Ma quanto ci manca Matteo Renzi?

È difficile non scrivere di Matteo Renzi. Sparire così di colpo genera anche nei più refrattari gravi crisi di astinenza. Non so come fanno quegli italiani che sino a tre anni fa parlavano di lui come se fosse eterno e ubiquo e ora con la stessa naturalezza fingono di non ricordarsi nemmeno come si chiamava. Siamo un paese ad alta smemoratezza. Si sente molto la sua mancanza, nonostante rispunti ogni giorno nelle vesti di vendicativo sequel, di sfrontato oppositore al governo giallo-verde. Ci mancano le sue battutine, la sua narrazione e le sue camicie bianche rimboccate in segno di operosa fattività. E quelle sue interviste sempre camminando per simulare dinamismo. Quel suo parlare per slogan, pratica come si sa a lui sconosciuta. Ci manca quel suo savoir-faire da spigliato entertainer che cerca di vendere se stesso. È un lutto quasi insopportabile. Tranquilli: lo vedremo a breve in una felice sintesi di Daverio e Angela jr. abbinato ad un prodotto di sicuro appeal, e di grande mercato, come la città culla del rinascimento. Speriamo almeno abbia il buon gusto di non portare il plastico tipo Porta a Porta della sua nuova villa di Firenze. Ci manca quel suo tentativo di rifarsi il look, dopo aver seminato zizzania e rancore, aver dimezzato il suo partito, essere rimasto con un manipolo di seguaci che assomigliano più a tifosi da stadio che a una parte politica. Ci manca quel suo modo aziendalista, confindustriale e classista, che ha sempre preferito omaggiare i potenti di turno, gli start-upper di grido e gli squali della finanza che non, ad esempio, i morti di Genova e le loro famiglie. Per lui la società è regolata da una legge primitiva e inesorabile: i poveri invidiano i grandi (im)prenditori perché vogliono essere come loro, vogliono a loro volta comandare, avere dei sottoposti, arricchirsi a danno di altri. Forse pensa che insultandoli, magari precari e sottopagati che oggi votano in massa Lega e M5S al prossimo giro voteranno lui. O forse, più semplicemente, sta precisando la ragione sociale della sua prossima avventura politica: stare sempre dalla parte giusta, essere forte coi deboli e debole coi forti. Ci manca lo storytelling del neo senatore di Scandicci. La Rottamazione. Il masterplan per il sud. Le slide. I mille asili in mille giorni, i mille giorni per cambiare l’Italia. I pranzi con Bottura, il gelato di Grom.  La banda larga e la banda ultra-larga. La cabina di regia per l’edilizia scolastica e i mercoledì nelle scuole. Le auto blu all’asta su eBay. Il tour in treno. Destinazione Italia. Le magliette gialle per ripulire Roma, Milano, Amatrice. L’abolizione delle provincie. Le casette in legno per i terremotati entro Natale 2016. L’Italicum (che ci avrebbero copiato in tutta Europa). I gufi. I partiti finalmente fuori dalla Rai. De Luca baluardo di legalità. Il Daspo per i corrotti. Le copertine di Vogue. La cybersecurity all’amico Carrai. L’abolizione di Equitalia. L’Italia in cammino. I Professoroni. I rosiconi. L’Italia col segno Più. Il bando Bellezza. I miliardi per le banche. Banca Etruria. La Consip. Il cognato “benefattore”. Il Babbo. Le parole chiave. L’Europa sì ma non così. Il concorso “vinci un pranzo con Matteo Renzi”. Il licenziamento dei furbetti del cartellino. La volta buona. La svolta buona. Il gettone nell’iPhone. Il premier Sindaco d’Italia. La Apple che fa finta di assumere giovani a Napoli. La pubblicità occulta alla Coca Cola. L’inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria. I Rolex dei sauditi. Gli scontrini di 600mila euro in pasti da presidente della Provincia. Le missioni americane. Il Diario di bordo dall’America Latina. L’amicizia con Macron. Le copertine di Chi. L’investitura da Obama. La cena di gala da Obama. La Generazione Telemaco. Le ospitate ad Amici e da Barbara D’Urso. Lo sblocco del Piano casa. Lo Sblocca Italia. Le preferenze al posto dei nominati. Le primarie al posto delle preferenze. La campagna elettorale casa per casa. Il Modello Scampia. Gli odiatori di Internet. Il Green Act. Il Jobs Act. I numeri, non le chiacchiere. Le lezioni alla Stanford di Firenze. Il Preside manager de “La Buona scuola”. Ma soprattutto ci manca il “se perdo il referendum cambio mestiere”… Oggi il senatore stracotto, dopo aver banchettato essendosi procurato il potere per farlo (senza tenere a freno la sua ingordigia), per arrotondare si offre a nolo come conferenziere, divulgatore culturale e magari, chissà, un domani anche come intrattenitore ai matrimoni.

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