Chi ha divorato il futuro ai nostri giovani?

Chi si è mangiato il futuro dei nostri giovani? Padri e madri di solito ci tengono al destino dei propri figli. Li viziano, li tutelano, li perdonano, li campano, li raccomandano. Si sbattono e mordono e graffiano per far sì che i loro ragazzi stiano tra i salvati e non nella massa dei sommersi. In fondo è normale. Quale genitore vuole la devastazione dei propri figli? La lettera di Michele, giovane trentenne che si è tolto la vita in queste ultime ore ha toccato nel profondo moltissimi italiani. Mi ha toccato nel profondo, come penso molti di voi. Un pensiero lucido, che non può lasciare indifferenti. “Mi sento tradito da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come avrebbe dovuto fare”. Di tutti i passaggi della lettera-testamento, questo è il più significativo ed emblematico. Un’epoca che non ha avuto pietà per i propri figli. Il peso sociale delle nuove generazioni negli ultimi tre anni (con una generazione di quarantenni alla guida del Paese), con una politica che resta muta, si è progressivamente ridotto, le risorse a loro destinate diminuite di anno in anno, i diritti erosi in nome di una modernizzazione che ha sempre riguardato chi aveva meno di quarant’anni, mentre tutto il resto poteva rimanere antico. Il paradosso di una società dove il “tengo famiglia” è un motto molto abusato. E tutto questo non è successo negli anni solo per egoismo, ma per cecità. È la tragedia di una intera generazione che non riesce a progettare futuro. Di questi tempi li vedi parecchio preoccupati, perché guardano in faccia quello che sta accadendo. Sanno che non c’è lavoro, che per loro non c’è speranza. Sanno che sono più poveri dei loro padri e più disillusi dei loro nonni. “Di Michele – dice la madre – ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni”. Allora che fare? Pazienza, ci vuole pazienza, viene detto loro. Niente vittimismo, nessuna nostalgia. Allora che fare? Aprirgli l’ennesimo pub, come si sta facendo nella mia comunità, sperando nell’effetto salvifico nei Riti e in tutto quel che comporta? Se davvero è questa la “risposta” allora è meglio chiudere subito i rubinetti. “Dottò, ho il figlio disoccupato non è che possiamo trovarci una occupazione?”. “Va bene tutto, dottò”: servizio civile, comunità montana, stagionali, raccolta differenziata, operaio edile, tutto quello che l’ente comune in particolare riesce a digerire. È chiaro, non è che tutti i giovani sono scorie del “tengo famiglia”. Sarà che adesso non hanno più voglia di immaginare o di scommettere e sanno che non ha senso bestemmiare. Quel che vorrei aggiungere, tuttavia, è che per la situazione che stiamo vivendo esistono responsabilità, chiare, nette e precise. Nulla è frutto del caso ma di scelte prese e di conseguenze vissute. Il guaio è stato riempire tutti i posti disponibili fino a debordare. Si sono inventati posti per pagare stipendi. Come ammortizzatore sociale. Ecco, oggi l’ammortizzatore si è rotto. E per amore dei nostri figli gli abbiamo rubato il futuro. Cosa ci ha guadagnato la politica, la presunta classe dirigente? Voti. E i voti, se fatti fruttare, significano oro. Ma non solo questo, purtroppo. È stato anche un modo per fare economia. Bastava conoscere il politico giusto per avere contributi pubblici per qualsiasi attività immaginaria, una pensione, un assegno di “accompagno” per la nonna che viveva benissimo da sola (a cui i figli “rubavano” i soldi magari per farsi una vacanza), un incarico, un appalto, un incentivo alla propria impresa. Iniziative dirette a garantire la sicurezza e il benessere di pochi cittadini, disegnate per i furbi. Ecco perché i nostri figli sono più poveri, senza paracadute, senza lavoro, senza impresa. Precari e con un orizzonte cinico davanti. Uno dice: abbiamo sbagliato. Non ce ne siamo resi conto. E invece no. Il delitto è che tutti lo sapevano benissimo. Lo sapeva la classe dirigente. Lo sapevamo tutti. Ma abbiamo preferito non vedere. Lo sapeva la cultura assistenziale della nostra classe dirigente. Lo sapevano che stavano mangiando il futuro dei nostri figli. Qualcuno faceva finta di non vedere per ottusità ideologica, altri perché per i voti venderesti tua madre, figurati degli ipotetici nipoti. Come mai questa gente non ha il buon gusto e il coraggio di ammettere: ho fallito?

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