Ma che c’avranno poi da ridere

Alessia Rotta, Alessia Morani sorridono. E così Ettore Rosato: sorride. David Ermini invece, ghigna. Luca Lotti abbraccia e bacia tutti. Commessi, deputati, servizio d’ordine. Sorridente e festoso come non mai. Anche Maria Elena Boschi, fino ad oggi tenuta ben distante dal Palazzo e nascosta, sorride – ma che avrà da essere così giuliva? –. Poco lontano, nell’altro Palazzo (quello che voleva abolire) sorride, distratto e sfrontato come un discolo al primo giorno di scuola, ostentando un ghigno spocchioso, il loro idolo, ossia Matteo Renzi, titolare della ditta a suo tempo generata da Palmiro Togliatti, e fallito nel suo sogno di fare dell’Italia un bivacco riformista per la sua comitiva. Lo si è visto sgambettare per i corridoi, zampettare tra i banchi riservati alla traumatizzata truppa del Pd, ilare e guascone, allegro e ridanciano sino al paradosso, tanto da far pensare a più d’uno che lo osservava costernato: “Ma cosa avrà da sghignazzare?”. Adesso gioca a tennis, manco fosse – il Circolo Canottieri – Palazzo Chigi. Quando si dice il dettaglio. Ha sfasciato un partito emarginandolo dalla politica che conta, si è autoeliminato non azzeccandone nemmeno una, ha un padre sempre all’attenzione degli inquirenti. Insomma (sarà per lo stipendio?), che ha da stare così allegro? Smania, si agita, non riesce a star fermo, come un pinocchietto che ha appena preso vita. Eccolo lì, il Rottamatore, che dopo aver mitragliato slogan, messo in mezzo, riversa il suo sorriso in quello di Andrea Marcucci (ricordate lo scandalo dei emoderivati?), baffetto alla D’Alema, eloquio alla Renzi – eletto capogruppo del Partito Democratico al Senato –, quello che si fa carico di difendere l’indifendibile (dal suo idolo, ha avuto un solo mandato: controllare, sorvegliare e cammellare le truppe. E poi punire) e in quello di Valeria Fedeli (ancora incredula di essere stata ministro là dove fu Giovanni Gentile… all’Istruzione!). Tutti sorridenti i campioni della nuova vecchia politica. Ben inchiavardati ed eletti nei collegi sicuri, fanno cornice – nel quadro dei cosiddetti fedelissimi del famoso Giglio Magico – a Francesco Bonifazi, Senatore della Repubblica Italiana, tesoriere del Pd, beato nella sua sorridente felicità elettorale. Il politburo renziano, i cosiddetti fedelissimi del famoso Giglio Magico, nonostante la batosta, non perdono occasione per stigmatizzare la loro presunta “superiorità antropologica”. E ridono. E mai come adesso torna buono il monito di Leo Longanesi: “Non sono le idee che preoccupano, ma le facce che le rappresentano”. Ma come interpretare una tale ostentata irriverenza? Un modo irriguardoso per mascherare un evidente disagio? Un contegno per comunicare l’evidente spregio nutrito verso gli elettori contro cui il Pd è andato frontalmente a cozzare uscendone oltremodo rintronato? O forse, tanta ilarità non sarà dovuta ad un’intima considerazione che serpeggia nel sangue invelenito: “Visto, grulli che non siete altro? Siamo sempre qui, usciti dalla porta e rientrati dagli augusti finestroni di questo venerando Palazzo da cui continueremo a trarre ogni beneficio”. Difficile non ridere invece della faccia, la posa, la depressione autoimposta dell’ex fedelissimo di Renzi, lo smunto reggente – lo chiamano così e noi registriamo – del Pd salito al Quirinale. Quello che quando parla, non sa nemmeno dove vuole andare. Un onesto funzionario di partito che ora vuol fare anche il segretario non più reggente. Difficile rimanere seri davanti a questa istantanea, a questo divertente funerale di una politica senza direzione in cui si fa fatica a immaginare un futuro prossimo.

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