Il lavoro c’è, ma non è retribuito

Ormai – scrive Domenico De Masi nel libro “Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati” – non esiste famiglia dove non ci sia un figlio, un parente che non sia disoccupato. “Se ne parla come di un appestato, abbassando la voce per non farsi sentire dagli estranei, e comunque sospettando che, sotto sotto, si tratti di un fannullone o di uno scapestrato… Con la disoccupazione giovanile stabile al 40 per cento, l’Italia è oggi un Paese con milioni di questi fannulloni e scapestrati”. Qualcosa, nell’ultimo decennio, si è spezzato: qualcuno l’ha chiamata globalizzazione, qualcuno debito pubblico e paralisi dello Stato, qualcun altro crisi economica. Tutte le soluzioni sperimentate finora, compresi i voucher e il jobs act, celano l’intento di ampliare a dismisura un esercito di lavoratori docile, disponibile a entrare e uscire dal mondo del lavoro secondo le fluttuazioni capricciose del mercato. Si capisce, ad esempio, nel rileggere la dichiarazione di un Andrea Guerra, ex Luxottica, oggi manager di Eataly, quando ai ragazzi coi contratti da precari (400 euro al massimo) ancora pochi mesi addietro dava questo suggerimento: “Non pensate allo stipendio!”. Si capisce nell’esplosione del fenomeno dei call center. Si capisce nella tragicommedia, o meglio tragicomica, di questo nostro tempo, rilevabile nell’autoreferenzialità estrema e narcisistica di tutta una serie di personaggi mediaticamente spendibili nei talk-show alle grandi firme del giornalismo, dai cosiddetti intellettuali impegnati che si illudono di poter orientare l’opinione pubblica, dai Chicco Testa agli artisti alla Benigni schierati che pensano di pontificare dall’alto del loro status di privilegiati. Ma è falso affermare che il lavoro sia finito. No il lavoro c’è, ma non è retribuito. “I nostri redditi hanno subito una picchiata fragorosa e sconcertante: i dipendenti hanno stipendi sempre più magri, tutele meno floride che in passato, e vivono spesso in un clima fatto di paura e terrore, visto che possono essere spazzati via facilmente… Il problema sta in come è cambiato il lavoro: svuotato, impoverito, devalorizzato, non più in grado di garantire il mantenimento, proprio quello a cui il lavoro dovrebbe servire… Oggi si lavora per lavorare, c’è un’enorme mole di lavoro non retribuito. Lavora bene chi ha una famiglia benestante, lavora bene chi già ha un reddito”, raccontava qualche giorno fa sulla stampa, la giornalista Elisabetta Ambrosi. Ha assolutamente ragione. Ma di chi è la colpa di questa situazione? Della globalizzazione? Sicuramente, ma anche delle generazioni precedenti che hanno rapinato tutte le risorse e continuano a rapinarle ancora oggi, settantenni ancora avidi di poltrone. Una classe politica che non sa più cosa significhi proteggere il lavoro, anche perché non ha idea di come sia il lavoro, di come sia cambiato, di cosa sia diventato, non conosce le nuove tecnologie, non sa nulla di nulla. E che l’unica cosa che sa è fare leggi, come il Jobs Act. Il problema è solo uno: aver perso non tanto il lavoro, quello ce n’è per tutti, ma il reddito che da quel lavoro dovrebbe scaturire. E con esso la dignità di esseri umani, persone, genitori. Per coloro che ce l’hanno. Invece bisognerebbe avere il coraggio di affrontare il problema in tutta la sua gravità: la disoccupazione – per ritornare alla teoria di De Masi -, non solo non diminuirà, ma è destinata a crescere. Basta guardarsi intorno: ieri le macchine sostituivano l’uomo alla catena di montaggio, domani software sempre più sofisticati lavoreranno al posto di medici, dirigenti, ecc… Insomma, il progresso tecnologico ci procurerà sempre più beni e servizi senza impiegare lavoro umano. E la soluzione non è ostacolarne la marcia trionfale, ma trovare criteri radicalmente nuovi per ridistribuire in modo equo la ricchezza.

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