moralmente e strutturalmente. Crolla un ponte a Genova e la discussione verte per giorni sullo scontro tra statalisti e liberisti. Il crollo viene usato come arma di scontro politico, dimenticandosi dei 43 morti. Tutto il circo è impegnato nell’impresa: dai clown del Pd ai trapezisti dell’ideologia, dai prestigiatori di notizie ai domatori di bufale. Ma nel frattempo passa inosservato un fenomeno quotidiano grave e preoccupante: i grandi scandali, la corruzione e il malaffare. Si sente ogni tanto, a mezza bocca, notizia di episodi di corruzione, disonestà, immoralità; ma sono solo una piccola parte e solo il segnale di quale movimento, quale giro colossale vi sia dietro. Di tutto questo arriva poco o nulla dalla fabbrica delle notizie e dai falsificatori di cui sopra, impegnati come sono a denunciare un solo Male sotto mille vesti, il governo “Frankenstein”. Perché sui giornali e nei tg passano sotto silenzio i piccoli o grandi scandali del renzismo, o si parla solo di qualche episodio ma senza la grancassa mediatica e intellettuale che ne indaga il fenomeno? Sentite mai parlare degli scandali degli ultimi due o tre anni, scandali come quello della Consip, o del recente scandalo Unicef, che vedono presumibilmente coinvolti parenti e Giglio Magico renziano? Macché, solo immigrati, fascismo, sessismo. L’omertà sul malaffare degli ultimi anni e i mali derivati è una forma di complicità mediatica e politica assai grave. È un’informazione drogata. Una sorta di occultamento di cadavere. Ma si sa, dopo un po’ il cadavere puzza. E allora c’è bisogno di aria fresca.

Ma quanto ci manca Matteo Renzi?

È difficile non scrivere di Matteo Renzi. Sparire così di colpo genera anche nei più refrattari gravi crisi di astinenza. Non so come fanno quegli italiani che sino a tre anni fa parlavano di lui come se fosse eterno e ubiquo e ora con la stessa naturalezza fingono di non ricordarsi nemmeno come si chiamava. Siamo un paese ad alta smemoratezza. Si sente molto la sua mancanza, nonostante rispunti ogni giorno nelle vesti di vendicativo sequel, di sfrontato oppositore al governo giallo-verde. Ci mancano le sue battutine, la sua narrazione e le sue camicie bianche rimboccate in segno di operosa fattività. E quelle sue interviste sempre camminando per simulare dinamismo. Quel suo parlare per slogan, pratica come si sa a lui sconosciuta. Ci manca quel suo savoir-faire da spigliato entertainer che cerca di vendere se stesso. È un lutto quasi insopportabile. Tranquilli: lo vedremo a breve in una felice sintesi di Daverio e Angela jr. abbinato ad un prodotto di sicuro appeal, e di grande mercato, come la città culla del rinascimento. Speriamo almeno abbia il buon gusto di non portare il plastico tipo Porta a Porta della sua nuova villa di Firenze. Ci manca quel suo tentativo di rifarsi il look, dopo aver seminato zizzania e rancore, aver dimezzato il suo partito, essere rimasto con un manipolo di seguaci che assomigliano più a tifosi da stadio che a una parte politica. Ci manca quel suo modo aziendalista, confindustriale e classista, che ha sempre preferito omaggiare i potenti di turno, gli start-upper di grido e gli squali della finanza che non, ad esempio, i morti di Genova e le loro famiglie. Per lui la società è regolata da una legge primitiva e inesorabile: i poveri invidiano i grandi (im)prenditori perché vogliono essere come loro, vogliono a loro volta comandare, avere dei sottoposti, arricchirsi a danno di altri. Forse pensa che insultandoli, magari precari e sottopagati che oggi votano in massa Lega e M5S al prossimo giro voteranno lui. O forse, più semplicemente, sta precisando la ragione sociale della sua prossima avventura politica: stare sempre dalla parte giusta, essere forte coi deboli e debole coi forti. Ci manca lo storytelling del neo senatore di Scandicci. La Rottamazione. Il masterplan per il sud. Le slide. I mille asili in mille giorni, i mille giorni per cambiare l’Italia. I pranzi con Bottura, il gelato di Grom.  La banda larga e la banda ultra-larga. La cabina di regia per l’edilizia scolastica e i mercoledì nelle scuole. Le auto blu all’asta su eBay. Il tour in treno. Destinazione Italia. Le magliette gialle per ripulire Roma, Milano, Amatrice. L’abolizione delle provincie. Le casette in legno per i terremotati entro Natale 2016. L’Italicum (che ci avrebbero copiato in tutta Europa). I gufi. I partiti finalmente fuori dalla Rai. De Luca baluardo di legalità. Il Daspo per i corrotti. Le copertine di Vogue. La cybersecurity all’amico Carrai. L’abolizione di Equitalia. L’Italia in cammino. I Professoroni. I rosiconi. L’Italia col segno Più. Il bando Bellezza. I miliardi per le banche. Banca Etruria. La Consip. Il cognato “benefattore”. Il Babbo. Le parole chiave. L’Europa sì ma non così. Il concorso “vinci un pranzo con Matteo Renzi”. Il licenziamento dei furbetti del cartellino. La volta buona. La svolta buona. Il gettone nell’iPhone. Il premier Sindaco d’Italia. La Apple che fa finta di assumere giovani a Napoli. La pubblicità occulta alla Coca Cola. L’inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria. I Rolex dei sauditi. Gli scontrini di 600mila euro in pasti da presidente della Provincia. Le missioni americane. Il Diario di bordo dall’America Latina. L’amicizia con Macron. Le copertine di Chi. L’investitura da Obama. La cena di gala da Obama. La Generazione Telemaco. Le ospitate ad Amici e da Barbara D’Urso. Lo sblocco del Piano casa. Lo Sblocca Italia. Le preferenze al posto dei nominati. Le primarie al posto delle preferenze. La campagna elettorale casa per casa. Il Modello Scampia. Gli odiatori di Internet. Il Green Act. Il Jobs Act. I numeri, non le chiacchiere. Le lezioni alla Stanford di Firenze. Il Preside manager de “La Buona scuola”. Ma soprattutto ci manca il “se perdo il referendum cambio mestiere”… Oggi il senatore stracotto, dopo aver banchettato essendosi procurato il potere per farlo (senza tenere a freno la sua ingordigia), per arrotondare si offre a nolo come conferenziere, divulgatore culturale e magari, chissà, un domani anche come intrattenitore ai matrimoni.

L’ortodossia del pensiero unico

Per quanto tempo il Paese sarà disposto a nutrirsi di questa perenne propaganda farlocca, di questa panna montata senza stufarsene, senza pretendere qualcosa di più vero e nutriente, la risoluzione dei suoi problemi invece della loro moltiplicazione all’infinito? Da mesi, sui giornali, sulle reti Rai, Mediaset, Sky, La7, va in onda il telegiornale monografico a reti unificate che invade le case degli italiani. Ogni giorno una nuova indignazione cancella la precedente, accompagnata da una martellante campagna a senso unico, su tutte le ruote. Ogni atto, ogni dichiarazione della compagine governativa che presenti una sia pur minima difformità da quella identificata come “ortodossia del pensiero unico”, viene allungata, mistificata ed utilizzata dalla grande stampa e dai media come pretesto per dimostrare presunti, continui, gravi contrasti. Impressionante è il mondo dei tg e dei talk-show, dedicati h24 a colpire la compagine di governo. Gli attacchi sono palesi, diretti e indiretti, occulti, istituzionali, subliminali. E occupano ogni trasmissione, ogni telegiornale, almeno tre volte al dì prima dei pasti. Anche le tiepide voci iconoclaste sono sempre messe in chiara posizione di minoranza, e invitate a comportarsi con i dovuti riguardi. Nei tg e nei talk (politici o d’intrattenimento) viene fatto sfilare soltanto il moribondo Nazareno in missione umanitaria, star e starlette, furbetti e furboni dell’età renziana e post renziana a costo zero, sindacalisti in attesa di ricollocazione politica, l’artiglieria pesante degli eurocrati, varie associazioni, l’Anpi, l’Anci, le femministe, le Ong, i vegani, le Anime Belle, i Saviani, fior di canaglie, mafiosi, cocainomani e tutta la sovrabbondanza di ospiti fintamente super partes e grossolanamente partigiani. L’umore stantio che ne fuoriesce è quello della conventicola di affiliati. Ogni giorno montagne di bufale vengono rovesciate nella discarica dell’opinione pubblica. Un volgare accozzo di fregnacce. Le accuse di demagogia e populismo alla compagine governativa diventano in certi casi grottesche e autobiografiche. Miracolati, giornalisti, conduttori televisivi, sguatteri del conformismo più squallido, rispecchiano un pluralismo di ghigne che si danna quotidianamente per riaffermare il monismo di fondo del pensiero unico. Sarebbe sufficiente osservare le smorfie, guardare le trasmissioni a volume spento, per immaginare il tenore delle loro idee. Si riconoscono epidermicamente e intimamente della stessa natura, per cui si cercano, si difendono l’un l’altro e tutti insieme corrono a nascondersi dietro la sottana del Potere. Per il quale, in genere, combattono le guerre, difendendone gli interessi con spirito mercenario, senza eroismo alcuno, sul sempre più sterminato campo di battaglia dell’opinione. Arnesi di quel Potere, neppure più tanto occulto e soverchiante, che ha ritenuto necessario in queste ore mettere in scena una declamatoria mimesi di carità laicista servendosi di suggestioni umanitarie, al fine di proseguire il saccheggio senza venir disturbato da un’eventuale presa di coscienza dei più, che sempre di più sono. Per quanto tempo ancora il Paese sarà disposto a cibarsi di questa “mala informazione” che trasforma in bianchi anche i gatti neri? In un paese normale il mondo dei media, gli organi di informazione non dovrebbero essere imparziali? E non eterodiretti per difendere altrui interessi? Eppure l’informazione dovrebbe ormai aver capito che il trucchetto, ripetuto innumerevoli volte già prima del 4 marzo, non solo non funziona più, ma è addirittura controproducente, azzerando qualunque piccolo rimasuglio di credibilità potesse essere rimasto attaccato al loro lavoro. Non sarebbe ora di metterci mano?

Un Paese terribilmente malato

Uscire di casa ormai è una avventura. Cadono ponti e cavalcavia sbriciolandosi come fette biscottate. Un incubo. Il terrore della normalità. Ci stiamo abituando alla normalità, a tutta questa fragilità, al timore che l’inatteso, l’imprevedibile ti si presenta davanti e tu non puoi fare nulla, se non giocare a dadi con la sorte. Come se l’orizzonte in cui viviamo non fosse già saturo di paure, disillusioni, rabbia e frustrazioni. Passi su un ponte che sta lì da una vita e non sai, perché non è che te lo dicono chiaro e diretto, che è un ponte a rischio e che da tempo sta cedendo. Come se fosse una cosa che può tranquillamente accadere, come una malattia, come un terremoto, come un’alluvione che ammazza e passa oltre. Il nostro è un Paese che crolla, è la mancanza di responsabilità che crolla, è la giustizia che crolla. Resta solo un senso di vuoto irreversibile. Cittadini italiani “per bene” che si sporcano le mani di sangue pur di arricchirsi. Gente che pensa che la cosa pubblica non sia un suo “problema”. Perché i  profitti di qualcuno debbono essere prioritari rispetto alla nostra sicurezza. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Nessuno paga. Nessuno pagherà per quel che è successo a Genova e per quel che accade, o è già accaduto o ancora accadrà nel resto d’Italia. Ma cosa è successo per arrivare a questo punto? L’Italia sta crollando ma gli italiani dove sono? Oggi nessuno fa quello che è nelle proprie responsabilità. Nessuno alza più la voce perché se dovesse esserci un conto da pagare un buon numero di governanti e un altrettanto cospicuo numero di cittadini italiani “per bene” dovrebbero essere messi in fila per dare conto delle proprie responsabilità. Nessuno paga semplicemente perché in molti dovremmo pagare. Ormai siamo abituati a tutta questa fragilità. Lasciano che questo Paese vada in rovina, e non abbiamo tempo e modo e voglia di fermare il degrado. Il nostro amore per la conservazione e la manutenzione, per il rispetto del bello, per la tutela del paesaggio è pari a quella di chi, governando, ipotizza sempre nuove opere lasciando le vecchie incomplete. Si costruiscono nuove case e strade e ponti risparmiando sul ferro del cemento “armato”, perché il ferro costa. Siamo arrivati al punto in cui non servono neppure più i terremoti, crolla tutto da solo. Qualcuno dirà che, magari sbagliando, ci dobbiamo fidare. Di chi? Di cosa? Della quotidianità. Se non ti puoi più fidare della terra su cui cammini non ti resta nulla. È questo in fondo il punto. Ti puoi fidare? Ti puoi fidare di una classe politica demenziale che, anche con gli ultimi rantoli, sbava rabbia, invece di conciliarsi con il prossimo? Ti puoi fidare di un’informazione che restituisce solo uno squarcio di verità? Troppo poco, forse, in tempi di turbo comunicazione, sufficiente però a svelare come sotto la propaganda a volte non c’è nulla oppure il contrario di quello che si dice. Puoi dare per scontato che i ponti, qualsiasi ponte, non cada giù e lo stesso vale per le strade, per i binari, per le gallerie, per le metropolitane, per i palazzi? Oppure devi sapere che quando passi sulle costruzioni umane in realtà stai giocando con la sorte che ti toglie il velo della fiducia? Ti diranno: ti devi fidare degli ingegneri, di chi costruisce i ponti, di chi li controlla, fa la manutenzione. Dell’idea che se passi su un ponte questo non crolla. Ti devi fidare dei doveri, ti devi fidare della coscienza di chi fa le cose… Altrimenti davvero non esci più di casa.

Vi siete dimenticati chi c’era prima?

La moda dell’estate nelle redazioni dei giornali, nei talk-show televisivi, sui social è trasformare ogni parola di un qualunque esponente di M5S e Lega nella prova provata della loro incompetenza, della guerra sotterranea tra le due forze. Non c’è argomento – dai vaccini alle grandi infrastrutture, dalla prossima manovra finanziaria sino alla revoca della concessione alle Autostrade dei Benetton – che non alimenti il fuoco di sbarramento contro l’attuale governo, al quale tra l’altro viene imputato ormai di tutto; dal revanscismo neofascista ai reumatismi per il maltempo. Oggettivamente, come qualsiasi nuovo esecutivo, le perplessità non mancano e alcune improvvide uscite di qualche esponente poteva essere risparmiata, però la foga con la quale le grandi firme della stampa nazionale si vanno avventando contro il governo fa pensare. Certo, potrebbero fallire anche loro come i predecessori. Vero: nessuno nasce perfetto, e anche con tutta la buona volontà di cambiamento gli ostacoli da superare potrebbero rivelarsi invalicabili. Ma in questi 20 e più anni ricordo che solo nei confronti di Berlusconi  e solo da una parte del sistema dei media c’è stato totale scetticismo fin dalla vigilia della formazione di un nuovo esecutivo. Non un dubbio sulle capacità taumaturgiche di chi c’era prima. Mai un fronte scettico a 360 gradi come per il premier Conte Salvini e Di Maio, mai un esercito mondiale di Cassandre come in questo caso. Ma vi siete dimenticati i campioni al governo in questi ultimi sette anni? Del Paese che hanno lasciato in eredità? Fermiamoci un attimo e recuperiamo la memoria e ditemi se vorreste mai tornare ad essere governati dagli stessi che hanno disintegrato il Paese. Perché chi è stato al governo ininterrottamente in questi sette anni, può nascondersi come vuole e può negare fino alla morte, ma non potrà mai dire di aver fatto qualcosa per migliorare il Paese. Vi siete già dimenticati le ricette miracolose di Monti, Letta, di Matteo Renzi e della esperta di banche Maria Elena Boschi? Della sindacalista Fedeli, priva di titolo di studio superiore quindi Ministra dell’Istruzione, ovvero l’allegoria umana dell’inadeguatezza e dell’ipocrisia di una oligarchia di immeritevoli che peraltro ci ha ammorbato con la insopportabile retorica del merito? O del perito agrario Poletti, quello secondo il quale è meglio che i precari emigrino per non averli tra i piedi; quello dell’alternanza scuola-lavoro: studenti allontanati dallo studio vero e mandati, ovviamente senza paga, a passare prodotti alle casse di Eataly e servire nei fast-food. Cioè a fare quel che faranno da grandi e da laureati se avessimo continuato ad avere governanti del calibro di questi qui. Vi siete già dimenticati di tutti i ridicoli (se il loro agire non fosse stato tragico) fantocci del potere in Parlamento, che hanno tenuto il Paese in scacco per anni, con tutte le loro alchimie di “governi tecnici”, “larghe intese”, “governi di responsabilità” e avventuristiche “riforme” (più un tentato scasso della Costituzione), e che oggi non sentono nessun imbarazzo a ripresentarsi in tv, ancorché la maggioranza degli italiani li abbia da tempo sgamati e si aggirano fischiettando sul luogo del disastro di Genova, come i piromani dei film, atteggiandosi a paladini dei sofferenti? Loro che hanno contribuito a ridurre in povertà assoluta 5 milioni e passa di persone e a rendere precari 3 milioni e mezzo di lavoratori (dati Istat). Potrei andare avanti per giorni con gli esempi, con fatti che hanno reso tragico, ridicolo, crudele e intollerabile, uno Stato che avrebbe dovuto, secondo la nostra Costituzione, tutelare i cittadini (i tanti per bene) e rendere la loro vita accettabile. Quindi perdonatemi se reputo ridicoli i tentativi, peraltro maldestri, di ostacolare questo governo. Chissà, può anche combinare qualcosa di buono, questa volta…

E nun ce vonno sta’

Succedono tante cose in questo strano Paese. Forse sarà il caldo che rende tutti un po’ nervosi, ma siamo tutti concentrati, con rabbia, angoscia, curiosità e tifo. E il punto non è la paura del ritorno al fascismo (una colossale sciocchezza) e al razzismo e altri concetti propri del caldo e dell’assenza di un pensiero. Non sono neanche le magliette rosse (oramai i colori iniziano a scarseggiare…), hanno già annoiato. Non sono i digiunatori. Il borghese da centro storico, il “radical chic con il Rolex e l’attico a New York”. La duecentesima “reunion” del Pd all’Ergife. L’ennesimo scoop sulla Raggi: “Chi di buca ferisce di buca perisce: Virginia Raggi inciampa e rischia di cadere”. La fine dell’era degli Emilio Fede e delle meteorine, perché comincia finalmente la stagione della tivù di qualità e perciò, colpo di scena: in tivù Matteo Renzi. No. Il problema dei problemi d’Italia, è ‘sto fatto che un mondo sia ormai fuori dai giochi. Un mondo che per non dissolversi del tutto confida nella zizzania e così separare i gialli dai verdi. Diventati, negli ultimi mesi, il parafulmine e i responsabili principali di ogni disumanità internazionale. Un mondo che rifiuta l’oscurità, l’irrilevanza. Un mondo, un’egemonia culturale che, col suo potente esercito mediatico, accademico, scolastico, politico e giudiziario, nel corso degli anni è riuscito a dissolvere ciò su cui si basava la nostra civiltà. Ogni spazio pubblico è invaso da loro, dal cinema ai tg, dai giornali ai libri, dai programmi tv alle delibere comunali, dalle scuole di ogni ordine e grado, sono in vistosa maggioranza, anche se nei numeri assoluti sono un’esigua minoranza. Un mondo che si preoccupa di chi soffre, purché sia lontano e non sotto i suoi occhi. Che si preoccupa di lobby, di élite, di banche, di minoritarie categorie “protette”, contrapponendo in modo odioso neri/bianchi, immigrati/“nativi”, donne/uomini, trasgressivi/“normali”. Accendi la tv e ti somministrano dieci volte al dì il dramma dei migranti. Ma per loro i migranti sono solo numeri. Sono posti letto. Sono bocche da sfamare. Sono voci di bilancio. Sono costi e ricavi, profitti, complicate scatole di cooperative sociali, e affari. Sono soldi. Sono posti di lavoro, bandi, appalti, opportunità. Sono, a loro modo, una piccola industria, e in Italia ci campano in tanti. Un mondo che si aggira come naufraghi nei salotti televisivi, sulle pagine dei giornali senza capacitarsi che oggi, a cinque mesi dalla elezioni, trova inspiegabile che la gente licenzi proprio loro che sono “il meglio”, i civili, gli illuminati e scelgano invece i cattivi, gli incompetenti. Un mondo “sotto choc”, sbigottito per il crollo di un “dominio” durato 70 anni. Un mondo che oggi si chiede: com’è possibile che abbiano vinto i barbari? Perché il popolo ha scelto gli “incivili”, preferendoli a noi che siamo – per definizione – “la civiltà” e la luce del mondo? Un mondo che sulle terrazze romane con vista “Cupolone” inorridisce nel vedere i nuovi barbari e i “pulitori di cessi” (da educare o da tenere alle porte) conquistare il potere e – sempre più – il consenso degli italiani. Un mondo che riesce a malapena a nascondere il suo sprezzante malumore verso il popolo. Non a caso qualcuno di questi illuminati dopo il 4 marzo arrivò a mettere in discussione il suffragio universale. Un mondo incapace persino di riconoscere i propri errori. Un mondo che, come ben sintetizza Veneziani, è destinato a “parlare agli uccelli, perché la gente non li vuole più sentire”. E non avendo più il popolo e avendo verificato l’inutilità del monopolio dei media, sperano in qualche rovesciamento di potere… Per farsi assegnare la vittoria a tavolino dopo aver perso sul campo.