Guardiesi del Terzo Millennio

floriano2jpg

Niente, bisogna proprio che smetta di leggere gli annunciati di Floriano, perché calzano tutti a pennello al personaggio (si fa per dire). Accanto alle troppe brutte notizie che ci affliggono in queste ore, almeno una sprizza ottimismo e buonumore da ogni lato. Me l’ha segnalata ieri un amico, che ultimamente mi aveva visto un po’ giù. Tenetevi forte: Floriano (noto esperto in lingue straniere), ne presenta un’altra delle sue, “il corso di inglese base rivolto ai residenti e titolari di attività commerciali”. Anzi, addirittura due in uno: e quindi anche “il corso di italiano per stranieri”. Uno dev’essere per i giorni pari (i guardiesi), l’altro per quelli dispari (Carlo e compagnia). Massì, abbondiamo: abbondantis abbondandum. Basta pessimismo, basta avversione generica: è ora di cospargerci il capo di cenere e di scusarci dolenti con Floriano, seguire il cicaleccio su Facebook di quei panziani pagati a metro quadro – come la pizza al taglio -, sventurati cittadini, ai quali va tutta la mia solidarietà, e chiedere perdono, perché i corsi di inglese, com’è noto, servono ai guardiesi e ai nostri commercianti per adeguarsi al New Deal Panziano. Guardiesi del Terzo Millennio. Ben venga, quindi, il nuovo corso promosso da Floriano. Purtroppo, per come siamo fatti, ci mancano le parole, e soprattutto le rime, per il ditirambo cui Floriano avrebbe diritto. Perciò che aggiungere, ancora, nel nostro piccolo. Che Floriano è bravo, perspicace (ma solo quel tanto che non guasta), ingegnoso, indispensabile, infaticabile fucina di idee, dal carattere intrepido, dai modi frugali, dalla morale ascetica, onesto, competente, sindaco per puro merito, poliglotta, professionista di chiara fama, ingiustamente ancora sprovvisto di una cattedra di economia alla Sorbona e ad Harvard, e può considerarsi a pieno titolo uno dei nostri maggiori contemporanei. Tutta merce rara, sia chiaro, di questi tempi (ridere non è obbligatorio). Anche se ancora mi interrogo sull’eventuale utilità di Floriano per questa comunità, da quando ormai sei anni fa assurse al soglio sindacalizio di Montalcino, pardon, Guardia, all’insaputa di larga parte di cittadini.

Raccontiamoci una storia, tante storie

Versiliana3

Cos’hanno in comune Guardia Sanframondi, la Cultura, la politica (o la Politica), la Fede, i giovani e la famiglia, il sud, le parole, i libri, la musica, la vita? Dieci cose diverse, alcune magari contigue, ma diverse. Secondo il mio punto di vista, una cosa in comune ce l’hanno: in questa comunità sono tutte declinanti, in crisi profonda, in calo, se non in disfacimento. E’ una mia opinione, chiaramente opinabile, ma fateci caso, c’è un fuggi fuggi in ciascuno di questi campi. È come se fosse sparito il loro ambito vitale. C’è qualcosa di essenziale ma d’ineffabile che a Guardia è venuto meno, e non vogliamo dire cosa sia, una specie di essenza, di anima, di fiato, di cuore caldo che teneva in vita tutti questi ambiti. Cos’è venuto meno? Una dominazione del privato e dell’individuale a detrimento del senso di appartenenza? L’assiduità di un pensiero comune? Di un comune orizzonte, una storia condivisa e un’aspettativa di futuro? Quel che è certo è che qualcosa si è spento e occorre risolvere la carenza; ripartiamo dalle nostre storie, bisogna ripartire dalle storie, da quelle ramificazioni sociali, affettive, culturali. Ecco! Raccontiamoci una storia, tante storie. E raccontiamocele dall’acciottolato delle stradine e dall’ombra delle piazzette di Guardia, che dovrebbe far parte dei più bei borghi d’Italia, un borgo sulle colline sannite, a meno di un’ora da Napoli, ma pur in Campania – Sannio – dove accanto alla moda festaiola che ogni anno celebra il vino originario (che è già una bella storia per il buon gusto ma che ha abbondantemente “inebriato” questo paese) può iniziare un’altra storia, una bella storia, la nostra storia: un Festival. Una storia fatta di incontri, lettura, musica, politica, società, vita… Può iniziare con una missione: narrare. Narrare Guardia, narrare il Mondo, narrare la gente, i volti, le cicatrici, le speranze, il lavoro, i giovani, le case, le parole perdute e ritrovate, l’orizzonte, l’imponderabile e l’invisibile, il presente sospeso e tutto quello che potrebbe avvenire. Può iniziare già dalla prossima estate, nell’estate dei Riti. La prima edizione de “Il Paese delle Storie”. Non solo un festival. Ma costruire qualcosa. È lasciare qualcosa. Una rassegna culturale che nasce da una storia, da germogli di altre rassegne del genere giù, in mezzo e su per l’Italia. Nessuna direzione artistica, nessun cartellone, nessun ufficio stampa comunale, nessun patrocinio, nessun imprimatur. Ma una, dieci, cento storie e voci da ascoltare e seguire nel borgo di Guardia. In piazza, con conversazioni incrociate per conoscerci meglio, per un incontro tra chi arriva e chi sta, tra chi ospita e lo “straniero”, tra chi accoglie e chi viaggia. Perché c’è un’anima creativa che vive da sempre in questo piccolo borgo, a Guardia, che dovrebbe far parte dei più bei borghi d’Italia. Non solo Fede, non solo Tradizione, ma storie e un’anima che si apre. Potremmo. Questo è il sogno. Questo è il progetto che non viene da molto lontano perché le nostre radici sono qui su queste colline e viene dal cuore, quindi le aspettative sono alte per l’empatia del luogo e dei suoi abitanti, per la voglia di esserci e di animare questo piccolo cuore del Sannio che ha storia da proporre che ha un ambiente giusto per proporsi e ha voglia di cultura. Non la cultura paludata che a Guardia spesso spaccia proposte avvilenti per cultura. La cultura dell’incontro. Per piccoli e per grandi. Per amore. Per la nostra terra, per i suoi vecchi, per i fantasmi, quelli del passato e quelli del futuro. Forse per non sentirsi in colpa. Per non sentirsi ignavi. Per raccontare storie che sapranno far apprezzare ancora di più l’atmosfera speciale di una Guardia ritrovata, mai persa, nella tranquillità delle cose belle. Le cose belle come i sogni a volte ci mettono un po’ a partire ma poi lo slancio è lungo e porta lontano. I tempi sono maturi. Oggi l’antico borgo pretende la trasformazione, non esteriore ma culturale, essere proiettato verso il futuro proprio grazie al recupero del suo passato, e più che mai ha bisogno di narrazioni. Raccontare un luogo, raccontare la verità, raccontare Guardia dall’interno e non dall’esterno come si è fatto sinora, contribuisce a preservare nel tempo la sua identità. Che ne dite? Chi ci sta?

P.s.: per la ricerca fondi ed eventuali sponsor, avrei pensato a Floriano (vista l’estrema facilità del sindaco Panza a reperire fondi, pubblici e privati).

Ma il sindaco Panza, i richiedenti asilo, li vuole o non li vuole?

vendemmia

Premesso che sul tema immigrazione le mie opinioni al riguardo non credo appassionino chi legge, certo che, quella dei richiedenti asilo politici, è una bella gatta da pelare per Floriano. Emigranti pro quota. Cinquanta, dicono. E nel mentre che il dibattito sociale prende quota, Floriano si muove nell’ombra. Senza clamore, il passo assai felpato, sotto sotto, nel frattempo (al netto dei documenti di facciata) ha fatto sapere al Prefetto che lui proprio non li vuole. Invano. Già, perché, se nei prossimi giorni passa la proposta dell’Anci sulle quote profughi, lo spauracchio di tutti i Comuni, una cinquantina richiedenti asilo probabilmente saranno trasferiti a Guardia. “Persino qui ce li mandano! Che dici, Garrick, se proprio dobbiamo accoglierli, li gradiranno i nostri attesi ospiti i cannelloni al ragù di maiale oppure no?”. “Ma che dici caro Floriano, se sono musulmani la carne di maiale mica la possono mangiare!”. “Hai ragione, che sciocchino che sono, ma nei tramezzini che abbiamo fatto preparare dal catering per festeggiare il loro arrivo ci sono i fegatini di pollo… Quelli van bene, spero? E che peccato che non possano neanche bere alcolici… Avevo in cantina quel Brunello 2006, sai quello che mi aveva regalato il sindaco di  Montalcino…”. “Scappano dalla guerra e dalla fame, caro Floriano, mica fanno problemi per il cibo!” E non vi allarmante neppure per il fatto che nella Straordinaria Gemma del Sud incontaminata i canali Rai quando piove non funzionano, mica questi benedetti aspiranti profughi si preoccupano del digitale terrestre Rai! Figuriamoci. “Scappano dalla guerra e dalla fame”. Lo sa bene Floriano che, costretto a fare buon viso a cattivo gioco, commosso, ha già dato ordine di aprire le porte del castello: per i festeggiamenti in “piazza d’armi” a cui accorrerà tutta la popolazione festante, con tanto di bandiere sulle finestre del Comune e mega striscioni “Welcome refugees”, mentre la serata proseguirà al Museo, al suono delle cornamuse, con camerieri in livrea, canti, balli, premi e ricchi cotillon. “Che bella cosa la fratellanza fra i popoli, l’amore disinteressato per i più sfortunati, il valore dell’accoglienza”, dice Floriano nel discorso di benvenuto. E la coerenza soprattutto. “Mi si apre il cuore. Grazie, abitanti autoctoni e acquisiti di Guardia grazie a voi da oggi il mondo è un posto migliore. Peace & Love”. Torniamo seri. È uno spasso leggere i comunicati di Floriano, il sindaco scivolato sull’accoglienza migranti. Il motivo? “La nostra Via Municipio rappresenta il salotto cittadino, il cuore commerciale e turistico del paese con insediate centinaia di famiglie che in nessun caso si adatterebbero a tale tipo di presenze”. E perché? “Abbiamo l’obbligo di opporci per non danneggiare in maniera irrimediabile l’economia di questa comunità e per evitare che invece di risolvere un problema ne creiamo due”. Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima? È evidente: i nuovi ospiti non possono bere alcolici, la nostra economia basata solo sul vino ne risentirà. Mica possiamo metterci a imbottigliare gazzosa. Come fate a non capirlo? E dire che aveva auto-proclamato via Municipio il “salotto cittadino”, quell’enclave di personalità stese mollemente sulle sedie Ikea di fronte al Comune fino al dolce tramonto. “Scappano dalla guerra e dalla fame”. Lo sa bene Floriano che, commosso, proclama che si deve, sì, accogliere, come si devono, ma non nel suo cortile, non nel suo giardino. Non nel giardino di Garrick, di Lawrence, di Carlo… Perché le ragioni dello sviluppo magnifico e progressivo di Guardia non devono essere disturbate, e perciò non devono turbare i sonni di Floriano, non devono mortificare la sua vista con immagini di umiliazione e miseria, tali da infastidire il riposo meritato della sua fertile intelligenza, che, come è evidente proprio in questa occasione, è stanca e ha diritto a una pausa contemplativa. L’un per cento della popolazione guardiese, una cinquantina richiedenti asilo a ciondolare a Guardia, ricoverati impudentemente perfino in alloggi “di lusso”, contigui al “salotto cittadino”, pare siano un affronto, un oltraggio lesivo all’economia di questa comunità: come ha voluto precisare Floriano al Prefetto. E sostiene di parlare pure a nome della crème, la nuova aristocrazia, sia pure stagionale, anglofona, antropologicamente superiore, quasi, forse, al livello degli aspiranti ospiti sgraditi. L’importante è che non si vedano, l’importante, se proprio devono passare di qua, è che siano invisibili e non ostentino la loro disperazione, non ci rovinino la candidatura Unesco con la loro presenza fastidiosa. Troviamogli un lavoro, poverini, così almeno non se ne stanno a ciondolare tutto il giorno. Potrebbero essere impiegati in occupazioni socialmente utili, nella vendemmia alle porte, per esempio, se insomma si mettessero al nostro servizio, c’è da arguire, come manovali, raccoglitori d’uva, giardinieri, camerieri, badanti, lavapiatti, meglio ancora per ripulire, per “riparare” (gratis, s’intende) il dissesto del territorio, invece di bighellonare per le strade. Ha ragione, non fa bene né a noi né a loro che stiano in giro a non far nulla. Del resto si ha sempre bisogno di qualcuno che faccia qualcosa di utile tipo: tagliare il prato della Country House di famiglia. E un bel 10 euro glielo si garantisce. Che non hanno mica bisogno di tanto, già gli si paga tutto noi. Giusto qualche spiccio per bersi una birra o comperarsi le sigarette. Visto? È questione di un attimo trovare un impiego per 50 profughi e impedire loro di gingillarsi nel rimpianto della loro casa, dei loro affetti. Gli diamo un lavoro, possibilmente lontano dagli occhi nostri, e ci mettiamo la coscienza in pace. Sì, ha proprio ragione Floriano. Noi siamo favorevoli all’accoglienza a patto che non squilibri la nostra routine quotidiana. Perché noi non siamo razzisti, e chi mai potrebbe accusarci di questo? Che colpa ne abbiamo noi se quelli lì non sanno far altro che farsi la guerra? Va bene, “scappano dalla guerra e dalla fame”, arrivano qui, mica vogliamo rispedirli là da dove sono arrivati, ma che si integrino e si rendano utili alla comunità. Mi chiedo, sempre più spesso, perché queste idee geniali (lavorare versus bighellonare) a me non vengono mai? E poi, una volta per tutte: possiamo sapere se Floriano, i richiedenti asilo “politici”, li vuole o non li vuole.

Ecco quel che farà Floriano nei prossimi mesi (forse)

floriano3

Ho una notizia importante da darvi: seguite Floriano nei mesi che ci separano dalla celebrazione dei Riti settennali. Perché quel che è certo è che ha già allertato i media di tutto il mondo. Lo giuro: già tutto programmato, pianificato nei minimi dettagli. Interviste, discussioni sui prossimi Riti in compagnia di Marino Niola e autorità varie, e poi servizi dal Tg1 a La7 sino ad una rapida apparizione dietro le spalle del colonnello dell’aeronautica, fra isobare  e vortici polari, nel tradizionale appuntamento con le previsioni meteo. Di tutto di più. Smodatezza totale. Ora vi chiedo un attimo di misericordiosa partecipazione al doloroso sacrificio: voi capite la vita d’inferno che aspetta Floriano da qui all’estate prossima? Sempre al lavoro, sempre sveglio, la luce del Comune che non si spegne mai, nemmeno il tempo per riposare, nemmeno il tempo per nutrirsi. Quando alla fine riesce, con mille peripezie, a ritagliarsi un attimo di pausa, e si mette lì sul divano di casa, in una mano la banana nell’altra il giornale, zac, che cosa trova scritto? L’ennesima intervista di tal Gimmo. Ma non è proprio una sfortuna immensa? Poteva andare in quel di Conegliano. Magari un week end romantico al Vallo di Adriano. Invece no: ecco l’intervista di tal Gimmo sui nostri Riti. Con “le solite trame, i segreti, i finti scoop, le balle spaziali e i retro pensieri”, tutte cose che, sia chiaro, scandalizzano di brutto. Come non capirlo, povera anima candida? Lui che le trame non sa che cosa siano, lui che è salito alla guida della comunità senza mai fingere, lui che di bugie non ne racconta, lui che di segreti e di retro pensieri non ne ha mai avuti, lui che è sempre stato limpido e immacolato, come può sopportare che sul Corriere si continuino a raccontare balle spaziali? Soprattutto come può sopportare che si raccontino senza averlo consultato? Come si permettono di rubargli il copyright? Pensano di mettere Guardia in cattiva luce? Addirittura su Youtube, come quei fetentoni dell’opposizione? Pensano forse di essere meglio di lui? Dunque avanti: contraddire, ribattere, contestare tutto. Tutto sbagliato quanto riportato, anche (persino) per quanto riguarda le sue abitudini alimentari. Soprattutto non è vero, confermano autorevoli “fonti comunali”, che Floriano si mantiene con due banane al giorno. Eureka: finalmente dopo anni di confusione è arrivata una parola chiara sulla politica guardiese. Riguarda le banane, ma che ci volete fare? Bisogna sapersi accontentare. Se non altro stavolta l’affermazione è plausibile: che Floriano mangi solo due banane non ci crede nessuno, almeno a giudicare dal suo girovita… Ma dopo la smentita comunale, la prossima su che cosa sarà? Per sapere le nuove riflessioni di Floriano sui Riti guardiesi, invece, non vi preoccupate: non bisognerà attendere a lungo, basterà aspettare il prossimo comunicato stampa, il prossimo convegno sul castello, la sua prossima partecipazione a Porta a Porta. Oppure a Otto e mezzo. O meglio ogni sera, dopo le 20.30, su Raiuno, nella trasmissione Tv che più di tutte lo rappresenta. Quella dei pacchi, ovviamente.

Floriano Panza ha ragione

panza rai

Quando uno ha ragione da vendere, se davvero ne ha da vendere, gliela devi dare, mica puoi starla a menare col solito gnègnè. Non suonerebbe dignitoso. E stavolta Floriano ce l’ha. Ce l’ha quando dice che “non si può parlare di una cosa che non si conosce”, i “Nostri” Riti, diventati il simbolo savianesco sapiente e saputo. Ce l’ha quando ne denuncia la figuraccia di tal Gimmo, esibita sulla pelle di centinaia di flagellanti. Ce l’ha quando punta l’indice benevolo sull’antropologo adottato, per il quale “i flagellanti ed i battenti esteriorizzano la loro penitenza nell’anonimato e nel riserbo più stretti”. Ce l’ha nel sostenere che tal Gimmo ha mandato un messaggio devastante. Ben detto. Ma forse in questo mare magnum di ragionamenti sopra le parole, di dottori nel tempio o di denigratori, a muovere Floriano è solo un attraente desiderio inconscio, come uno stato di necessità primordiale, chissà. Sta di fatto che a quelle parole di carta e di buio, senza catene alla penna, forse non c’è solo bisogno di rigetto. Chiunque in questa comunità ci faccia dimenticare il tempo trascorso ad essere guardiesi proprio mentre ci ricorda cosa significhi esserlo, ha vinto. E Floriano, ha vinto. Ha vinto, e a farlo vincere è stato chi in questi giorni ha sollecitato a gran voce sui social una risposta “istituzionale”. Ha vinto nelle paginate sui giornali. Ha vinto nel cuore e nella pancia dei guardiesi, ha vinto sul tempo; ha generato fede e tradizione nei cittadini ben più di ogni sermone, ahimè, ha fatto epoca e generazione. “Nella processione guardiese esiste l’inchino, ovvero la genuflessione, ma riguarda figuranti, penitenti e popolo che esegue spontaneamente il nobile gesto di umiltà al passaggio dell’immagine dell’Assunta”. Parole che trionfano nell’anima del guardiese più duro che c’è. Più di una laicissima formula d’esorcismo ideologico, più di un pippone integralista, ben più di ogni teoria sociologica e di ogni rendez-vous settennale tra intellettuali. Se poi in una pagina scarsa c’è anche il coraggio di affrontare le virtù, i vizi ed i guai di questa terra, infilandoci in mezzo amici antropologi e vescovi, allora tanto di cappello. Chapeau! Perché in definitiva Floriano in quella mezza paginata Urbe et Orbi inietta positività e serenità a questo corpo morto, frigido, insensibile che è questo paese; nell’epoca del trasformismo e dell’opportunismo da un nome alle cose, nell’epoca del dinamismo va a scovare le nostre memorie e le evidenzia. Ha vinto, perché in definitiva, è quello che ci aspetta l’anno prossimo. Fede e tradizione farsi folklore. Serenamente, semplicemente. Ho voglia di ridere o piangere, magari asciugandomi un paio di lacrimucce salatissime, ma ho voglia di farlo… e spero che in questo paese ci sia ancora qualcuno che voglia farlo…

La fuga

fuga

Sarà che adesso non ho più tanta voglia di immaginare o di scommettere e so che non ha senso bestemmiare. Sarà che il ricco pensionato del mio paese, orbo ma sempre in orbita, non ti ispira più e non sai più se ridere o piangere, e vedi solo quanto stronzo è. Sarà che vorresti che qualcuno in questo paese raccontasse un’altra storia, senza troppe illusioni, ma che arrivasse dritta all’anima dei suoi abitanti. Sarà per tutto questo che in un pomeriggio ferragostano, piovoso e con poca luce, ti ricavi un’ora di tempo tutto per te, e ti metti a leggere un libro sulla generazione perduta. E mentre sfogli il libro, segui le parole, ti perdi nella narrazione, ti ci riconosci. E la storia, che poi è anche la storia tua, l’autore la fa partire più o meno così: “Diffida sempre di chi non ama la vita/diffida sempre di chi ama il denaro/diffida sempre di chi ama Dio e non l’umano/diffida sempre di chi non ama”. E mentre sfogli il libro, segui le parole, ti perdi nella narrazione, ti riconosci nella generazione di interdetti, quella riportata nel libro, quella “a cui Dio ha donato il talento”, ma non ha mai perdonato la mancanza di cinismo. Il cui torto è di aver creduto in un futuro migliore, senza sporcarsi le mani di “sangue e vendetta”. Una generazione che, come Ulisse, pensava di “rimettere tutto a posto senza ammazzare i proci”, anzi li perdonava, anzi concedeva loro una seconda possibilità e finiva per allevare tanti Telemaco spietati che disprezzano l’umanità del padre. E mentre sfogli le pagine, segui le parole, ti perdi nella narrazione, pensi al risveglio amaro: niente è più come lo stavi sognando, niente di ciò che avevi imparato serve più. L’unica soluzione concepibile è la fuga, una qualsiasi fuga, basta che sia fuga, “da cimice che non vuole più morire di naftalina”. Fuga e ricerca di un rifugio, perché quando scappi da qualche parte devi andare. Fuga allora, fuga dai venditori di parole, fuga dai quarti d’ora di celebrità, meglio stare fuori, “anche se non mi piace chi sta fuori”. Fuga dalle piazze virtuali, dalla politica. Dormire, sognare forse. “Ninna nanna, ninna nanna. “Duorm nun te scetà. Vid’ o bianc’ contr’ o nir’ p’ogn’ terra nu confin’ sient’ accidere pe’ nient’ n’omm onest’ e nu fetent’”. Certe volte me lo chiedo dove la strada è deragliata, in quale incrocio mi sono perso e se ho sbagliato qualcosa. Pazienza, ci vuole pazienza, suggerisce l’autore napoletano. Niente vittimismo, nessuna nostalgia. Questo libro fatto di parole è lo sguardo sincero su questo tempo incancrenito dai troppi imbroglioni. È qualcosa di vero sul vero. Sta qui. Non da qualche parte. Sta qui, dove sto io.

Cronache marziane da Guardia Sanframondi (parte terza)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Giorno dopo giorno, anno dopo anno si delinea sempre più chiaro (e non tanto limpido, per la verità) il sistema di potere che da queste parti da anni alimenta se stesso. Una vera e propria macchina del consenso armata di fumi dissuasori e illusori. L’ultima campagna elettorale si è rivelata poca cosa, quasi un orpello, una specie di sagra delle illusioni, messa in piedi da Floriano. Perché il più era già stato fatto prima e sarà fatto dopo. E non c’è posto per chi alimenta dubbi, peggio ancora per chi critica. L’assolutismo guardiese del re sole del ventunesimo secolo è anche questo. È un quadro triste, al di là del merito delle scelte, perché è una sorta di cappa che incombe su tutto ciò che ruota intorno a questo re sole al centro di un sistema dove fanno strada solo i “signor sì”, dove si esegue e non si discute. Si poteva sperare in un sussulto d’orgoglio di quei cittadini perbene che hanno una loro storia diversa rispetto a quella di Floriano e un mestiere che non li fa campare di politica. Purtroppo invece la sudditanza continua e nel peggiore dei modi. Tutto, resta indegnosamente al suo posto. Perché nulla può cambiare. Ma così facendo quei cittadini perbene diventano compartecipi di quell’atteggiamento inaccettabile, che calpesta ogni forma di diritto, che tende a trasformare una comunità di cittadini in una corte di sudditi. Prendete l’ultimo episodio in ordine di tempo, quello della triste vicenda dell’ex responsabile dell’Utc. Non si dovrebbe neanche chiedere una spiegazione. Che è un diritto e non una concessione feudale. No, invece Floriano ha detto di aver “già fornito tutte le spiegazioni in Consiglio comunale”. Come un maestrino di scuola con gli alunni ha deciso che quelle spiegazioni non si possono dare e basta. E che dire dei 20.000 euri elargiti magnanimamente dall’azienda che si occupa di organizzazione eventi in occasione di Sannio Tattoo, un piccolo dettaglio che sembra sfuggito ai più. Non è strano che chi fornisce all’amministrazione l’intera organizzazione dell’evento (strutture, logistica, ecc.), sia allo stesso tempo lo “sponsor” unico della manifestazione? Ben oltre l’inaccettabile, ma nessuno fiata. Tutti sanno ma regnano le bocche cucite. Su tutto. È una cappa impenetrabile, che impedisce qualunque dibattito. Capire che governare e comandare non sono sinonimi, sarebbe un ritorno a una parvenza di vita normale, quantomeno a un Comune gestito in maniera normale. Ma al re sole tutto questo piace da morire. Perché, purtroppo, è la sua ragione di vita.

È uno strano palazzo, il Municipio guardiese, ultimamente sempre più luogo d’esercizio del potere e dell’opacità. È un palazzo spesso silente, che si paluda a festa di tanto in tanto per cerimonie fuori dal tempo e dalla ragione e che per il resto vivacchia in attesa di ordini. Fra queste mura tutto ruota intorno a una riedizione in salsa Terzo millennio del re sole. In questo palazzo comunale gli anni di regno, per ora, sono molti meno di quelli di Luigi XIV ma l’assolutismo, quattro secoli dopo, è più o meno lo stesso. È un regno che affonda le radici nel consenso delle urne, certo, ma è il “regnante” che ormai deborda, va oltre. E quel voto lo interpreta come una cambiale in bianco, non più per governare ma per esercitare il comando con spirito padronale, con i principi che fanno gli assessori. Dove, fra i cortigiani, sono ammessi solo amici fidati e quelli che si allargano vengono tagliati fuori, dimenticati, annientati. Dove la sostanza è sempre quella: stai con me che ti conviene. Capita con il “favore”, i piccoli grandi abusi edilizi o gli appalti e il messaggio che passa è: tanto non si farà male quasi nessuno. In realtà a non farsi male sono più o meno sempre gli stessi. Capita con la politica della distribuzione del danaro pubblico. Dove fulgidi esempi ci arrivano dai beneficiari dei contributi regionali o europei, da sempre tolda di comando di Floriano. O con analoghe liste della spesa “spicciola”, dove premiati ed esclusi quasi sempre corrisponderanno ad amici e nemici. Se ci sei, fai parte della corte e puoi star tranquillo. Se non ci sei, sei fuori da tutto e destinato a una sorta di esilio civile. Formalmente sarà anche tutto lecito ma è il messaggio che passa a esser maleodorante. In sostanza si fa capire che solo chi fa parte del circo messo su da Floriano ha diritto a ballare, gli altri che si arrangino. La strategia di Floriano è anche quella di scegliere e far vedere le cose che piacciono, come le carambate sulle tradizioni e la multiculturalità. Per funzionare, funziona, grazie anche ai soldi pubblici che sono quelli delle nostre tasse. Ma è puro illusionismo, finché regge. E la sensazione prevalente è che in questo paese – adesso che gli orizzonti sono estesi al mondo intero – non si sia ancora visto tutto.

Dire che tutto ciò non è bello è il minimo ma purtroppo persistono le genuflessioni di una parte di cittadini anche di fronte alle peggiori nefandezze di Floriano, che si prestano e gli danno ragione, con acrobazie verbali veramente deprimenti e offensive per la dignità di tutti i cittadini guardiesi. Purtroppo.

A sua insaputa

fumetto

Sta di casa in un Comune, ma a sua insaputa. Fa pagare l’Imu, ma a sua insaputa. Ha accanto alla scrivania decine di inginocchiati, di azzerbinati (sempre a disposizione, ci mancherebbe), che lo ricoprono di saliva, ma a sua insaputa. Cumpà (compare) che ti serve? Un permesso su misura? Non c’è problema: la sartoria municipale è pronta a cucire provvedimenti su misura. È il leccaculismo pret a porter, ma sempre a sua insaputa. A settembre verrà processato per direttissima il responsabile dell’ufficio che si occupa di lavori pubblici e appalti, ma a sua insaputa. Per altro, se mai negli anni è successo qualcosa di brutto tra un appalto e l’altro, è chiaro che è tutta colpa dell’architetto. O forse dell’ingegnere, del geometra, ma sempre a sua insaputa.

Quando si dice essere sportivi: il campione olimpico nonché portatore sano di cilicio e contabilità è uno che sa prendersi le sue responsabilità fino in fondo. E infatti le scarica sul primo che passa dalle parti del Comune: “Se succedeva qualcosa di poco trasparente, era a mia insaputa”, dice. E poi: “Mi sono affidato sempre a persone che non hanno mai fatto il mio interesse”. Brutti cattivoni. Sembra uno di quei bambini che viene beccato con le mani nella marmellata: “Non è colpa mia”. E di chi? Del gatto. Del cane. Del fratellino. Della sorellina. Di chiunque. Ma soprattutto dell’ingegnere, del geometra o dell’architetto che “ancora l’anno scorso a precisa domanda ha risposto che era tutto a posto”.

Quasi quasi glielo dico alla moglie, che così lo mette in castigo.

Non contento di  aver finora svicolato dalle proprie responsabilità, questo campione di sfacciataggine finisce pure per lamentarsi. Anzi, di più, finisce nel piagnisteo dell’amministratore pubblico senza vita privata. Da quando è entrato in Comune, infatti, ci ha rimesso molto “sul piano economico”. Poveretto, come fate a non capire? Insomma da quando è lì “guadagna meno e vive peggio”. Che tortura. Ma allora perché non cogliere subito la palla al balzo? Perché non dimettersi subito mettendo fine a questa vita di stenti? “Ha pensato di lasciare”, ammette l’inginocchiato prediletto. Ci ha pensato. Ma poi ha deciso di no. Guarda un po’, a volte, la gente com’è masochista. Ama soffrire. Ma mica perché sia attaccato alla poltrona, macché, che cosa vi viene in mente? Lo fa “per spirito di servizio” e perché “gli interessa il progetto”. Si capisce: gli interessa il progetto.

Ma poi  divaga subito. E attacca: “Non posso accettare che venga messa in dubbio la mia onestà”. Ma certo: come vi permettete? L’ingegnere, il geometra o l’architetto faceva qualche scambio e da sei mesi è ai domiciliari, ma è a sua insaputa. Tesi traballante. Chi osa mettere in dubbio la sua onestà?  E poi era a sua insaputa. E comunque è sempre colpa dei tecnici. “Se ci sono state irregolarità, farò come qualunque cittadino”, è costretto infine ad ammettere di fronte ai fatti grandi come una casa, anzi come un appalto.

Qualcuno, però, potrebbe gentilmente spiegargli che lui non è un “qualunque cittadino”?