La triste parabola di un ex-rottamatore

Eccola, la foto. La foto della sconfitta. La disfatta di un soggetto che dopo essersi sbugiardato da solo come soggetto inaffidabile, vuole ancora dettar legge e con animalesca pervicacia, tenta ancora di restare abbarbicato in modo inestricabile alle sue poltrone, insieme alla sua corte di nani e ballerine. Ma è anche la foto di un’Italia dove se chiudi gli occhi tutto scompare, sparisce, passa, tanto questo Paese mica si scandalizza. Ne ha viste tante e niente rimane. La foto di un’Italia incapace di sciogliersi dal ferale abbraccio dell’implacabile ex-rottamatore, dove non si può neanche sperare almeno in un intervento del Capo dello Stato per cercare di rimettere su corretti binari un sistema istituzionale ormai disarticolato, anche il Presidente Mattarella è stato scelto da lui. La sfrontatezza di Matteo Renzi tanti danni sta facendo all’Italia, specialmente a quella che lavora e a quella che non lavora e sprofonda sempre di più nella miseria, nell’indifferenza totale delle istituzioni e di un ceto politico attento solo alla propria sempre più autoreferenziale sopravvivenza. Renzi lascia un paese che si regge sull’illecito. Un sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, che ha bisogno di mezzi finanziari smisurati e questi mezzi si possono avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li ha in cambio di favori illeciti. E dove ogni centro di potere non è sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna, ciò che è fatto nell’interesse del gruppo è lecito, anzi benemerito. Dove ogni transazione illecita a favore di entità collettive è divenuta usanza: usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione. Eccola, quindi, la foto. Questo è ciò che si vede. È desolazione. Desolazione che ti si appiccica addosso. E non è solo una questione di Matteo Renzi, di nani e ballerine o di pantegane al seguito, questa desolazione è un’ombra, un profilo, come un confine, una sorta di parassita morale che si arrampica fino al cervello e ti segue, e poi si diffonde in tutte le arterie e si perde nelle vene di ogni angolo d’Italia. Questa desolazione tatuata sulla pelle, e che quasi non sentiamo più, è il segno di un Paese incancrenito. È la nostra angoscia e non passerà con la fine della parabola del bulletto di Rignano sull’Arno. Perché questa desolazione siamo noi. E non serve più a niente chiudere gli occhi.

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