Il grande reality

Al Quirinale le consultazioni con i riti bizantini di una politica fuori dal tempo; attorno al Colle i partiti che sembrano su un grande reality. Una elegante sala d’intrattenimento grottesca alla Fantozzi. Breaking news! “Ecco! Ecco! Ci siamo! Vi interrompo brevemente, scusate, ma, la porta si sta aprendo…”. La narrazione delle consultazioni del presidente Mattarella segna, televisivamente parlando, nuovi orizzonti, più cartoonati. Qualcosa di isterico, di avventuroso, di genere fantafiction, qualcosa che c’è ma non c’è (o viceversa), che esiste ma è distante, come di un altro mondo che ci investe ma non ci riguarda, ci condiziona da remoto ma vive di logiche tutte sue e noi possiamo solo guardarlo, subirne i riflessi: appassionandoci, possibilmente. Fuori dal Colle tutto sembra un grande reality. I partiti, checché se ne dica all’esterno, non hanno alcun interesse a una fine ravvicinata della legislatura appena iniziata: per il Pd e Forza Italia la prosecuzione della legislatura è una questione di vita o di morte; la Lega potrebbe crescere, ma non tanto da ottenere una maggioranza autonoma che invece andrebbe, più probabilmente, al M5S. Stiamo assistendo a un processo involutivo, di infantilizzazione delle istituzioni e della politica che non lascia tranquilli: tutto pare trattato lungo le coordinate del reality, comunque del format parolaio e ripetitivo, di squisita apparenza, tutto indugia sui particolari secondari, la cravatta di Di Maio, gli sguardi scoccati con alleati e antagonisti, le trattative, le manovre sotterranee, gli inevitabili tradimenti, il minuetto tattico delle finte aperture e dei voltafaccia in contropiede, gli incontri riservati, le entrate e uscite dai ristoranti, e, naturalmente, le schermaglie via social. Post-elezioni mai così inafferrabili, ingestibili, e una campagna elettorale mai così sopra le righe, orfana di applicazioni tecniche, nella quale non si è parlato di lavoro, non si è mai accennato, neppure per sbaglio, a misure determinabili, alle coperture di spesa per i progetti più fantasiosi, al debito pubblico, ai conti pubblici e alle scadenze di bilancio, ai delicati scenari geopolitici, non si è proposta, da nessuna parte, l’ombra di un programma organico e coerente, si è discusso solo di alleanze, di presa del Palazzo, di percentuali, di segmenti elettorali da conquistare come mercati, di proiezioni e sondaggi. Per dirla con Flaiano: “Non capisco, e, siccome non capisco, non mi piace”. Il teatrino dei commentatori che interpretano con sagacia da indovini le mosse e contromosse dei vari leader politici può andare bene giusto per animare i talk show nell’attesa dell’avvio della legislatura; ma è piuttosto ovvio che, alla fine del tunnel delle procedure istituzionali e delle consultazioni, troveremo l’eterno ritorno delle larghe intese. Lega-FI-Pd sarà sciaguratamente la soluzione più logica e non scandalizzerà nessuno: né gli elettori di Salvini e Berlusconi; né quelli del Pd, che erano già disposti all’alleanza con FI. La maggioranza così realizzata sarebbe talmente ampia da poter superare le eventuali defezioni di alcuni singoli parlamentari che non si facessero convincere dai buoni argomenti che verranno messi in campo per giustificare l’operazione. Sembra un paradosso: il voto del 4 marzo ha premiato soprattutto le forze che si dichiaravano fieramente avverse alle larghe intese; i leader più acclamati sono quelli che con più decisione hanno pronunciato veti irremovibili contro questo e contro quello… e invece la legislatura si reggerà proprio su una grande coalizione, ancora più “grande” di quella precedente. Il risultato delle urne sembrava destinato a rivoluzionare il quadro politico, invece gli assetti di potere rimarranno più o meno gli stessi: molto rumore per nulla, si potrebbe dire.

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