Per salvare l’Italia questa sottospecie di politicante (Renzi) deve abdicare

Da cittadino di questo Paese non posso tacere il mio disagio davanti a questo spettacolo, a questa lunga, indecorosa agonia. Non sono mai stato “tifoso” a prescindere, ho ritenuto per anni la politica con tutti i suoi limiti l’inevitabile riferimento per una civile convivenza democratica. Ma ora è necessario che questa sottospecie di politicanti abdichi. Non è questione di separare moderati e radicali; oggi c’è bisogno di nuove sintesi politiche, nuove leadership, nuove strategie. Urge un nuovo disegno organico per l’Italia, una strategia lungimirante e una motivazione forte. Costi quel che costi, è tempo di anteporre agli interessi immediati, emotivi e personali l’interesse nazionale, politico e culturale. Per questo non possiamo vivere una democrazia con un leader come Matteo Renzi al centro e una costellazione di oppositori e finti oppositori che ruotano in periferia. Ha impiegato anni per conquistare il sostegno dei papaveroni vari accontentandoli e concedendo loro nomine, decreti ad hoc e varie regalie che solo il potere può elargire. Oggi è soltanto un ragazzotto di provincia che per combattere la propria inadeguatezza e insicurezza cerca di conquistare il pubblico del momento, in questo caso i populisti. Atteggiandosi a statista. Ma ve lo ricordate il meraviglioso mondo di Matteo Renzi? Uno abituato a recitare sé stesso con la consuetudine e gli automatismi di un Houdini qualsiasi. E quindi spazio al treno dei miracoli tra disinteresse e scongiuri dei pendolari. Soste continue, giro d’Italia in ogni provincia. Come sempre, Renzi si conferma Renzi. Promette e non sa come mantenere. Parte e non sa dove arrivare. Adesso è partito, più o meno sa dove arriverà, ma non ha capito bene chi pagherà. E la risolve a modo suo con un sms, che dice e non dice, però chiede. E come se chiede: “In viaggio con il Pd, dai energia al treno. Puoi donare 2 euro inviando un sms al numero … Scrivi: destinazione Italia. Grazie per il tuo sostegno”. Va in tv dalla Gruber e via ai miracoli del suo governo, il jobs act, il milione di posti di lavoro, i 100.000 insegnanti stabilizzati, l’autonomia (poco credibile) di Paolo Gentiloni e alla stroncatura sistematica dell’avversario con la protervia che gli è nota. Ve lo ricordate il 41% alle europee? Oggi i numeri dicono ben altro. E non basterà la servizievole giornalista con cui conversa amabilmente (intervistare è un’altra cosa) nel salotto televisivo. Mancano solo gli spritz con i salatini. Mancano gli spritz, manca il contraddittorio, mancano sostanziali novità. Niente sullo scandalo Consip. Niente sugli appalti, sui pizzini, sull’amico Luca Lotti indagato, su quel papà al quale non sembrava credere neppure lui. E poi niente sulle banche, sul Giglio magico, sullo spoil system feroce che ancora continua. Duro giornalismo di frontiera, non c’è che dire. E alla fine dello show in solitaria il bulletto di Rignano non riesce a ottenere neppure il gradimento della maggioranza di quei telespettatori che hanno resistito al sonno. Niente a che vedere col meraviglioso mondo di Matteo. Lui che parlava parlava, faceva gag in tutti i programmi, decideva tutto, comandava da solo e annunciava beatitudine nazionale, riscatto popolare, paradiso in terra. E intorno a lui un leggiadro cerchio magico di garzoncelli scherzosi e dame, a cominciare dalla favolosa fatina dagli occhi turchini Maria Elena Boschi, che sorrideva al mondo e inondava con la sua luce le telecamere. Era un tripudio di pubertà. Giovani che correvano felici nei campi, ridenti fanciulle che parlavano in nome di Lui o sedute al suo fianco, veloci riforme che spuntavano come funghi, bonus che fioccavano ad ogni tornata elettorale… Era bello vivere nell’illusione del renzismo, era bello vedere la Boschi, la Madia, la Serracchiani, le altre renzine; ora è l’ora dei rancori, della ricerca spasmodica della ricandidatura, delle facce disperate, dei piagnistei. Tutti si scoprono più cattivi, col dente avvelenato, anche qualche giornale e i poteri più o meno forti che fino a ieri scodinzolavano a Renzi. Godi fanciullo mio, scrivevano estasiati intellettuali e opinionisti, età soave è codesta; ma già qualcuno avvertiva che dopo il Sabato del villaggio, sarebbe arrivata la Quaresima e il cupo avvenire. E infatti dopo il dì di festa vennero i giorni cupi per il Giglio tragico e il Pinocchietto scherzoso. E ora, dopo l’età felice di Matteo vedi sfilare i volti grigi e malinconici dei Gentiloni, degli scissionisti, dei banchieri, dei magistrati, dei faccendieri, dei concorrenti molesti alla poltronissima di Renzi. La monarchia popolare di Renzi si è tradotta in monocrazia egocentrica. E da cuor di leone qual è, va dalla Gruber e inizia ad accusare altri e a tirarli per la giacchetta. “Gentiloni sapeva”. Per dire l’ultima…

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Caro Carlo, perché non facciamo una bella marcia da Guardia?

“…abbandoniamo le ipocrisie e i manipolatori professionisti e riprendiamoci un sano confronto fatto di idee, pensiero, rispetto delle posizioni altrui e liberiamoci degli affaristi che pensano solo a come sfruttare le proprie posizioni dominanti per coltivare le clientele…”: si legge in un appassionato post di Carlo Falato su Facebook. Parole che mi hanno molto colpito, e anche sorpreso. Benvenuto tra noi… meglio tardi che mai… chi non muore si rivede…e via discorrendo: verrebbe subito voglia di dire. Ma non lo dirò! Al contrario, devo dire che sinceramente, me l’aspettavo. Aggiungo anche – per quel che può valere – che la sua scelta ha accresciuto la mia stima nei suoi confronti e non per una banale condivisione di pensiero ma per il suo anticonformismo, per il suo atto (sincero) di lealtà verso la vita di questa comunità, i suoi giovani e la storia del suo paese. Tra tanti ominicchi e quaquaraquà, ecco un uomo, verrebbe subito da dire, che senza clamori, senza intemperanze, forte solo della sua coscienza pulita e libera dignità, decide che è arrivato il momento della verità. Di dichiarare a viso aperto, nel momento assoluto della verità, che questa Guardia non ci piace, anzi questa non-Guardia ci dispiace. Personalmente e politicamente dissento da molte sue posizioni, ma capisco e non posso non condividere chi, come me, ritiene che questa comunità stia vivendo un interminabile funerale e un indecente necrologio. Al punto che mi domando: val la pena continuare a vivere a Guardia? Me lo chiedo sempre più spesso, quasi ogni giorno, navigando tra l’immoralità e l’incompetenza, il caos e i disservizi. Perché avverto come molti (per lo più giovani) una sensazione di estraneità e rigetto in mezzo a uno “sfascismo”, ossia la voglia di sfasciare questa nostra comunità, la sua identità e la sua civiltà, sempre più invasivo e prevalente, per il quale noi abitanti siamo d’intralcio, quasi quanto loro per la nostra vita quotidiana. Quello stesso “sfascismo” che va dalla cosa pubblica alla vita privata, che investe famiglie e valori, che giustifica ogni sfascio come una liberazione e un’emancipazione. E che ha ridotto questo paese a sala d’aspetto dello studio in via Parallela, tinello di un potere sempre più invasivo e prevalente, corridoio umanitario per i guardiesi. Un potere che annuncia che avremo – forse – “l’alta velocità ferroviaria, la banda larga, la sensoristica utile ad una viticoltura intelligente” ma ci si dimentica di dirci che a Guardia esistono ancora abitazioni che non dispongono di strade, fognature e servizi essenziali. E noi guardiesi, sempre più barricati dentro noi stessi, viviamo sui social e non vediamo oltre la nostra trippa, abitiamo da allogeni la nostra comunità.

“…i più giovani dovrebbe imparare ad esercitare di più il proprio pensiero e non ad essere accondiscendente per questioni di convenienza…. questo non vi aiuta a costruire un futuro e soprattutto non contribuisce a far crescere una comunità”: come non essere d’accordo. Caro Carlo, ma se potessero, quanti guardiesi andrebbero via da Guardia? Temo tanti, forse i più e non solo i più giovani, anzi più gli anziani dei giovani. Capisco chi resta per necessità, chi per lavoro, chi per gli affetti, chi perché ha beni non trasferibili, o semplicemente non saprebbe dove andare o non ne avrebbe i mezzi per farlo. Ma chi è svincolato da tutto questo, chi può sottrarsi, chi ormai è libero, cosa lo trattiene, oltre l’abitudine? Eppure, come tu ben sai, i motivi per andarsene ci sarebbero. A Guardia si vive sempre peggio, il paese è sempre più ostile e sgradevole ai suoi abitanti, oltre che sporca e inefficiente. Arrivano gli stranieri ma vanno via i ragazzi, vanno via i pensionati, pensano di andar via anche gli altri. È andata peggiorando di anno in anno, fino all’estrema unzione dell’amministrazione Panza. Altro che Unesco, il pericolo è proprio Floriano Panza, quella è l’emergenza prioritaria per Guardia… Certo, resta l’amore per questa comunità, pure così perdutamente cazzara, il fascino di un luogo speciale, restano i ricordi e gli scorci magici, qualche magnifica serata, qualche glorioso mattino di luce e di azzurro. A volte il brutto si distrae, dorme o si concede qualche tregua. Ma la voglia di andarsene si fa sempre più forte perché avverti che Guardia sta sempre più dileguando il suo cuore vitale, la sua anima carnosa. Guardia ha perso quella magica coralità e quella affabile cordialità che ti faceva sentire sempre dentro, mai fuori contesto. Ecco perché ci toccherà prima o poi di andarcene, perché si vive male. Meglio rifugiarsi altrove. Anzi, lancio una proposta: mentre altri fanno marcia su Roma, perché noi non facciamo una bella marcia da Guardia? Via, andiamocene via… Lasciamolo solo.

Non c’è Unesco senza Floriano

Non c’è Unesco senza Floriano. L’Umberto annuncia tempi stretti per l’avvio dei cantieri, e manco il tempo di dire sorge il sole, canta il gallo, ecco Floriano che monta a cavallo e convoca ad horas il Consiglio Comunale per far approvare le osservazioni sul tracciato della Napoli-Bari da presentare alla Conferenza dei Servizi. Floriano ­però prima di ogni cosa pretende di avere la Valle tutta per sé per farne – lui che è stato “presidente, imprenditore vitivinicolo, commercialista”, ma soprattutto politico della prima ora – il più splendente sito Unesco dell’intero globo terracqueo. Per lui non c’è nulla di più entusiasmante e improrogabile. Dio me l’ha data (Guardia), guai a chi me la tocca. Unesco & Falanghina.

Non c’è Unesco senza Floriano. Floriano, un uomo gentile, elegante, sempre attento alle buone maniere, sul proprio profilo Fb, comunica ai suoi followers che l’articolo “redatto” da tal Angelo Agrippa sul Corriere del Mezzogiorno, “per il suo contenuto, ha ottenuto persino i graditi complimenti (probabilmente suggeriti dal duo Ferdinando-Vittorio) del direttore della Reggia di Caserta Prof. Felicori”, per quello che Floriano sta facendo e può fare per valorizzare il “suo” territorio, ovvero incaricarsi di condurre per mano l’intera Valle verso l’Unesco. Unesco & Falanghina, appunto.

Non c’è Unesco senza Floriano. Guardia è un paese borbonico, in senso stretto, in senso lato e ora anche in senso caricaturale. Floriano, infatti, in vista dell’avvio dei cantieri dell’alta capacità ferroviaria Napoli-Bari, ha preso una decisione degna di un sovrano borbonico: ha dato ordine di “fare ammuina”. Ossia di fare confusione per occultare le ricadute sul territorio che il nuovo tracciato ferroviario comporta (obbrobri ambientali, dissesti idrogeologici, espropri e salvataggio di aziende decotte, appalti e subappalti, ecc…). L’ammuina, insomma, l’agitarsi a vuoto nella speranza che il cittadino ci caschi e non protesti. Al tempo del re Ferdinando si vuole fosse compito della marina militare mentre al tempo di Floriano è compito dell’Unesco, dei ponti e dei rilevati. Unesco & Falanghina, prosit!

Non c’è Unesco senza Floriano. Una ne fa, cento ne pensa. Il divino Floriano cattura tutti. Fa pedagogia: “…il centro abitato deve diventare sempre più una perla a servizio di tutti coloro che amano veramente Guardia Sanframondi”. Dopo questa dichiarazione gioiscono persino i rammolliti del paese. Però in cuor suo Floriano trema. Trema perché si è accorto che a Guardia i gatti hanno sorpassato i cani. Questo fenomeno, dice il veterinario locale, “va di pari passo con la variazione dell’assetto familiare. Facilmente la famiglia ristretta sceglie il gatto”. Il gatto si fa servire, laddove il cane serve. Il gatto a Guardia fa le fusa al crollo demografico. Piange Floriano e si dispera, e insieme a lui la Guardia gattara e decadente: meno famiglie, più gatti e meno cani, meno bambini… e meno voti. E con lui tutta la Valle sta col fiato sospeso. Sia maledetto il gatto, presagio di estinzione. Unesco & Falanghina, addio.

Il popolo degli invisibili

Il partito del non voto esiste. Non è un miraggio. Non è un’astrazione. È quel “partito” di italiani che non vota e che da sempre è ago della bilancia. Astenuti, indecisi e delusi dalla politica. Non ha leader, non ha bandiere, non va in televisione e non fa congressi. E quel partito che accende la tv e vede un’aula sorda e grigia che vota con sordido grigiore una legge bruttissima, detta Rosatellum, che risponde a una sola logica, che è poi quella che prevale da anni: essere utile a chi la fa, più soci e affini. Se si esclude una piccola pattuglia di dissidenti e d’imboscati che la boicotta (ma non per una questione di principi e di idee, ma perché quella legge li penalizza, li tromba), il vero problema di questa legge è proprio quello: è meschina come le precedenti, serve solo a interessi di parte e a scopi contingenti, tradisce come le precedenti il popolo sovrano, impedisce il diritto costituzionale di scegliersi i rappresentanti. E sarà cambiata alla prossima tornata, perché cambieranno esigenze e attori protagonisti. Ma il dramma che ci resta è il partito del non voto, è non sentirsi rappresentati, non trovare tracce alternative di credibilità da nessuna parte. Solo un penoso minuetto di casi personali o di clan, di cui continuano a trastullarsi gli ultimi giocolieri che si divertono a sfornare presunte spiritosaggini in forma di varianti lessicali al Rosatellum, tutte col suffisso tellum. Che pena. Poi, si sa, approvata la legge, salvo miracoli, dalle urne non uscirà alcun governo, alcuna maggioranza e si dovrà riprendere la menata degli inciuci; quanto mi dai quanto ti do, con lui si, con lui no, o perlomeno non davanti a tutti. In tutto questo teatrino, il partito del non voto ama nascondersi sotto il mantello magico dell’invisibilità ed è pronto a sfondare qualsiasi quorum. Come in Spagna e in Olanda questo è l’unico partito che non avrebbe problemi a governare. Il Governo è suo, solo che la poltrona che adesso occupa Gentiloni resterebbe vuota, come il più rarefatto simbolo di democrazia. Quel posto vuoto è un simulacro, una provocazione, una rivolta, una disillusione, l’approdo di chi non crede più a nulla, il gesto muto di chi non si sente più rappresentato, l’alzata di spalle di chi tira a campare e sacramenta “tanto sono tutti uguali”, menefreghismo, qualunquismo senza sponde o un segno metafisico di anarchia. Fatto sta che tutti insieme puntano alla maggioranza. E lo fanno proprio adesso che i partiti si spacchettano, ognuno con la sua riva da raggiungere. Quelli che appunto sognano il 40 per cento, ma che adesso, dopo batoste o cadute sentimentali, lo vedono scomparire all’orizzonte. Quelli che riscoprono un destino da ago della bilancia o si accontentano di battere il vicino di casa: io ho preso il 15 e tu il 13 e allora comando io. Quelli che ballano sulla linea di sopravvivenza e benedicono il 3 per cento. Quelli che danzano sulle punte di un centro sempre più piccolo o di una sinistra ancora più a sinistra sparpagliata come coriandoli. Nessuno di loro in questa democrazia in cerca d’autore ha la forza e il numero del partito del non voto, di chi non vota, diserta o si astiene. Eccolo allora quel partito del non voto che nell’attribuzione dei seggi non conta nulla, ma di fatto rappresenta più di qualsiasi altro le viscere degli italiani. I partiti, quelli in carne e ossa, ne parlano ma non li vedono. E qui c’è da interrogarsi su questo fenomeno. Non li vedono perché sono invisibili? Forse no. Forse non li vedono perché semplicemente la politica da troppo tempo è cieca. Per loro vale una storia che qualcuno ha già raccontato. È letteratura. È finzione. È profezia. È verosimile e quindi più vera del vero. L’autore non c’è più. È portoghese e premio Nobel. Si chiama José Saramago e il romanzo è “Saggio sulla lucidità”. “È il giorno delle elezioni. Siamo in una città imprecisata di un paese imprecisato… Piove. Piove come poche volte. Gli scrutatori sono stravaccati in attesa che arrivi qualcuno. I politici preoccupati. Il tempo migliora e la paura del boicottaggio sembra passare… Ci sono file di elettori in ogni seggio. Il peggio è scongiurato, ma la sorpresa arriva quando si aprono le schede. Bianca, bianca, bianca, bianca. Il 70 per cento è un voto in bianco… Sconcerto, sarcasmo, scherno. La stampa parla di ‘uso dissoluto del voto’ e presto l’elezione diventa la ‘congiura delle schede bianche’. Il potere reagisce male… Il governo dichiara lo stato di emergenza, poi lo stato d’assedio, poi ritira la polizia e tutti gli apparati governativi e infine chiude del tutto la città, come se fosse in quarantena… Che fa un popolo senza governo? Nulla. Non succede nulla. Non un omicidio, non un pestaggio, addirittura nessun furto. La politica per la prima volta è costretta a vedere gli astenuti…”. Questa storia è finzione. Ma il popolo degli invisibili in questo Paese si sta prendendo il quorum. La “cecità” è un’epidemia. La cura non arriva dall’alto e neppure dal basso. La causa è una politica che si ostina a guardarsi l’ombelico. Nessuno ha una pozione magica e di certo le piazze sono piene di imbonitori e venditori di intrugli ed elisir miracolosi. I romanzi ogni tanto vedono oltre. Non dite che nessuno vi aveva avvertiti.

Guardia Sanframondi: “Falanghinashire”

Toscana dei vip… antiche abitazioni in pietra a poche migliaia di euro nel centro storico… Falanghinashire… giovani del posto occuperanno edifici diventati di proprietà comunale per impiantarvi dei ristoranti tipici e in un altro immobile faremo nascere un incubatore per start up…”: dice convinto il sindaco Panza, intervistato (per modo di dire) dal Corriere del Mezzogiorno. Ma cosa ha fatto di male questo vecchio e nobile paese? Che si chiama Guardia. Una vecchia comunità che non riesce ad affiorare dalle macerie. Ferita e malata, sepolta sotto i detriti della sua stessa casa. Da tempo questo paese è sotto le macerie. I pochi interventi sono enormemente enfatizzati dalla macchina delle istituzioni, ma i tentativi per tirarla fuori viva dalle macerie sono inefficaci, se non sbagliati. Macerie materiali e macerie morali che la distruggono da dentro, nell’intimità, spingendosi fino all’interiorità. E chi ci vive spera di andarsene, sogna la fuga, neppure più per sé, ma per i figli. Certe comunità non crollano, ma semplicemente si svuotano e non sai neppure dire quando è cominciata la fuga. E per un borgo di 4910 abitanti (di cui circa 130 stranieri e non 250, come ben ci ricorda Carlo Falato) è il miserere di una lunga agonia. È un perdersi d’animo che deriva da una perdita dell’anima profonda della comunità, è un seppellirsi sotto le macerie del suo passato prossimo e uno scemare dei tentativi veri, non fittizi, non urlati sui giornali e i media, di portarla in salvo. Io la intravedo questa Guardia nel pozzo profondo delle sue rovine, sento i suoi lamenti e le sue imprecazioni ma avverto come tanti la sensazione d’impotenza, anche perché ho l’impressione che una parte di me, di voi, stia con lei sotto le macerie e non si possa muovere. Paralizzata, schiacciata sotto il peso della sua indolenza, incapace di vedere uno spiraglio di luce. C’è una lentezza, una goffaggine, un’inefficacia, un rimbalzo di colpe e di speculazioni da far rabbia e paura. Passato e futuro cadono tra ombre, recriminazioni e infamie. Fino al punto di confondere passato, presente e futuro e perdersi, naufragando. Perchè qui anche il passato non troppo lontano ha un sapore di eternità. Vivere in questo territorio è molto molto difficile. È un mondo dove le idee si perdono. Le priorità scivolano sulle cose, sugli affari e malaffari che accadano e che ci avvolgono. Fino a diventare metafora per raffigurare la più ampia collezione di macerie materiali e immateriali che gravano sulle nostre spalle.  Le rovine del presente sovrastano per peso e quantità perfino le rovine cospicue del passato stratificate nei decenni. Il tracciato della Tav, un coacervo di interessi elettoralistici e conflitti d’interessi grandi come una casa, senza tener minimamente conto dell’impatto devastante al nostro territorio, è solo l’ultimo esempio. Guardia resta sotto il cumulo di macerie, e nessuno riesce a tirarla fuori, nessuno che vuole frugare tra le rovine.

Ecco, Guardia. Eccola, la foto. La foto che non viene veicolata all’esterno. Ecco il video che il cittadino scozzese che ha adottato un filare di Falanghina a Guardia “controllato a distanza con una telecamera” non vedrà mai. Non serve più a niente chiudere gli occhi. Eccola, quindi, la foto. Autentica, senza alcun fotoritocco. Che però, anche se non si vede, si sente. È monnezza: materiale, morale. È soltanto esibizione, forse, è pure roba antica. Se però chiudi gli occhi scompare, sparisce, passa, tanto questa comunità mica si scandalizza per due stronzate dettate a un giornalista untuoso. Ne ha viste tante in questi ultimi sette anni e niente rimane. La monnezza no, ti si appiccica addosso. E non è solo una questione di rifiuti, di scarti o di pantegane grasse e lente che passano indisturbate lungo le stradine deserte del centro storico, quella puzza è un’ombra, un profilo, come un confine, una sorta di parassita morale che si arrampica fino al cervello e ti segue. Questa puzza di monnezza tatuata sulla pelle, e che quasi non sentiamo più, è il segno di una comunità incancrenita. È il nostro odore e non passa. Questa puzza siamo noi. Siamo noi che permettiamo che tutto ciò avvenga. “C’è ancora tanta polpa intorno all’osso”: è questa la metafora guida del sindaco Panza. Guardia è soltanto un osso da spolpare. Il simbolo di un’utopia andata a male dove ciò che serve non è mai disponibile al momento giusto e in quantità sufficiente. Con i cittadini guardiesi tutti in fila, gli uni accanto agli altri, spesso all’oscuro della merce che gli viene venduta. Oggi Guardia è solo la registrazione in presa diretta di voci, dialoghi, frammenti di conversazione, speranze, sogni, paure, di gente in attesa. Con un solo narratore che si racconta e che ha trovato la propria coscienza nell’io. Un paese dove ascoltano tutti la stessa radio che lancia gli stessi slogan: la Guardia multiculturale è la nuova dottrina, Floriano è il grande padre. È questa la nuova metafisica del popolo guardiese. Ci si affida al potere che sceglie per te. Che fa promesse che non può mantenere, ma che ti fanno sentire tranquillo. In fondo fidarsi è più facile che mettersi in gioco ogni giorno. Ed è così che muore una comunità, tra applausi scroscianti.

Guardia Sanframondi: “Unesco & Ferrovia”

Ecco un dettaglio che dice tutto di Floriano, eroe del Rinascimento Guardiese, luminoso esempio di Onestà, nonché combattivo difensore della Bellezza, impegnato su ogni impegno possibile e immaginabile per proiettare Guardia in ogni dove dell’orbe terracqueo (e forse anche in orbita). Da giovane faceva il mago. Ebbene sì: riceveva e dava consulenze in tema di sortilegi e fatture. Non solo quelle dei bilanci, si badi bene, bensì affatturazioni del tipo occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. Si fa quel che si può, ci vuole l’umana comprensione – si sa – ma siccome in Lui la fissazione della Magia è peggio della malattia, a un certo punto, un bel giorno, fece una “pensata”, una vera e propria ricetta contro l’Inerzia del Guardiese (che ormai guarda a Lui come il monolite nell’Odissea nello Spazio di Stanley Kubrik): il Riconoscimento Unesco. Come osa il Mostro di Ferro, sfrecciare nel bel mezzo dei nostri vitigni? Paesaggio, Bellezza, Arte, fatica dell’immaginazione, e visibilità, tutto è compromesso. Guardia aspetta soltanto l’Unesco, ringhia Floriano. E, com’è naturale che sia, tutta la popolazione si precipita a mettere un like sul profilo di Floriano. Ma nessun like può spegnere il fischio. Come ha spiegato il suo “caro” amico Marino Niola qualche tempo fa in un’intervista, “la sonorità del fischio non ha eguali”. È la rivincita sul like, il fischio. È tutto un crescendo di sonorità verso la pernacchia. Come è giusto che meriti, Lui, il Genio. Delle fatture, va da sé… Inutile descrivere lo stato di allucinata isteria in cui versa Amedeo (che di Magia se ne intende), da sempre proclamatosi iniziatore della pensata di Floriano, privato della pur minima possibilità di potervi apporre il proprio sigillo e che, tra il brusco e il lusco, rischia di finire ai lavori socialmente utili come parcheggiatore a Medjugorje, in attesa dei pullman del padre Renzi in pellegrinaggio. Floriano, comunque impietositosi, sotto sotto cerca di confortarlo ma Amedeo è proprio fuori di sé: vuole a tutti i costi la primogenitura…

Berlusconi e quel patto con Renzi

Ecco: la svolta “governativa” di Silvio Berlusconi, lieto di dare una mano a Paolo Gentiloni, attira i parlamentari un tempo trasmigrati presso altre sigle. È lui oggi il vero termometro della politica. Tutti bussano alla porta di zio Silvio. Col sistema elettorale proporzionale in arrivo, zio Silvio sarà sempre più zio Silvio: e perdonerà tutti. Forse anche lo stesso Matteo Renzi. Silvio Berlusconi che fa il patto con Matteo Renzi, di questo si parla. Il suo popolo fino a oggi – votando i Cinquestelle pur di non far vincere il Pd – ha dato una chiara indicazione e dovrebbe tenerne conto. L’Italia alle vongole – ieri nei tinelli seduta a guardare la tivù, oggi impegnata a postare su Facebook – si riconosce più nei Cinquestelle che nel furbetto di Rignano. Il Pd di cui il bulletto è il titolare altro non è che il salotto buono, la lobby e il riferimento del potere. Altro non è quel partito che la casa del comando – erede più dell’egemonia di casta che della Dc di popolo – ed è il tempio del comando da dove l’italiano qualunque è sempre stato tenuto fuori. Come fuori da sempre, per quanto protagonista, è stato lo stesso Berlusconi. Oggi il suo fingersi rimbambito – è il Matto dei tarocchi, giusta figura per un seguace di Erasmo da Rotterdam qual è Berlusconi – altro non è che il capolavoro degli affari suoi. E con il Rosatellum in un colpo solo ha fatto tutto: ha tagliato la strada verso Palazzo Chigi al M5S; ha azzoppato l’opa sul centrodestra, o area moderata che dir si voglia, dei vari Alfano, Quagliariello, Fitto, Parisi, ecc.; ha regalato a Matteo Renzi il competitor più comodo, ovvero Matteo Salvini. È tornato Brevnev e tutto, nell’apoteosi della politica, sarà condonato. Certo, sarebbe stato magnifico, invece che annoiarsi con le scissioni della sinistra, assistere a un congresso del centro-destra. Dove vecchi e nuovi fusti del mare grande moderato, con signore dai tacchi altissimi, con uomini dalle panze avvolte da cravatte prese al chilo, stanno in trepidante attesa di zio Silvio: “Solo posti in piedi, qui, da noi”. Altro che Leopolde.