Si muore anche di contraddizioni

Fatalità, errore, incoscienza. Contraddizioni. Casualità. Il corso degli avvenimenti. La strana sensazione di vivere nella trama di un film. Noi dentro un film da incubo. Noi nel bel mezzo della Tempesta Perfetta. La tempesta perfetta raccontata in un film del 2000 con George Clooney, tratto da una storia vera. Non un film memorabile, ma una storia vera sì. Il pipistrello, la foresta cinese, la Germania, Codogno, il paziente uno… la Tempesta Perfetta, appunto. Incroci, Concause. Tutto è avvolto nel Mistero. Al netto di incroci meteorologici o meno, oltre a una serie di informazioni – anche troppe -, un mucchio di sensazionali rivelazioni e una valanga di interpretazioni contrastanti, alla fine cosa sappiamo dell’esserino che ha originato Covid-19? Non molto. Nulla più di quanto sapessimo all’inizio. Sono i primi giorni di primavera, per tanti la peggiore primavera della propria vita. Siamo costretti agli arresti domiciliari. Niente gita fuoriporta. Niente infrazioni ai divieti. Niente inviti ai cittadini ad andare al ristorante cinese, o semplicemente al ristorante. Nessuno che si è steso al sole primaverile in un prato. Nessuno più sostiene che è solo poco più di un’influenza. Pochi quelli che passeggiano. Qualcuno ancora corre e dice: io corro da solo, non sfioro nessuno, quindi che male faccio? È vero. Ma quale messaggio lancia? Perché allora io, che dovrei fare la mia passeggiata ogni giorno, senza sfiorare nessuno, non posso farlo? E perché io non posso stendermi solo e soletto sulla spiaggia? Colpisce la dissonanza tra sé e gli altri. Nell’epoca del Covid-19, dunque, non possiamo non dirci contradditori. Muoiono solo i vecchi, invece no: anche i giovani. Il virus se lo prendono solo quelli con malattie pregresse, ma a seguire ce l’hanno anche i sani. È poco meno che un’influenza, poi un’epidemia, quindi una pandemia. Tutto andrà bene ma intanto le persone se ne vanno all’altro mondo come le mosche. Coll’affacciarsi dell’esserino orientale siamo passati dall’abbraccia un cinese all’abrogazione della stretta di mano. La stessa cronaca è un groviglio di numeri inconciliabili e assalti ai forni. I Promessi sposi di Manzoni oggi sono più che mai l’autobiografia d’Italia. Ci si ritrova nelle sue pagine e non solo per la peste piuttosto con l’Azzeccagarbugli che si materializza per interposta autocertificazione. Come in ogni crisi, la gente dà il meglio e il peggio di sé. Supermercati che raddoppiano i prezzi dei generi alimentari e gli eroi degli ospedali, i solidali e gli accaparratori di mascherine, quelli che capiscono che si vince o si perde insieme, e i menefreghisti. Una linea netta tra buoni e cattivi, sospetto e buonismo, a volte solo esibito. Tra chi si unisce al gregge che corre, a distanza di sicurezza. O chi si unisce al gregge che sta a casa. Non c’è scampo. Non è possibile fare previsioni di durata e di estensione. C’è chi parla di giorni e chi di mesi per il coprifuoco. Il picco, anche agli occhi di scienziati, epidemiologi e virologi si sposta come un cursore impazzito, ogni giorno e a ogni notizia, e così le aspettative di contagio. Solo chi è in prima linea, negli ospedali più assaltati, non fa previsioni, ci racconta solo l’inferno dal vivo e a volte dal morto. La realtà è che, dopo quasi un mese di arresti domiciliari, ancora brancoliamo nel Mistero. Attraverso i social ci mandiamo video, vignette e battute per giocare col Mostro, per esorcizzarlo. Qualcuno si rivolge ai santi e alle madonne, per proteggersi dal male. Tutto andrà bene. Ripete ossessivamente in tv il volto dell’esperto dei numeri, di quello-che-ha-capito-tutto, di quello capace di sparare profezie (o chiamatele in altro modo) all’impazzata, quello che sa ciò che tutti gli altri ignorano. Ma sì, facciamo tutto quel che serve a farci stare meglio e ci faccia passare la lunga nuttata. Non so come ne usciremo: se migliori o peggiori, o sempre uguali. Però dobbiamo capire tutti come ripartire. Ma soprattutto come rifondare. Perché più sì va avanti in questo stato di reclusione collettiva e più sono convinto che questa tragedia può diventare un’occasione di ripartenza e di rinascita. Nuove regole, meno burocrazia, più investimenti: a partire dal sistema sanitario. Così potremo farcela tutti noi. Riprendiamoci la nostra meravigliosa vita. Le colpe sono colpe, e tali resteranno. Dobbiamo sopravvivere e reinventarci, altro che corsette. Darci altri traguardi. A patto che la nostra classe politica, abituata a sfoderare campagne elettorali come emergenze, non affronti la post-pandemia come fosse una campagna elettorale. Poi, certo, ci sono le capre, e i capri espiatori…

Elogio del silenzio

Cosa ci ha portato l’esserino svegliato dal sonno della foresta cinese? La realtà. La realtà si è presa la rivincita, con un’onda d’urto inattesa, improvvisa e più straordinaria di qualsiasi finzione. La realtà dei lutti, dolori, sofferenze, delusioni, disillusioni. Il virus è come l’anello di Sauron, ti fa distinguere il reale dal virtuale. È l’anello magico della consapevolezza. Tutti, qualcuno di più, altri di meno, siamo caduti a terra. In tanti se ne sono andati. Soprattutto quelli più svelti a morire, appartenendo anagraficamente alla categoria dei vecchi. Tanti, troppi quelli che il virus ha portato via. Tanti, troppi quelli dal volto stanco. È scomparso il sorriso, e che motivo ci sarebbe stando sempre chiusi in casa, si galleggia stanchi in un vuoto senza tempo, nella speranza di crearsi una motivazione autocertificata per poter prendere un’ora d’aria. Il tempo passa e tutto consuma. Ci si abitua a tutto, o quasi. Si perde il conto dei giorni. Le notizie che la stampa e la televisione ci rovesciano addosso, tutte eguali, rattristano gli animi ed allarmano le coscienze innanzi al morbo virale che, come un castigo biblico, ci sovrasta e ci dichiara inermi. Ma, di pari passo, l’animo umano si ribella all’acquiescenza e si rinvigorisce, trincerandosi intorno a valori religiosi e trascendenti ed a quelli della solidarietà. Bella l’iniziativa dei napoletani che aggiungono alla tradizione del “caffè sospeso”, ovvero quello di lasciare pagata una tazzina al bar per l’ignoto avventore di turno che non può permettersela, quella della “spesa sospesa” in favore degli indigenti. Quanto durerà? A lungo, almeno fino al vaccino. Ci sarà il rischio di ricadute? Come sarà il dopo? Nessuno sa quanto ancora durerà questo periodo, al momento non se ne vede un orizzonte temporale, ma sono certo che fra molti anni racconteremo alle future generazioni questi giorni come i nostri nonni raccontavano la guerra tenendoci sulle ginocchia. Teniamo duro, ci dicono gli esperti. Certo che teniamo duro, facendoci forza l’un l’altro, non occorre il contatto per percepire un abbraccio o una pacca sulla spalla, a volte le parole riescono a sopperire al calore del tatto, ed un sorriso virtuale può scaldare il cuore nonostante l’atmosfera surreale, l’isolamento e il silenzio. Già, il silenzio. Uno sterminato silenzio. Un silenzio che però ci fa comprendere la pochezza che ci gira intorno: un grande circo, una giostra immaginaria, con un canovaccio recitato a soggetto, gli applausi di parte e le lacrime finte. Maschere sul proscenio, chi defilato, chi emarginato e tagliato fuori a covare invidia o rancore. Un mondo che tutti ci auguriamo si stia allontanando, che forse non tornerà più ad esserci, che non piaceva a nessuno, del quale tutti si lamentavano, eppure temo che di quel mondo ci sarà ancora qualcuno che proverà una crescente nostalgia. E allora mi chiedo perché in questo tempo sospeso, fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, non approfittare di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per osservare in silenzio. Quello stesso silenzio che sarebbe opportuno oggi per i tanti che, con tanta solerzia, con tanta supponenza, destituiti di ogni competenza specifica continuano a sproloquiare saltando da un talk all’altro privi di ogni pudore, di ogni senso del limite. Sterile cicaleccio da salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti. Silenzio da contrapporre agli appelli di chi in queste ore drammatiche addirittura invoca un governo di Salute Pubblica. Espressione assai pertinente, forse, sul piano lessicale ma altrettanto inquietante sul piano storico. Perché il primo e più famoso governo di Salute Pubblica fu varato dai giacobini di Robespierre nell’aprile del 1793 e fu Terrore dopo la Rivoluzione di quattro anni prima. Silenzio essenziale per uscire dall’emergenza sanitaria, per il dopo-virus. Silenzio, davanti alle schermaglie del teatrino della politica, alle accuse reciproche da parte di figuranti, piazzisti o one-man-show televisivi sulla validità degli accorgimenti adottati per fronteggiare l’epidemia. Cedere il passo al cospetto di quella solidarietà nazionale che in altre epoche ha consentito al Belpaese di sconfiggere crisi economiche, eversione, terrorismo. Noi adesso temiamo il presente, ma non dobbiamo chiudere gli occhi davanti al futuro. È dal passato che dobbiamo scappare.

Dopo

In questi giorni continuo a leggere articoli che, dopo una lunga analisi della situazione, buttano li più o meno la stessa frase: adesso non è il caso, ma dopo, si dopo, quando tutto questo finisce, faremo i conti. Allora me lo immagino già il dopo, gente che si insulta e che si scanna, pronta a sfogare settimane, mesi di quarantena. Sarà una grande rissa, alimentata dai parolai del panorama politico italiano. E dietro tutti a infervorarsi. Solo dopo torneremo ad abbracciarci, a tornare là fuori, dopo riavremo le nostre vite sequestrate, dopo torneremo al sapore di una pizza in pizzeria, al gusto del caffè del bar, delle chiacchiere a distanza ravvicinata, del contatto fisico, delle strade piene. Dopo, dopo, dopo. Nel frattempo questa piaga biblica ci ha disegnato, con precisione quasi millimetrica, storture, furbizie, ingiustizie strutturali, diseguaglianze sociali accettate prima di questi giorni sconsolati come naturali e immutabili. Si oscilla tra un senso di comunità in pericolo (ora che la comunità è chiusa in casa) e la voglia di ghigliottina, di segnarsi i nomi, i comportamenti, le dichiarazioni, a futura memoria. Per dopo. Quando, scappati i buoi, si guarderà con desolazione alle porte della stalla. E lo faranno forse anche quei giornali, quei media, quelle forze politiche che prima non facevano un fiato, che a ogni sforbiciata sulla sanità esultavano per la coerenza di bilancio. Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i mercati, e giù ticket, personale, prestazioni, e limiti agli esami, e meno posti letto, e meno terapie intensive, e meno ospedali locali, e numeri chiusi a medicina, che qui vogliono fare tutti il dottore, signora mia. L’esserino venuto dalla Cina ha amplificato tutto ciò, definito i contorni, reso tutto più visibile, cristallino. Ha messo in fila, le inadeguatezze, le furbizie, i calcoli cinici della classe politica e dirigente, da riempirci un volume. Non è il tempo delle polemiche usano dire quei governatori alla De Luca a cui le polemiche fanno paura perché con le polemiche arrivano le domande. O quelli che in Lombardia vogliono dare l’impressione di essere quelli sul pezzo, quelli che rischiano in trincea, quelli che si sporcano la mani, mentre gli altri son lì a disinfettarsele con l’Amuchina. Non servono nuovi improbabili eroi, sindaci che recintano con le balle di fieno le proprie comunità – peccato che le cliniche siano già al collasso -, che fanno a gara a chi sbarella di brutto in maniera più eclatante e melodrammatica, credendo che i momenti più bui si curino cercando i riflettori, poiché la visibilità è tutto nell’epoca degli influencer. La soluzione di “chi la spara più grossa” non è una soluzione. Diventa un altro problema. Esiste la Repubblica italiana, non l’Italia delle Regioni, neanche quella dei sindaci, di capi e capetti, duci e ducetti, con annessi sotto-capetti e camerieri. Dopo, dopo, dopo. Nel frattempo quanti di noi in questi giorni come succede ai lattanti hanno scambiato il giorno con la notte. Sognato a occhi aperti, vissuto a occhi chiusi. Con la paura del contagio. Paura per i figli, di perdere il tenore di vita, paura del futuro ma anche del passato. Cercando rifugio nei carrelli della spesa. A patto che la fila ai supermercati non sia troppo lunga. Temuto e temono tuttora che il dopo potrebbe finire oggi, con un colpo di tosse, un momento di fiato che ti viene a mancare. Non sapendo come difendersi da un virus che ti entra in casa attraverso la cosa più bella, un bacio, una stretta di mano, un abbraccio. Un dopo che sarà diverso per molti di noi. Non esiste solo l’emergenza sanitaria. Da questa emergenza sanitaria ne usciremo attraverso una delle crisi economiche più gravi degli ultimi decenni. Va bene la conta dei morti. È tutto giusto. Ma bisogna fare anche la conta dei vivi, persone, famiglie, aziende, giovani che dovranno capire come sopravvivere. Non è una esagerazione. Sarà così. È già così. Qui siamo di fronte al baratro. Servono ali per volare. Non stampelle per zoppicare.

Aprite i bar o moriremo tutti!

Oggi non è un lunedì qualunque, quelli del solito tran tran che inizia, perché non c’è nessun lavoro lento o monotono che sia. So, invece, che bisogna anche ridere, e io in questo lunedì strampalato rido guardando i video, le vignette satiriche che invadono il web (l’ultimo è uno che si costruisce una specie di enorme tutù di cartone per tenere le persone a un metro di distanza), le immagini di un cagnolino incazzato che dice al padrone di averla già fatta, e non vuole uscire di nuovo, una scritta che implora: “Aprite i bar o moriremo tutti!”. So che bisogna sorridere. Eh, lo so. E che da qualche giorno non ci sono abituato. Soprattutto adesso che siamo nel mezzo di qualcosa che assomiglia a una guerra. Che va peggiorando giorno dopo giorno, e non sappiamo quando vedremo la luce. Un nemico sottile, invisibile. Che non ti fa muovere. Devi stare in casa. A me basterebbe uscire qualche ora, salire in macchina che non contagio nessuno e non mi fermo mai. Fino a un posto che conosco, e sto lì bello solo soletto tutto il giorno. Ognuno ha i suoi sogni. E pensa alle cose che sogna, quando non le può fare. Cosa mi manca, adesso? Non cose grandi. Cose qualunque. Qualcosa di semplice e normale, come il caffè al bar, un caffè qualsiasi al mattino, anche un caffè al ginseng. Una pizza al ristorante, una birra, una passeggiata, un aperitivo da “Geppino”, un silenzio, una chiacchierata, ho solo il divano noioso in un lunedì disuguale. Bisogna che te le neghino per scoprire l’importanza delle cose semplici. Tutto è improvvisamente prezioso e straordinario. Ma dopo un po’ ti ci abitui, e torni a essere quello di sempre, che dava certe cose per scontate, che trovava altre cose noiose, e nulla di eccitante in una serata davanti la tv. Ti viene da fumare e poi ci ripensi, perché è davvero stupido portare le mani alla bocca per una sigaretta. È tempo di smettere. La vita appesa a un balcone. Sul balcone si canta e si balla. Il balcone supplisce la noia. Mi manca sentire il traffico, mi manca il rumore. Restiamo chiusi in casa: con le mostre paure o ossessioni. Nervosismo o diffidenza. Pop corn, poche sigarette, e cultura. Non bisogna uscire per frenare il contagio, per proteggere le persone a cui vogliamo bene. Tutti si sono convinti. Avevano solo bisogno di vederci un senso e lo hanno trovato. La comunità dove vivo si è rinserrata da sola, quando ha sentito la voce strozzata dei medici in tv, quando qualcuno di loro ha detto che qui si gioca a dadi con la morte. Lo ha fatto barricandosi in casa, senza agitarsi, con dignità. Nessun sospiro, nessun lamento, niente abbracci. Niente di niente. Perché questo è un gioco a nascondino, infido, senza tracce. La comunità è rarefatta. Oltre c’è il deserto. Non ci si muove o ci si muove a distanza, grazie ai social. Per le strade non c’è nessuno. Chi sta aperto come la farmacia e il supermercato, sembra quasi sentirsi in colpa. Vedi passeggiare gente in compagnia del cane di qualche parente. L’impressione è che lo facciano per rassicurarsi. I cani non hanno paura del virus. Non lo so quando sarà, non so che nome inventeranno – rinascita, liberazione, guarigione, fine dell’incubo, uscita dal tunnel, decoronizzazione, non importa – ma voglio farli durare a lungo, quei sogni delle piccole cose. L’importante è perdere le illusioni: la scienza dice che il picco deve ancora arrivare. Ma ne usciremo. E anche i bar riapriranno. Però niente torna come prima, dopo.

Esci da questo corpo!

Il virus ha un’intelligenza artificiale. Quest’esserino ha la furbizia di Odisseo. Detesta i provvedimenti dal sapore apocalittico. L’isolazionismo di massa, gli impedimenti nella mobilità, i volti trasfigurati da mascherine distopiche. Detesta i pigri, i troppo stanchi, quelli sdraiati sul divano in tuta da ginnastica macchiata di nutella, quelli che si perdono tra le pagine di un romanzo e quelli insofferenti alla stressante grancassa social-televisiva. Quest’esserino fuggito dalla foresta dell’Hubei odia i solitari, gli asociali, quelli che hanno paura del mondo e i pantofolai. Ucciderebbe all’istante chi non esce mai di casa e tiene gli ospiti lontano dalla porta. Chi vegeta da demente impaurito sotto vetro. Persino chi rinuncia all’umanità. L’unica variazione ammessa dal mostriciattolo cinese è l’ironia social su sé stesso, il cazzeggio sociosanitario per esorcizzarlo ma restando tassativamente in pigiama e mascherina. “Esci da questo corpo!”. Pussa via rischio di vivere, ansia, dubbi. Abbiamo capito, basta, pietà, signor virus, non ci rompa più i c… con i baci e gli abbracci, con le mani pulite, come ai tempi dell’asilo. Solo che l’esserino scappato dalle parti di Wuhan non può. Perché il tesoruccio ama chi non rispetta le regole e vuole scatenare una reazione isterica di massa. Ama i caciaroni, quelli che non saltano mai una festa, i simpatici da dammi un cinque, gli affettuosi, gli snob che si riuniscono in circolo. Ama quelli che non stanno mai fermi, bar, piazza, manifestazioni, gli attivi, i frenetici, i mai stanchi, quelli che per vederli sul divano gli devi sparare, gli animatori, i generosi, i saltimbanchi. Tutti questi, innocenti e inconsapevoli, sono le gambe del virus. La realtà è che per sconfiggere l’esserino ci vogliono i misantropi. Se voi non lo siete, per favore, state a casa.

Guardia Sanframondi al tempo del Coronavirus

Guardia Sanframondi al tempo del Coronavirus. Hanno prima cominciato le anime belle, i contemplativi incantati dalla bellezza ritrovata della propria comunità deserta, dal silenzio rotto dal suono dei rari passi di fantasmi; deliziati dall’immersione in un luogo dove si svolge una vita amena, idillica, lontana dalla realtà, appena disturbata da un vago patriottismo ricreativo e consolatorio, da finestra o da balcone, e recuperata grazie alla pestilenza. Un set cinematografico, una scenografia dal sapore antico che invece altro non è che una scena da film hollywoodiano a metà tra Contagion e Cassandra crossing. Poi, con la comparsa del pericolo giallo, hanno pensato: non bastavano le cornamuse e i baccanali adesso ci invadono pure i virus. Li capisco. Viviamo ormai da giorni, tra noia e paranoia. Capisco la profilassi, la prevenzione, la cautela. Ma qui stiamo tutti perdendo la testa. Ci stiamo invigliacchendo. Stiamo sfasciando definitivamente una comunità già scassata, con un’economia monotematica in ginocchio, un sistema sfibrato. Ogni moto affettivo diventa infettivo. Ci sentiamo come leoni in gabbia, barricati in casa, esortati di continuo a isolarsi, a non frequentare nessuno, a uscire solo quando è necessario e solo alla Decò, dal macellaio o alla frutteria di fiducia. Altro che Panta rei. Qui è tutto fermo. Stiamo impazzendo, prima o poi faremo una sciocchezza. Guardia ormai è una comunità agli arresti domiciliari. Con i carabinieri sotto casa e che ai posti di blocco fermano me che sono nativo e mi chiedono l’autocertificazione mentre al virus straniero lo lasciano passare perché dicono che non lo vedono. E allora si mettessero gli occhiali se non lo vedono. Va bene. Va bene tutto, anche la mascherina che non sopporto, l’amuchina contro l’ammuina e lo starnuto nell’incavo del gomito; ma non si può vivere a lungo in questa desolazione generale, la scomparsa dell’umano e del sociale. Non si può vivere in una comunità che si regge sulla paura. Ma come fare in questi giorni di impazzimento clinico-mediatico? Una pestilenza che credevamo confinata in lande lontanissime e che oggi forse serpeggia silenziosa anche fra la popolazione della nostra piccola comunità. Prima di tutto la salute. Già, la salute. Ma proprio il deficit strutturale della sanità pubblica locale crea il dilagare del panico. L’Asl sta svolgendo il proprio dovere con efficienza? Sussiste un efficiente rete di protezione per i cittadini? Rispondono alle nostre chiamate? Giungono laddove c’è necessità di un aiuto medico, presidiano, proteggono? No. In compenso però nel capoluogo abbiamo sindaci che se la prendono con la zeppola e diffondono lunghi e minacciosi messaggi alla cittadinanza. Governatori sceriffi in versione giustiziere, robocop e vendicatore, armati di lanciafiamme e moschetto – ma concentrati a coprire i buchi spaventosi in materia sanitaria (e lo dimostrano i racconti dal fronte degli ospedali e la lentezza nella comunicazione dei numeri del contagio) – che azzannano la preda senza raziocinio. Un magma micidiale. Accendi la tv e il bla-bla intorno al covid-19 non dà più informazione, semmai più confusione e apprensione. Siamo ormai cittadini trattati da cagionevoli a priori e a prescindere, costretti a diffidare di ogni incontro tra umani e a giudicare contagioso ogni assembramento di persone, al bar, nel ristorante, ovunque. E il sindaco ci tratta come bambini deficienti ripetendo ogni minuto che sono vietati gli assembramenti e che dobbiamo lavarci le mani spesso. Abbiamo capito, basta, pietà, qua siamo arrivati al punto che io non posso nemmeno andare a buttare l’umido in campagna. È una comunità allo sbando, ci vuole uno forte che ferma tutti alla rotonda di Santa Lucia e non fa passare nessuno senza che ci ha i documenti a posto. Qua ci devono stare solo cittadini guardiesi e virus guardiesi, che uno li deve capire quando parlano, che se non li capisce come la scrive l’autocertificazione con l’interprete? Ci vuole l’uomo forte, e basta… Ah, dite che già ce l’abbiamo.

Bentornati sulla terra telesina

Rimasti senza eventi enoici per rincuorarsi e ingozzarsi. Non avendo più nulla da dire sulle “bellezze” dei propri fortini. Continuando a collezionare pessime figure nella gestione e sui mille problemi dell’emergenza coronavirus all’interno dei territori che amministrano, i sindaci della valle telesina (e non solo) in questi giorni hanno ripescato dalla soffitta dei loro argomenti buoni per tutte le stagioni, l’ex Presidio ”Maria delle Grazie” di Cerreto Sannita. Tutti, da destra e da sinistra, i soliti noti della politica locale che nel corso degli anni hanno sottovalutato colpevolmente soprattutto la disastrosa situazione sanitaria del nostro territorio, a ripetere in coro che il pessimo, impresentabile, inanimato ex presidio ospedaliero era una catastrofe e quindi nel 2011 andava chiuso. E il toccasana non poteva che essere rappresentato dal nuovo complesso ospedaliero, ergo, cioè il Presidio di Sant’Agata dei Goti. Ora, al tempo del coronavirus, i sindaci confessano serafici, praticamente a una sola voce, che deve essere riaperto perché il territorio non è in grado di affrontare l’emergenza in quanto i due o tre ospedali del territorio hanno pochissimi posti di terapia intensiva. Che poi erano cose già note. E a chi lo dicono, a noi? E lo dicono prendendo in mano lo smartphone per twittare che non abbasseranno la guardia? Ma quale guardia? Quella di chi, al di là delle classiche operazioni di facciata, tipo incatenarsi ai cancelli o consegnare la fascia tricolore, non ha mosso un dito per impedire la chiusura del presidio ospedaliero? Oppure le conseguenziali scelte ed errori che nel nostro territorio hanno contribuito ad indebolire le già fragili strutture pubbliche per spianare la strada ai privati “convenzionati”, che poi privati non sono perché i soldi che intascano sono i nostri? Detto ciò, non ho la voglia né i mezzi per lanciare accuse a chicchessia. L’emergenza è sotto gli occhi di tutti. Ed è chiaro a tutti che l’emergenza deriva dal sovraccarico degli ospedali, perché il contagio da virus è più rapido e diffuso, cioè colpisce più persone insieme; e chi finisce in rianimazione ci resta almeno tre settimane prima di guarire o di morire. Quello che trovo più fastidioso però in tutta questa ipocrisia, e fa vacillare, sono le prese di posizione, i commenti di questi giorni angosciosi che si materializzano dinanzi a petizioni, gruppi social creati ad hoc, titoli sulla stampa locale a dir poco contraddittori, del tipo “riapriamo l’ospedale di Cerreto Sannita” di satrapi e mitomani che parlano senza sapere di cosa parlano. E ieri, in aggiunta, ho addirittura rischiato la labirintite quando ho letto l’appello del sindaco Panza: “Nelle terre del Prosecco di Valdobbiadene gli ospedali chiusi riaprono. Nelle terre della Falanghina gli ospedali chiusi per ottusità devono ritornare al servizio delle nostra comunità.” E, all’improvviso, ho visto la luce. E la memoria è migrata all’istante al lontano 2011. Quando, il sindaco di Guardia, Panza, unitamente ad altri colleghi della valle telesina e tutto l’ambaradan di deputati e consiglieri regionali al seguito, interrogati sulle ragioni di tanto granitico accanimento sanitario nei confronti della popolazione telesina, lorsignori, occhi al cielo, bocche storte, braccia allargate, facevano soltanto le faccette malmostose e alzavano opportune cortine fumogene. Evidentemente oggi come allora il problema per loro non è la qualità della vita dei loro amministrati, non è il trasporto locale, le strade disastrate e disagevoli, il fatto che da queste parti pare nessuno possa più permettersi un infartino, un cancretto, una polmonituccia, un incidentello stradale (cit.), cose così, ma che si muoia solo per coronavirus. Per carità, non è necessario dare ragione a chi nel lontano 2011 aveva visto giusto e si opponeva con tutte le forze alla chiusura dell’ospedale di Cerreto, al contrario di chi oggi con la lingua in fiamme appoggia e apprezza le parole della politica di cui sopra e quelli che non apprezzano ma sono costretti: sarebbe troppo. Ma un pizzico di sana autocritica da parte loro, sarebbe il minimo. E magari frenare le lingue e le tastiere per non esagerare.

Le grida manzoniane

Mascherine obbligatorie. Esercito. Quarantena. Governatori che addirittura invocano sinologiche fucilazioni sul posto per i trasgressori. Sindaci sceriffi. Sindaci alla ricerca di visibilità. Ordine. Panchine off limits. Posti di blocco. Autorità. Stato di Polizia. Pieni Poteri. Sindaci che si sentono importanti perché vengono intervistati dalle tv, si credono leader perché i giornali se li filano. Divieto di passeggiate. Distanza. Abbracci. Coesione nazionale. Focolare domestico. Tutti a casa. Tutti sui balconi. Tutti a cantare. Sindaci frustrati che dicono tutto e il contrario di tutto. Teatrino dell’assurdo. Disciplina. Sindaci arroganti, gonfi di ego, belli abbronzati come Narcisi che godono nel vedere l’Italia in difficoltà. Obbedienza. Sanzioni. Ordinanze. Ordinanze giuridicamente illegittime e inefficaci. Niente viaggi. Niente matrimoni. Niente funerali, adesso, niente fiori nei giorni in cui i nostri giardini esplodono di pruni e magnolie, niente orazioni. Mancano i posti letto in terapia intensiva, guanti e mascherine per medici e infermieri e c’è chi pensa alle canzoncine sui balconi. Surreale. Trovo l’atmosfera che stiamo vivendo più attigua alla commedia che alla tragedia, pur nel dovuto ossequio nei confronti dei contagiati. Non sembra di vivere nello stesso paese di qualche settimana fa. Tutto è cambiato, sul filo del coronavirus e della paura. Non solo, ovviamente, per le misure eccezionali adottate; ma per il messaggio che le accompagna, il sostrato profondo a cui si appella. Più degli “arresti” domiciliari soffri e avverti che il vento è cambiato quando senti in tv appelli alla nazione e agli italiani in tenuta da guerra, evocare addirittura l’unicità del comando, un solo capo che decida su tutto e per tutti… Il paese dove vivo è stato appena sfiorato dal contagio. Ma io sono tormentato lo stesso. Ieri sono uscito in auto per prendere il pane e qualche genere di conforto (sigarette), adesso hanno le mascherine quasi tutti, e molti anche i guanti. Forse hanno ragione tutti quelli che se ne fregano, quelli che il mondo resta sempre uguale, con se stessi al centro. O quelli convinti che il mondo stia per cambiare più di quello che noi pensiamo: e tutto cambierà, a cominciare dall’economia, e non sempre in meglio. Forse ha ragione anche chi dice che occorre semplicemente affrontare la realtà, essere pratici, realisti, tenendo a mente cosa è necessario per dare efficacia alla profilassi e alla ripresa di un paese in ginocchio. E forse ha ragione pure chi dice che l’ordine di queste ore è un bene e non un male, che lo Stato dev’essere autorevole e non minimo o permissivo, che il decisionismo di chi guida una nazione dev’essere ampio e forte, tempestivo e responsabile, che quello che stiamo vivendo non è l’anticamera della dittatura; e che la disciplina e l’ubbidienza sono virtù da coltivare, non brutte piaghe da estirpare; e che la coesione nazionale è sacrosanta; e che qualunque sia il criterio occorre qualcuno che sia in grado di stabilire il metodo e farlo osservare. Forse…

#guardianonèmaipartita

Il Coronavirus ha un solo grande merito: ha misurato il livello d’inconsistenza di chi governa la comunità guardiese e dell’Innominato (scusate se da oggi lo chiamo così, ma appena lo nominiamo non facciamo altro che fargli pubblicità). La società civile di Guardia, tutt’altro che perfetta, arranca tentando di affrontare la nuova situazione con raziocinio consultandosi fra di loro, con il proprio medico e addetti ai lavori, attenendosi a quelle che sono le direttive nazionali. Quella che stiamo vivendo è un’esperienza senza precedenti, se non nel lontano passato; esperienza che necessita di misure straordinarie, ma soprattutto di persone straordinarie. Il problema è saperle riconoscere. I periodi bui, si sa, richiedono una guida, leader temerari, impavidi, coraggiosi e risoluti, ma soprattutto dotati di una visione lungimirante, non ristretta al proprio orticello. Il nostro leader, l’Innominato – esperto in qualsivoglia situazione emergenziale -, per l’emergenza Coronavirus la sua ricetta risolutiva l’ha illustrata nei dettagli nei momenti di pausa fra un’intervista e l’altra. Richiesta di ulteriori risorse… e consentire agli ospiti stranieri di tornare a spendere, che con il paese bloccato gli investimenti svalutano. E spirito di sacrificio per il bene della propria comunità. Che fortuna averlo come leader, sintonizzato col paese h24, lo riconosceremmo da chilometri, splendente, adamantino, aurorale. Con l’epidemia in corso, è in quel momento stregato in cui può avviarsi definitivamente verso la gloria. Già veemente portavoce delle nostre eccellenze nel campo vitivinicolo, agroalimentare, turistico, ai tempi del Coronavirus ha sfondato il diaframma dei media e adesso è dappertutto, a tutte le ore, su tutti i giornali, in piena pioggia gratificazionale a infondere la Verità alla popolazione sull’emergenza con un semplice concetto: #guardianonsiferma. La Valle del Vino non si ferma. Guardia non è mai partita. La Valle del Vino esiste solo nella sua mente e in quella di pochi proseliti. Solo che il Padre Pio della bilocazione igienico-mediatica non se ne è accorto. Come non bastasse, il Sabin delle istanze dell’intera popolazione guardiese rivela: “L’epidemia rischia di espandersi in tutta la nazione e non vi sono sufficienti posti letto negli ospedali…”, peccato che la sanità locale è stata falcidiata da decenni di politiche pro tagli, chiusure, privatizzazione e profitto. Ospedale di Cerreto Sannita, reminds you of something? Cosa aspetta il governo Conte ad affidare al nostro unico leader, l’unico che ha previsto la situazione e ha indicato le misure da adottare, la gestione commissariale della task force che sta fronteggiando l’emergenza Coronavirus, è un mistero. Nel frattempo, l’altra sera il presidente Mattarella è dovuto intervenire tramite un appello alla nazione per tentare di riportare un minimo di raziocinio dove il senso della misura è stato più che compromesso. Un messaggio chiaro, con parole semplici per essere compreso da chiunque, che non ha lesinato rimproveri a chi ha alimentato isteria ed allarmismo al di là del necessario, a chi cerca di lucrare sull’emergenza scorgendovi prospettive di arricchimento economico o di consenso. Appello colto in pieno, manco a dirlo, dall’Innominato.

L’italia al tempo del coronavirus

Che strana sensazione! Sembra di vivere all’interno dell’ultimo film catastrofistico di Hollywood. Un’Armageddon misto a Contagion! Accendi la tv. Passi da La7 a Rai3. Hanno addirittura disseppellito Cirino Pomicino. E lo dovevano aver disseppellito da poco, visto il piglio incazzato con la conduttrice. La quale, con le lacrime agli occhi: “Ma che ne sapete voi! L’altro giorno un bambino, sospettato di essere malato di Coronavirus, allontanato dalla scuola, e gli altri?”. Un servizio vi mostra l’epidemia, quasi che fosse una delle sette piaghe d’Egitto. C’è chi domanda alla vicina di casa se deve stare chiusa in casa perché ha più di 65 anni. C’è chi commenta il grande specialista Stephen S. Morse “i virus non hanno organi locomotori, ma molti di loro hanno viaggiato in tutto il mondo”. Non corrono, non camminano, non nuotano, non strisciano. Si fanno dare un passaggio”. Accendi la tv. Sono diventati tutti virologi. Ognuno dice la sua. Panico. La Borsa che crolla. Che facciamo? Chiudiamo tutto? Andiamo in giro col metro per stare a distanza di sicurezza? È evidente che tutto questo non ha un senso. Allora, che facciamo? Chiudiamo tutto? L’altro giorno ero a Roma, città notoriamente turistica. Il ristorante dove ho mangiato una pizza era pieno, considerando che era un giorno in mezzo alla settimana. Non ho visto quello che fanno vedere le tv. Passi da La7 a Rai3, da Rai1 a Sky, da Rai2 al Tg5, da Rainews a Italia1, per finire a Discovery, fanno vedere soltanto ristoranti e alberghi senza clienti. L’immagine che da è quella della peste manzoniana. Questo è falso, è comunicazione falsa. Tu non puoi rappresentare solo quello. Bisogna cercare di fare una differenza tra le bufale e la verità. Panico, isteria. Questo è l’effetto a catena da cui non si sa come uscire. Di fronte a questo atteggiamento molto, troppo italiano di fuga dalla realtà e dalla responsabilità credo che occorra un sano realismo. Come ammettono gli stessi studiosi, chiudere scuole e università ha un effetto limitato, che quantomeno aiuta a ritardare l’espansione del virus e a ridurre la portata del contagio. Un’epidemia del genere può essere gestita solo con realismo, senza allarmismi, senza sparate sciocche e tutto sommato motivate dal solito individualismo italico. Quello che deve prevalere è insomma l’interesse generale, rapportato alle forze e alle capacità dei mezzi di cui dispone il paese.