Gli oracoli del politicamente corretto

Quindi fatemi capire, la scelta è tra stare dalla parte dei grillini brutti, sporchi e cattivi e di un uomo con la barba non tanto curata, i modi bruschi e la camminata da montanaro che si aggira da qualche anno nell’inconscio degli italiani o quella degli oracoli del politicamente corretto? Quelli che credono di possedere la verità rivelata e trasferiscono presunta cultura e supponenza a noi plebe? Dalla parte di Lega e Cinque Stelle o quella degli scafisti e dei Casamonica? Si sta sul serio aprendo un dibattito su questo? A questo siamo arrivati? Una guerriglia senza sosta che viene portata avanti da chi non solo non ha alcuna possibilità di fare qualche breccia, ma anzi rappresenta uno dei motivi di forza sia dei Cinque Stelle che della Lega, non fosse altro perché il chiasso attorno ad ogni loro minima gaffe o per qualsiasi pagliuzza scoperta finisce per fare emergere gli errori e le contraddizioni di chi ha intere travi da nascondere? Strano che non l’abbiano capito. Fa proprio tristezza l’idea che gli oracoli del politicamente corretto (intellettuali, ad esempio, come lo scrittore Edoardo Albinati – vincitore del Premio Strega 2018 -, che per odio verso il governo Conte si augurava, in forma contorta, la morte di uno dei bambini dell’Aquarius), colmi d’etica scritturale, si appellino al razzismo e al nazismo e dimenticano di parlare dei circa 3 milioni di italiani costretti a mangiare nelle mense dei poveri, delle migliaia di giovani, laureati e con un’elevata qualificazione culturale e professionale, costretti a lasciare la loro casa e le loro famiglie per cercare un’occasione di vita, una prospettiva di lavoro. Fa proprio mestizia che con noterelle sentimentali gli ottimati da Ztl, dal loro acquario delle anime belle, predicano (per giunta prendendosi sul serio) su quanto è culturalmente appagante l’accoglienza indiscriminata! L’apparente solidarietà per gli ultimi. Soffrono. Gli oracoli del politicamente corretto, ex-ministri, ex-parlamentari, intellettuali, giornalisti, conduttori di talk-show, a vedere la concordia ormai dilagante tra i ministri a cinque stelle – sempre inappuntabili, nel loro sorriso cordiale – e quelli leghisti, bruti e impresentabili per definizione, proprio non ce la fanno a non disperarsi. Soffrono. Ah, come soffrono. La solita compagnia di giro di figure, figurette, figurine e figuranti morti di fama che bivaccano in tv da mane a sera a berciare, interrompere, contraddire e soprattutto contraddirsi. Tutti atterriti dal “laboratorio del populismo di governo”. Soffrono. E rosicano. Ma come? Dopo 5 anni e 3 governi, Alfano non è più ministro. Non è meraviglioso? L’ideologia e il rosicamento sono duri a morire. Soffrono. E pagnucolano per il “governo di destra”, con “programma di destra” e probabilmente anche canottiere, mutande, calzini e guêpière di destra. A leggere i loro anatemi, pare che il governo Conte è un governo da vomitare. Non le vedete le camicie nere in marcia su Roma con le bandiere di 5Stelle e Lega? Peggio per voi: il fortunatamente ex ministro Delrio li ha visti e ha subito denunciato il palese fascismo del governo Conte. Soffrono. Ah, come soffrono. La verità è che un governo così, nel bene e nel male, non l’avevamo mai visto. Per gli oracoli del politicamente corretto è una cosa complessa e un oggetto ancora misterioso: un mix tra nuovo e vecchio, popolo ed élite, sistema e antisistema, europeismo e antieuropeismo, progressismo e centrismo e reazionarismo, destra e sinistra e anti-destra-sinistra. Un governo che però incontra le vittime delle banche e i giovani riders: le avanguardie dei vinti della crisi finanziaria e del lavoro precario senza diritti; le peggiori eredità di un centrosinistra senza bussole né principi. Un governo che parla di salario minimo, meno tasse, più sicurezza, garanzie sociali, reddito di cittadinanza, pensioni anticipate, investimenti al Sud, lotta ai reati dei colletti bianchi, acqua pubblica, green economy. Tutte cose che dovrebbero suscitare cori di approvazione nel centrosinistra. Invece le dicono Di Maio e Salvini, ergo è tutta destraccia. Sia chiaro, ciascuno di noi ha dei punti di riferimento per orientarsi nei momenti d’incertezza. Chi consulta l’oroscopo, chi lo psicanalista, chi le linee della mano, chi i fondi del caffè. Noi abbiamo gli oracoli del politicamente corretto, noti fustigatori di costumi altrui. Ah, dimenticavo: per loro i razzisti sono sempre quegli altri.

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Diciamocelo: anche noi rosichiamo

Chi non vorrebbe avere uno stipendio da senatore (14/15mila/mese) e andare in giro per il mondo (lautamente retribuito) senza dover fare il lavoro per cui ti pagano? Chi non vorrebbe tenere un ciclo di conferenze su come portare un partito dal 40 al 18% e poi vivere di rendita andandolo pure a raccontare in giro. I comuni mortali al massimo hanno l’aspettativa non retribuita. Che goduria l’intervento in Senato di Matteuccio: è stato veramente convincente. Parlava come quei bambini vendicativi che in spiaggia planano col fondoschiena sul castello di sabbia appena costruito dall’amico antipatico per fargli uno sgarbo. Evidentemente stare all’opposizione gli fa bene. “Noi siamo altro”, urlava gesticolando nel suo consueto stile da guappo, e fa un certo effetto pronunciato da un tizio che in mille giorni ha indossato tutte le maschere. E che dire delle capriole e le contorsioni dei giornali orfani (di Renzi), dei commentatori del giorno dopo: sono una delizia che contribuisce a spiegare non perché lo spread sia salito o sceso, ma perché in Italia si acquistino sempre meno quotidiani. E che dire del piccolo grande establishment come il nostro che in questi giorni vede sgretolarsi il terreno sul quale ha posato comodamente i piedi per anni – e per questo auspica il ritorno del bulletto fiorentino – che reagisce con le armi più pesanti che ha: i media. Su, confessiamolo: anche noi rosichiamo. Invidiosi delle capacità oratorie e camaleontiche del bulletto fiorentino. Ma anche della voce maschia di Del Rio che tuona: “Conte, non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti”. Caro Del Rio, vogliamo andare a vedere, nel suo partito, quanti pupazzi del puparo ci sono? Che soddisfazione. Sconfitti nelle urne, sentirli abbaiare dagli scranni del Parlamento. Ringhiare nei talk-show, replicare all’infinito i loro proclami scritti sull’acqua. Applaudire estasiati davanti all’ultima performance tutta psichica di un ambizioso di provincia che ha scalato il loro partito polarizzando ogni sentimento attorno alla sua persona, commissariandolo e riducendolo a quel che è oggi: un campo di forze e ambizioni personali confliggenti o coincidenti col suo ego patologico e dunque prive di qualsiasi orizzonte credibile. Eravamo rimasti che avrebbero “rosicchiato i pop corn” dopo il 4 marzo, e infatti rieccoli, rieccolo a mandare avvertimenti, a dettare la linea alla sua amicaglia di miracolati, a parlare a nuora perché suocera intenda, ma soprattutto a liberare la sua incontinenza narcisistica, il suo bisogno di pubblico, il suo cercare di ricostruire una immagine di sé integra, intoccata dagli scandali Consip e dalle ombre giudiziarie sul babbo e ora pure sulla mamma. Che soddisfazione, le loro facce allegre. Vedere questi alchimisti delle risorse pubbliche per prendere voti, oggi confidare di poter tornare credibili rivendicando una presunta “diversità profonda tra populisti demagoghi e Pd”, e non intendono che i primi vincono mentre il secondo ha perso. Intendono proprio che solo il loro vestigiale partito di furbastri o di nullità senza spina dorsale è in grado di fare l’interesse degli italiani, che si ostinano a non capirli. Forse per comprendere la vera natura di siffatti personaggi più che alla politica bisognerebbe rivolgersi alla psicanalisi. L’amico psicanalista del bulletto fiorentino, tal professor Recalcati, non può fare proprio niente per loro? Tipo convincerli che il sentimento degli italiani nei loro confronti è cambiato. Non li sfiora il sospetto di essere irrimediabilmente caduti in disgrazia, come dovrebbe suggerirgli lo psicanalista della Leopolda? D’accordo, ci vorrebbe Freud, ma forse anche Recalcati può bastare.

La sofferenza del “Quarto Potere”

Il nuovo governo giallo-verde, il governo plebeo, quello dei barbari, gli incivili (osservati con tanta invidia dai salotti della buona borghesia, sempre più inorridita, che non si danno pace che qualcuno abbia usurpato la loro rendita di posizione), qualcosa di buono l’ha già fatto. Ha fatto tornare il mondo dell’informazione e dei media, il cosiddetto quarto potere, all’unica cosa che sa fare: l’opposizione snobistica, saputella e preconcetta. Ma ha fatto tornare anche il nume del multiculturalismo, del Rottamatore – col suo Giglio Magico di Lady Like e Lady Etruria – oggi in allerta d’unisono con gli intellettuali in cachemire e perfino anche con Dudù, tutti insieme riuniti a soffrire e a far diga contro la marea montante populista. A difesa dei profittatori, dello spread e dei mercati. Il nuovo governo giallo-verde, il governo plebeo, quello dei barbari, gli incivili ha fatto tornare un mondo che oggi più di ieri rappresenta le élite, un certo establishment (nazionale e internazionale) che non vuole saperne di piegarsi alla logica della democrazia e della sovranità popolare. Una sorta di elitarismo che considera il Paese reale immaturo e volgare. Che più che raccontare e spiegare la realtà, riflette il mondo parruccone dei salotti. Che detesta la plebe, che condanna i suoi sentimenti come “populismo” e la demonizza perché vota senza obbedire alla loro logica. E vuole continuare a comandare in barba agli interessi generali del Paese. Ne abbiamo, scusate l’espressione, le palle piene. Lo vediamo all’opera dappertutto, il quarto potere, nella società, nei media e nell’informazione. Lo vediamo insultare e insultarsi a vicenda sulla stampa e nelle trasmissioni televisive. La solita compagnia di giro dei talk show urlanti e suadenti. Lo vediamo mettere zizzania, godere nel tentativo di dimostrare che i provvedimenti del neonato governo sono tutti sbagliati, che prima o poi finiremo con il culo per terra. Lo vediamo salire in cattedra: in un monologo ininterrotto che accende e riaccende il festival dell’ipocrisia. Lo vediamo, in giacca e cravatta, alternarsi con nonchalance nei salotti televisivi, sollecitato dal plauso di un pubblico divertito. Lo abbiamo visto in questi anni “lavarsi le mani” e nascondersi dalla storia, dalle lotte politiche e culturali. Lo abbiamo visto nei tentennamenti dell’epoca renziana, innestare la retromarcia e tornare ai bei tempi andati: governativi per principio (a cui si aggiunge l’alto tasso di faziosità ideologica), sempre con quell’aria altezzosa di chi tutto sa e trova la propria ragione di vita nel maglioncino di cachemire, il mocassino firmato, il calice di prosecco in mano. Lo vediamo oggi: nel mondo ovattato degli intellettuali, opinionisti in cerca di collocazione, sempre pronti e disponibili a rilasciare interviste ed apparire in televisione. Vere star di questi giorni: giornalisti, professori, economisti, direttori di prestigiosi quotidiani (che ormai contengono solo previsioni del tempo, segnale orario, programmazione al cinema e santo del giorno e non vendono copie neppure regalate. Non a caso in questi anni hanno perso circa il 60 per cento dei lettori. Un tracollo). Lo vediamo, il quarto potere, mentre recita passi a memoria e segue il copione precostituito. Ma guai a contraddirlo. Guai a contraddire quel suo “buon senso” che trapela da quei salotti che premiano l’effimero e tuttavia guida la fine della triste stagione del renzismo.

I “Rosiconi”

Ammettiamolo: l’esecutivo giallo-verde, nato contro tutti (meno gli italiani), contro la stampa, contro l’establishment, e anche contro il Capo dello Stato (finché i famigerati mercati non hanno fatto capire al Colle che il suo governicchio tecnico avrebbe portato il paese alla rovina), che piaccia o no, ha adesso la possibilità e la responsabilità di cambiare profondamente questo Paese. E chi ha ancora voglia di non rassegnarsi al declino dell’Italia di questi ultimi anni non può non dargli una chance. I “Rosiconi” cerchino di placare i loro bruciori di stomaco (chissà, forse gli è andato di traverso il pop corn). Già, il pop corn. “Volevano assistere allo spettacolo, lo spettacolo sono diventati loro”, ha scritto Giordano. Come avrebbero potuto, infatti, da soli, quelli della Lega e del M5S, raccogliere i voti per andare al governo senza l’aiuto dei “Rosiconi”? Gente come Orfini, Malpezzi, Morani e Rotta, ecc., che quando parla o ascolta un interlocutore, ha sempre il sorriso stampato in faccia di chi la sa lunga. Truppe cammellate che dati per spacciati sotto le terribili sconfitte di questi anni, però riacciuffano per terra il biglietto della Lotteria Italia e passano alla cassa di fronte a una cassiera incredula che gli consegna l’onesto gruzzolo per la sopravvivenza quotidiana, quei 14/15mila/mese che permettono loro una vita almeno dignitosa. Gente che, col terrorismo intellettuale, col governo o senza governo, in questi anni ci ha dato un mucchio di dispiaceri. In queste ore si leggono, si vedono, si odono cose ripugnanti. Cose nauseabonde fino allo spasimo perché sono dolorose conferme del cancro che assale questo Paese che non si può curare nemmeno con la chemioterapia. Una impressionante galleria della faziosità, da parte di personaggi superati dai fatti, che non hanno più narrazione, non hanno più le parole, non riescono più a entusiasmare e non vogliono rassegnarsi all’entusiasmo e la gioia che in queste ore anima questo governo del cambiamento. Che appaga e incuriosisce allo stesso tempo. Chi, se non loro, è il primo responsabile della catastrofe che stiamo vivendo? Chi, se non loro, ha consegnato il Paese a un “clan” di affaristi? Chi se non quest’orda di oracoli del catastrofismo (ma solo quando non sono loro al potere), che rappresenta una minoranza, seppur organizzata militarmente. La loro violenza verbale, i toni incendiari e le mille dichiarazioni dei vari Zucconi, Scalfari, Severgnini, Calabresi, ecc., e quelle che si ricavano dai social segnalano non solo un nervosismo dovuto alla sconfitta, ma una regressione ad uno stato barbarico che è sempre latente e che si palesa, guarda caso, quando gli amici degli amici allentano la presa sul potere o lo perdono del tutto. E tirare in ballo sempre gli stessi fantasmi del passato li rende ridicoli oltre ogni misura. Quello a cui stiamo assistendo è il canto del cigno di un sistema di potere consolidato nel tempo, negli uffici pubblici, nelle televisioni, nelle radio, nei giornali, dove fa carriera chi rinnega l’etica della propria professione; nelle aziende private, dove la precarietà del lavoratore è un qualcosa a cui brindare; nelle strade, dove la furbizia resta una virtù. Un sistema oggi con le spalle al muro, che ha dovuto scoprire tutte le proprie carte mostrandosi per ciò che è sempre stato. Un sistema che è stato criticato, odiato, combattuto, oggi colpito nei suoi punti vitali, dando a chi ha vera e sana passione politica nuovamente la voglia di avere un’idea, seppur contraria, e dando un nuovo lavoro da cercarsi a chi ha sempre e solo avuto interessi politici. Ma perché questa gente non riesce ad assimilare il fatto che quando le elezioni non sono loro a vincerle, non potrà accadere nulla di antidemocratico e tragicamente irreparabile per le libertà civili? Perché questa loro ottusa perseveranza deve portarli a oltraggiare i vincitori di elezioni democratiche fino a paragonarli a omofobi, razzisti, fascisti, antidemocratici, come hanno fatto in queste ore? Ma perché sono così terrorizzati? La democrazia, quella vera, evidentemente sconvolge. Ma se si rinuncia a quella, se muore quella, la libertà va a farsi friggere. Si mettano l’anima in pace: i loro valori non sono i valori di tutti, non sono le tavole di Mosé né dogmi di Stato, sono solo convinzioni ideologiche di una parte, che possono non essere condivise senza con questo macchiarsi di crimine, reato o lesa maestà.

Siamo tornati al punto di partenza

Siamo tornati al punto di partenza. Immersi nella melma che difficilmente ci consentirà di far ripartire questo Paese. “Se siamo in democrazia, bisogna ridare la parola agli elettori”, si va ripetendo da ore. Ma quale democrazia è la nostra? È una farsa, una presa per i fondelli! E poi, che cosa risolveranno nuove elezioni? Se non si tiene conto della volontà del popolo? Se alla fine si troverà qualche altro stratagemma per impedire qualsivoglia cambiamento! Smettiamola allora di stupirci vicendevolmente. Lo sappiamo benissimo come stanno le cose. Con l’odierna situazione geopolitica in cui ci troviamo invischiati, assoggettati al “Mercato”, allo Spread, all’unione di banche che ci ostiniamo a chiamare “Unione Europea”, cosa succederebbe oggi se una qualsiasi nazione decidesse di uscire dalle regole di questo “clan”? Verrebbero inviati i carri armati per ripristinare il controllo sulla popolazione assoggettata? Certo che no! Oggigiorno c’è un esercito molto più potente, silenzioso e invisibile che può riportare lo stesso al silenzio e alla repressione chiunque osi ribellarsi a cotanto ordine prestabilito: la finanza. Semplici cifre su computer e capitali immensi nella mani di pochissimi individui che possono decidere chi oggi vive e chi oggi invece muore con un semplice click di un mouse. Banali decisioni prese da una ristrettissima cerchia che riducono alla fame o alla mera sopravvivenza intere popolazioni (vedi la Grecia o il nostro “magico” impennarsi dello spread nel 2012, per mettere a legiferare chi si vuole dove si vuole, con buona pace della volontà sovrana e della sbandierata democrazia). Detto ciò, se Mattarella ha fatto bene o male, se potesse mettere il veto su un Ministro, interessa poco, non conta, visto che è un giudizio soggettivo. Resta il fatto che il Capo dello Stato non si è posto, nel corso di questa crisi, come il presidente di tutti gli italiani, ma solo di una parte di loro, e precisamente di quella che ha perso le elezioni. Insomma, non è più neutrale, ma fa politica; e questo nella Costituzione non sta scritto da nessuna parte. Ha cominciato a far politica nei giorni successivi al 4 marzo, ha continuato nelle settimane successive, quando innumerevoli “voci dal Colle”, sussurrate a giornalisti compiacenti, ci tenevano quotidianamente informati sull’insofferenza, se non il disprezzo, di Mattarella verso chi le elezioni le aveva vinte (e, di riflesso, verso chi li aveva votati). Ha raggiunto il culmine ieri sera, quando è stato fatto saltare un governo sostenuto dalla maggioranza del Parlamento ed è stato immediatamente tirato fuori dal cassetto un nome che, per gli orientamenti da lui più volte manifestati, rappresenta una linea di politica economica assolutamente opposta: quella, precisamente, che è stata sconfitta il 4 di marzo. Che adesso avrà tutto il tempo di riorganizzarsi, prendere tempo e chissà… magari anche “taroccare” le prossime elezioni… Elezioni che saranno anche un referendum implicito sui nostri rapporti con l’Europa (paradossalmente il voto potrebbe certificare esattamente quello che Mattarella ha tentato di evitare). Fortuna per noi che questa crisi politica stia lasciando il Paese ancor più allo sbando proprio all’inizio della bella stagione…

Tranquilli: il peggio l’abbiamo già passato

Il metodo con cui è stato sparato contro questo governo ancora non nato, checché se ne dica, fa dell’agibilità democratica nel nostro Paese un problema ben più grave del curriculum (ampiamente deriso!) del presidente incaricato fosse anche interamente inventato (e in questo caso non lo è). Una tecnica ampiamente usata in tutti i tempi e in tutti gli ambienti quando manca il materiale per una contrapposizione credibile o la capacità di trovare argomenti. Un tale bombardamento mediatico, un killeraggio mediatico per colpire una persona appena incaricata di formare un nuovo governo non si è mai visto. Siamo al terrorismo mediatico. Siamo all’ipocrisia giornalistica. La tecnica è sempre la stessa. Non c’è la notizia. La si crea. Una recita permanente. Una messa in scena. Una finta. I media non raccontano la notizia, la creano. Tutto il resto è finzione. Questo hanno creato. E come se non bastasse oggi la stampa tedesca si occupa, con toni allarmati, di Paolo Savona, l’uomo “che odia la Germania”, per cui si stanno battendo Lega e 5 Stelle, nell’intento di nominarlo prossimo ministro delle Finanze. I principali giornali parlano di lui. “L’Italia vuole un nemico della Germania al governo”, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung. “Giornali e politici tedeschi insultano: italiani mendicanti, fannulloni, evasori fiscali, scrocconi e ingrati. E noi dovremmo scegliere un ministro dell’Economia che vada bene a loro? No, grazie! #primagliitaliani“, ha prontamente replicato su Twitter Matteo Salvini. L’inquilino del Quirinale poi fa il portavoce e il mezzano di altri poteri, pretendendo di stabilire uno ad uno chi siano i ministri. Lo si può immaginare benissimo con quello sguardo paraplegico che telefona a Juncker, alla Merkel a Draghi: ”Vi sta bene questo premier? Può andare questo ministro?”. Questa storia sta diventando davvero insopportabile. L’Italia ha bisogno di un governo e non di sabotaggi istituzionali. D’accordo. L’alleanza fra M5S e Lega non è naturale: si sono scontrati in tutta la campagna elettorale. Vero. Tuttavia è fuor di dubbio che sono stati gli italiani a votarli. E poi ricordiamoci gli ultimi venti anni, tutti i campioni che sono sfilati a palazzo Chigi e dintorni, il fallimento di ogni programma presentato, l’Italia che di anno in anno è andata indietro, fino agli ultimi posti nella Ue raggiunto nelle ultime settimane. E chiediamoci: c’è davvero il rischio di fare peggio? È matematicamente impossibile… Qualcuno si ricorda dell’espertissimo Mario Monti e della sua superministra, la tecnica Elsa Fornero, quella che ha fatto più errori tecnici con la sua riforma delle pensioni (gli esodati) di qualsiasi studentello alle prime armi? Davvero si può pensare di fare peggio di loro? O di Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni, che durarono solo otto mesi passando alla storia per i voltagabbana del centrodestra e per un paio di provvedimenti pensati solo per le banche e che per altro si sono rivelati inutili, visto che subito dopo sono scoppiate le crisi di Mps, delle popolari e delle venete? Che dire poi delle ricette miracolose di Matteo Renzi e della esperta di banche Maria Elena Boschi? E andando indietro con l’orologio della storia? Si va ai due protagonisti della prima parte del ventennio della seconda Repubblica: Romano Prodi, l’uomo dalle cento tasse con i suoi vari Vincenzo Visco, dracula del fisco. O a Silvio Berlusconi… Anche a quell’epoca le promesse erano elettrizzanti, e i timori sui conti pubblici altissimi. E allora? Allora siamo seri: il peggio l’abbiamo già passato.

Un governo di scopo che non avrà altro scopo che lo scopo

Quella a cui stiamo assistendo, ormai, non è più solo una gigantesca crisi politica, ma un incubo, un dilemma, una gigantesca roulette russa con la pistola, però, tutta carica. Chiunque spara un colpo rischia di restarci secco. Uno spettro si aggira per i palazzi della politica. Grosse Koalition. Governo di scopo. Padella o brace. Il governo di scopo o del Presidente che dir si voglia vagheggiato in queste ore è la padella che non cambia nulla per cambiare in peggio: e fa eterno il sistema. Il ritorno al voto, invece, è la brace che potrebbe svaporare sia il centrodestra che il centrosinistra. Governo di scopo. Mi sembra già di ascoltare le allarmate esortazioni delle prossime ore del Capo dello Stato, richiamandosi all’ormai famosissimo “senso di responsabilità” dei partiti e dei rispettivi organi dirigenti. Governo di scopo. Un Governo di scopo che avrà come esclusivo, effettivo compito, quello di rianimare i due sconfitti per eccellenza delle recentissime politiche: il Pd di Renzi (che senza Renzi si rianimerebbe da solo) ed il partito di Berlusconi. “Il tempo della propaganda è finito. Ora serve un atto di responsabilità di tutti”, “noi siamo pronti a supportare l’azione del presidente della Repubblica”: ci faceva sapere appunto ieri sul Corriere Maurizio Martina. Un governo di scopo, insomma. Un governo che non avrà altro scopo che lo scopo. Lo scopo di rianimare quelli che ci fanno sapere che da mesi (per non dire anni) stanno lavorando alacremente “per il bene del paese”. Ovvero il micragnoso tornaconto dei cosiddetti moderati sempre pronti, per sopravvivere, a sacrificare la propria gente. Quelle élite culturali e politiche che oggi vivono in un mondo che non esiste: che non incontrano mai le persone reali, non affrontano i loro problemi. Una volta chi governava faceva, come si diceva un tempo, massa critica, i leader stavano in mezzo alla gente. Ora tutti vivono in un mondo ovattato. Giudicano tutto attraverso la lente distorta dei social. La ghenga dei soliti furbi – i soliti vecchi, i soliti squali – che fremono per far tornare in ruolo sia Berlusconi che Renzi. Come Berlusconi, Renzi, infatti, è considerato, in automatico, indispensabile. Figurarsi se può mai spaventarsi, uno come Matteuccio, del risultato del 4 marzo avendo dalla sua parte le ambasciate che contano, e poi sì, anche Silvio che nel senatore semplice di Scandicci, trova il suo vero erede. È risaputo, infatti, che la fissazione di Berlusconi è Matteo Renzi e la fissazione di Matteo Renzi è Berlusconi. Che fa il gioco suo. Pronto – dicono i retroscena – a far “responsabili” ben 50 parlamentari in vista del governo istituzionale. Un gioco suo e della ghenga: soliti vecchi, tutti squali. Un gioco con un solo schema. Quello di fare l’ammucchiata col Pd e così arrivare alla resurrezione di Matteo Renzi. Che continuerà a fare quello che vuole, mentre il resto del partito continuerà a fare quello che vuole Renzi. Perchè non è Salvini a tentare l’opa su Forza Italia. La vera scalata al partito di Silvio Berlusconi la vuole fare, l’altro Matteo: Renzi. Vero erede del Cavaliere, il Rottamatore col suo Giglio Magico, è quello che più di ogni altro mira all’abigeato sull’elettorato azzurro. E gli “oppositori interni”, azzerbinati e silenti, sotto la guida di questo fenomeno, si scioglieranno come neve al sole. Tutto il resto è Nazareno. Ecco lo scopo del governo di scopo che non avrà altro scopo che lo scopo. Ma che cosa faccia e a che cosa servirà questo governo di scopo è tutto un altro discorso. Di sicuro, oltre a quanto sopra, servirà ad ubbidire ai pesantissimi diktat di Bruxelles e ai ricatti finanziari che già vengono lanciati. Ossia occhio che se pensate di ribellarvi ricomincia il balletto dello spread.

Governo M5S-Pd: mentre il medico studia, l’ammalato muore

Non so se succeda anche a voi, ma a me questo dibattito sul governo comincia a dare sui nervi. Un fastidio ancor più forte se penso a tutti i problemi che ha l’Italia. Una commedia che altro non è che la cifra stilistica dell’anima della politica di questo Paese. La recita la sua ragion pratica. Una recita collettiva. Corale. Viviamo tutti una rappresentazione in senso teatrale, una messinscena. Il Paese messo in scena. E i cittadini-elettori concorrono allo spettacolo. In due mesi, una dopo l’altra, la politica ha consumato sul palcoscenico tutte le fasi politiche che avrebbero potuto produrre effetti reali: abbiamo avuto la recita del governo dei vincitori, la recita dell’Aventino dei perdenti, e altre gustose parodie; qualcuno le ha applaudite per un po’, se ne è annoiato ed è passato oltre, con l’illusione consensuale di averle vissute davvero. Cittadini-elettori populisti qualunquisti che non hanno capito che, prima di qualsivoglia decisione, dovevano attendere la comparsata di Renzi da Fazio e l’attesa direzione del Pd. Che pure essendo molto attesa, peraltro, era meno attesa del ponte del Primo Maggio, evidentemente. È tutto così ridicolo. Si diceva un tempo che mentre il medico studia, l’ammalato muore. Ma mentre il medico studia e si alambicca nella farmacopea parlamentare, mentre gli elementi reagiscono, spesso buffamente, quando li si accosta l’uno all’altro, l’Italia non può permettersi di cincischiare compulsando ferocemente la lista dei sondaggi. L’attuale situazione politica non è più tale da potersi affrontare con un governicchio, in deroga, che non gode del favore degli elettori. I partiti non possono nemmeno delegare le responsabilità loro alle burocrazie di Stato o a quelle internazionali, altrimenti dimostrerebbero tutta la loro inconsistenza. Il momento è serio perché c’è un Paese sfibrato, diviso e arrabbiato che tra l’altro si avvia a perdere centralità internazionale. C’è una ripresa che frena e la povertà che avanza. Ci sono neolaureati che dappertutto brindano alla disoccupazione con la corona d’alloro ancora in testa. C’è bisogno della politica, di chi si assuma la responsabilità di fare ciò per cui è stato eletto: altrimenti avrebbero (tutti) già fallito ancor prima di cominciare. Che il 4 marzo non avremmo avuto un governo lo sapevamo già, che sarebbero stati necessari giorni e settimane, pure. Quello che non sapevamo (o fingevamo di non sapere) era l’infantilismo fin troppo spudorato di questa politica. Tutti sapevamo che, grazie al Rosatellum, nessun partito avrebbe avuto la maggioranza per poter governare da solo. Lo sapevano tutti che sarebbe stato necessario venirsi incontro. Eppure – due mesi dopo – sembrano ancora tutti così sorpresi, incapaci di ipotizzare una soluzione che avrebbero già dovuto avere. Nessuna formazione è così forte da imporsi, democraticamente, alle altre. L’ipotesi di un accordo fra Pd e M5S continua ormai da giorni ad agitare partiti e militanti. Ed è proprio la base, inferocita e martellante, che colpisce durissimo e senza sosta la dirigenza di entrambi gli schieramenti – con il leader e l’autoreggente “rei” di aver anche solo immaginato di poter scendere a compromessi con l’odiata controparte – e, soprattutto, elettori avversarsi, colpevoli di essere di volta in volta “pidioti”, “grullini”, “mafiosi” o “analfabeti funzionali”. Un governo M5S-PD, insomma, e almeno a giudicare dai social, non lo vuole proprio nessuno. Sia chiaro, non è solo una questione di fretta, ma è anche una questione di rispetto: signori, siete pagati per dare un senso al Parlamento in cui sedete. In quale azienda tre impiegati in brutti rapporti bloccherebbero la produzione perché incapaci di parlarsi? Forse, di governare, non c’è nemmeno più la voglia. A questo punto meglio un Governo del Presidente, una nuova legge elettorale e le elezioni anticipate in autunno.

Un governo M5S-Lega? O un governo di salute pubblica?

Siamo entrati nella fase del relativismo assoluto della politica: il gioco delle parti, il paradosso come criterio di scelta e di comprensione, il rovesciamento continuo dei ruoli e degli scopi. Avremo un governo M5S-Lega? O invece un governo centrodestra-Pd? O una formazione M5S-Pd? O un governo di salute pubblica? Non so quanto possa appassionare gli italiani questa riffa, sarebbe bene, però, non tirare troppo la corda: considerare gli elettori come un semplice parco buoi non è consigliabile. C’è un limite a tutto. Se si supera il quale diviene concreto il rischio che nasca nell’opinione pubblica un movimento dirompente di rifiuto e di disprezzo per le istituzioni dagli esiti imprevedibili. Intanto il tempo passa e il Paese resta senza un timone (e forse è meglio così. Carpe diem, dicevano i latini). Da una parte il M5S, che cerca di rimanere coerente con sé stesso, chiudendo definitivamente a un Berlusconi ai titoli di coda. Un Berlusconi terrorizzato dall’eventualità che in maggioranza alla fine si ritrovi chi ha fatto della legalità una bandiera. Affetto da una sorta di cecità, che lo rende incapace di valutare e prendere coscienza del tempo che fu, e subirne senza reagire, le conseguenze. Dall’altra il soggetto che potrebbe dare una svolta a tutto questo, Matteo Salvini, impossibilitato (!!!) di dare una spallata definitiva ad un personaggio carismatico, ma scomodo. E un Matteo Renzi che, come qualcuno sussurra, pare sia pronto all’ennesimo colpo di teatro passando dal rifiuto a qualsiasi ipotesi di accordo con i Cinque Stelle a una clamorosa offerta di dialogo purché esso parta da un punto focale: Luigi Di Maio non sarà Presidente del Consiglio. Siamo entrati nella fase dove tutti possono allearsi con tutti e con nessuno. Tutti recitano a soggetto. Prigionieri di se stessi prima che della situazione. Una fase dove ciascuno può augurarsi a giorni alterni di accordarsi, di sottrarsi a ogni accordo, di stare fuori, dentro, sopra o sotto le intese, senza mai coincidere in modo definitivo. Le variabili sono infinite e impazzite. Un gioco di luci e ombre, comparse e scomparse, posizioni e fluttuazioni di quel grande palcoscenico che è la condizione umana, e nello specifico la politica italiana. In queste condizioni come si può solo pensare di rifare questo Paese che si sta solo disfacendo, che vive al buio da cieco in una notte oscura? Che vuoi cambiare con lo spettacolo che abbiamo avuto e abbiamo sotto gli occhi. Con una classe politica che da anni ormai vive in funzione del calcolo istantaneo della propria popolarità. Che senza coerenza, senza idee, senza valori è stata lo specchio del Paese che l’ha eletta. Questa è l’Italia di oggi. E non è un bello spettacolo. L’Italia che ha davanti a sé due strade: o una sorta di Gentiloni bis, un esecutivo di scopo che sarà solo un esecutore di quel che ci ordinano l’Europa, il Fondo monetario internazionale, la Bce, ecc… o un governo del cambiamento M5S-Lega, dal momento che come è arcinoto i numeri premiano queste due formazioni ma a nessuna delle due danno la forza necessaria per governare. Certo, dopo il 4 di marzo, le combinazioni possibili sono molte giocando con i numeri sul pallottoliere. Ma mi chiedo: è forse qualcosa del genere che l’elettorato ha chiesto con il suo voto? La volontà degli elettori non conta nulla? Che cosa c’è allora di più ovvio, di più ragionevole, di più democraticamente coerente, qualora nei prossimi giorni si certificasse l’impossibilità di unire M5S e Lega, del mandarle di nuovo di fronte al corpo elettorale perché tra le due ipotesi questo si pronunci in via definitiva? Solo votando si può sperare, almeno sperare, di decidere qualcosa. Lo consigliano i numeri, il loro significato, la situazione generale del Paese. E direi anche qualcos’altro: il buon senso.

Giornalismo e pericolo “populista”

Detesto i giornalisti faziosi. Quelli che non cantano mai fuori dal coro. Soprattutto dal gruppo di cantori oggi rappresentato dal renzusconismo. Quelli che ipotizzano, sentenziano, sacramentano, dottoreggiano: sacerdoti delle alchimie parlamentari. Ognuno fieramente barricato sulle proprie posizioni. Quelli che in queste ore piegano la realtà alla loro posizione politica, che selezionano i fatti in modo strumentale, che costruiscono racconti e analisi solo funzionali alle loro idee o alle loro posizioni, che esercitano lo spirito critico solo nel campo avversario e che usano semplicemente la professione come un altro strumento della battaglia politica che non hanno il coraggio di condurre direttamente. Detesto i giornalisti faziosi. Quelli preoccupati di far mantenere in vita un establishment e i suoi governi per i malaffari correnti. Più impegnati nell’esercizio di tutela dello status quo che nel dovere di informare. Impegnati con la passione di un entomologo che vuol dimostrare che tutti gli insetti a cominciare dai grilli, sono dannosi per l’uomo. Detesto i giornalisti faziosi. Un giornalismo che analizza il volto di Di Maio. Ma sta fermo e silente davanti allo show imbarazzante e tragicomico di un vecchio satrapo, incapace di distinguere i suoi interessi dal bene del paese. Un giornalismo banale e generico. Opportunista per convenienza e incapace di scommettere su sé stesso e sulla sua forza, vincolato agli interessi spartitori. Facile fare analisi sul M5S, mettendo una toppa qua e una là, così tanto per scalfire il consenso per il M5S, confidando nel fatto che più si va in là più sarà facile che questo movimento si disgreghi o che perlomeno perda l’enorme forza propulsiva che lo ha portato a diventare in brevissimo tempo il partito più votato in Italia. Difficile farlo sul marciume italiano. Eppure basterebbe che scendesse dal piedistallo e camminasse fra la gente, per capire che le sue analisi cozzano con i giudizi dei più. Non lo fa perché è un giornalismo annebbiato da visioni di parte e scarsa lucidità d’analisi. E che oggi sorride pensando al partito che più di tutti se ne sta alla larga dal dibattito per il nuovo governo, il partito del “fate voi”, quello che – statene certi – uno stremato Mattarella chiamerà a giocare una determinante partita nella soluzione della crisi. C’è da essere fieri di non voler spartire le verità e la realtà di siffatto giornalismo. E bene fa il M5S ma anche la Lega a tenersi caro il loro sfavore, perché più si sta lontani dagli apologeti del regime e più si conquista il consenso della gente comune, ancora utile sia pure in vigenza di sistemi elettorali che incrementano distacco ostile dalle istituzioni e spezzano il patto di fiducia che dovrebbe legare cittadini, stato e organi di rappresentanza. L’ostilità e la censura del giornalismo fazioso, e quella della compagnia di giro dei talk-show e degli opinionisti sempre in fervente acquiescenza ai piedi dell’establishment nella veste di zelanti propagatori di dati manomessi, statistiche manipolate,  analisi taroccate, edificanti agiografi di cialtroni e delinquenti, è motivo di orgoglio.