Un Paese terribilmente malato

Uscire di casa ormai è una avventura. Cadono ponti e cavalcavia sbriciolandosi come fette biscottate. Un incubo. Il terrore della normalità. Ci stiamo abituando alla normalità, a tutta questa fragilità, al timore che l’inatteso, l’imprevedibile ti si presenta davanti e tu non puoi fare nulla, se non giocare a dadi con la sorte. Come se l’orizzonte in cui viviamo non fosse già saturo di paure, disillusioni, rabbia e frustrazioni. Passi su un ponte che sta lì da una vita e non sai, perché non è che te lo dicono chiaro e diretto, che è un ponte a rischio e che da tempo sta cedendo. Come se fosse una cosa che può tranquillamente accadere, come una malattia, come un terremoto, come un’alluvione che ammazza e passa oltre. Il nostro è un Paese che crolla, è la mancanza di responsabilità che crolla, è la giustizia che crolla. Resta solo un senso di vuoto irreversibile. Cittadini italiani “per bene” che si sporcano le mani di sangue pur di arricchirsi. Gente che pensa che la cosa pubblica non sia un suo “problema”. Perché i  profitti di qualcuno debbono essere prioritari rispetto alla nostra sicurezza. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Nessuno paga. Nessuno pagherà per quel che è successo a Genova e per quel che accade, o è già accaduto o ancora accadrà nel resto d’Italia. Ma cosa è successo per arrivare a questo punto? L’Italia sta crollando ma gli italiani dove sono? Oggi nessuno fa quello che è nelle proprie responsabilità. Nessuno alza più la voce perché se dovesse esserci un conto da pagare un buon numero di governanti e un altrettanto cospicuo numero di cittadini italiani “per bene” dovrebbero essere messi in fila per dare conto delle proprie responsabilità. Nessuno paga semplicemente perché in molti dovremmo pagare. Ormai siamo abituati a tutta questa fragilità. Lasciano che questo Paese vada in rovina, e non abbiamo tempo e modo e voglia di fermare il degrado. Il nostro amore per la conservazione e la manutenzione, per il rispetto del bello, per la tutela del paesaggio è pari a quella di chi, governando, ipotizza sempre nuove opere lasciando le vecchie incomplete. Si costruiscono nuove case e strade e ponti risparmiando sul ferro del cemento “armato”, perché il ferro costa. Siamo arrivati al punto in cui non servono neppure più i terremoti, crolla tutto da solo. Qualcuno dirà che, magari sbagliando, ci dobbiamo fidare. Di chi? Di cosa? Della quotidianità. Se non ti puoi più fidare della terra su cui cammini non ti resta nulla. È questo in fondo il punto. Ti puoi fidare? Ti puoi fidare di una classe politica demenziale che, anche con gli ultimi rantoli, sbava rabbia, invece di conciliarsi con il prossimo? Ti puoi fidare di un’informazione che restituisce solo uno squarcio di verità? Troppo poco, forse, in tempi di turbo comunicazione, sufficiente però a svelare come sotto la propaganda a volte non c’è nulla oppure il contrario di quello che si dice. Puoi dare per scontato che i ponti, qualsiasi ponte, non cada giù e lo stesso vale per le strade, per i binari, per le gallerie, per le metropolitane, per i palazzi? Oppure devi sapere che quando passi sulle costruzioni umane in realtà stai giocando con la sorte che ti toglie il velo della fiducia? Ti diranno: ti devi fidare degli ingegneri, di chi costruisce i ponti, di chi li controlla, fa la manutenzione. Dell’idea che se passi su un ponte questo non crolla. Ti devi fidare dei doveri, ti devi fidare della coscienza di chi fa le cose… Altrimenti davvero non esci più di casa.

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