Guardia Sanframondi: “Un libro, un ritratto e…”

Anche Guardia ha il suo personaggio simbolo. Personaggio che pur essendo fortemente connotato ha l’incredibile capacità di dividere piuttosto che unire. Ne parleremo a fondo e lo faremo ai primi di settembre attraverso le pagine di un libro. Ne parleremo perché il tema è essenziale, affascinante, complesso, estremamente importante. Ne parleremo perché da quarant’anni e passa è il personaggio “simbolo” che “suggestiona” questa comunità. Il suo nome è sulla bocca di tutti, alcuni lo chiamano dottore e i più dottò. I maldicenti invece mister Mani di Forbice (per via della predisposizione a tagliare soprattutto nastri: biblioteche, palazzi, mostre, feste, inaugurazioni di nuovi locali, ecc.). Parleremo della sua disponibilità e di quanto faccia per compiacere gli interlocutori, soprattutto se non appartengono al suo rango e alla sua età. Parleremo della sua raffinata gigioneria. Parleremo di un personaggio che da quarant’anni e passa è il romanzo di un’intera comunità. Anni, di salvaguardia, bruciati in fretta, senza mai guardarsi indietro, con la politica nel ventre, come scusa, come utopia da gettare sulla ruota degli anni, come ambizione di un uomo solo con la sua schiatta di arrampicatori inetti; anni veloci e pesanti sotto il segno di un furbastro che ha messo a soqquadro ogni angolo del proprio territorio, un giocatore d’azzardo che non può fermarsi perché non conosce il senso di equilibrio, può solo continuare a vincere o perdere tutto. Non è un passante qualsiasi (anzi): è uno dei simboli viventi della catastrofe morale e materiale di questo paese dal nome nobile e antico. È l’uomo che incarna il neofamilismo amorale, le doppie verità 2.0 e i vecchi e nuovi conflitti d’interessi fra politica e affari. È uno dei volti più noti di questo antico borgo che s’è pappato, distribuendo prebende e centinaia di poltroncine di sotto-potere ad amici e amici degli amici, con i risultati sotto gli occhi di tutti. Pensateci. Cominciate a parlarne in quest’estate 2017, ci si può costruire sopra una di quelle conversazioni estive da ozio pomeridiano, magari sotto l’ombrellone. Perché in questo paese non c’è altro personaggio che come lui sia carne da romanzo. Potete barare. Buttare lì il nome di qualcun’altro, ma non è così. E non c’è modo di dimenticarsi di lui. È il Grande dittatore. È una maschera (però senza i baffi). È il dito che gira il mappamondo. È Charlie Chaplin. È una voce che seduce la massa ignorante (che ignora) e inquieta gli individui che sanno. È affarismo a scopo di lucro e senza molti scrupoli. È solo immagine. È regia. È il falso che ti sembra vero. È solo scenografia che nasconde il nulla. È soltanto una storia dove bastano le parole. È romanzo. È cinema. E appartiene allo scorso millennio. Appartiene a una storia vecchia di quasi cinquant’anni, che prima o poi tramonterà. E il gioco finirà. Rien ne va plus. Perché non ci sarà più nulla da mettere sul piatto. Perché nulla sarà più come prima, nella storia, nella vita quotidiana, come se quel nome avesse marchiato il futuro di quella che ancora chiamiamo comunità. E il gioco finirà. E noi non saremo più condannati a fare i conti con lui. Non tutto è stato scritto. E quello che è stato scritto, noi lo riporteremo alla memoria.

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