Dopo

In questi giorni continuo a leggere articoli che, dopo una lunga analisi della situazione, buttano li più o meno la stessa frase: adesso non è il caso, ma dopo, si dopo, quando tutto questo finisce, faremo i conti. Allora me lo immagino già il dopo, gente che si insulta e che si scanna, pronta a sfogare settimane, mesi di quarantena. Sarà una grande rissa, alimentata dai parolai del panorama politico italiano. E dietro tutti a infervorarsi. Solo dopo torneremo ad abbracciarci, a tornare là fuori, dopo riavremo le nostre vite sequestrate, dopo torneremo al sapore di una pizza in pizzeria, al gusto del caffè del bar, delle chiacchiere a distanza ravvicinata, del contatto fisico, delle strade piene. Dopo, dopo, dopo. Nel frattempo questa piaga biblica ci ha disegnato, con precisione quasi millimetrica, storture, furbizie, ingiustizie strutturali, diseguaglianze sociali accettate prima di questi giorni sconsolati come naturali e immutabili. Si oscilla tra un senso di comunità in pericolo (ora che la comunità è chiusa in casa) e la voglia di ghigliottina, di segnarsi i nomi, i comportamenti, le dichiarazioni, a futura memoria. Per dopo. Quando, scappati i buoi, si guarderà con desolazione alle porte della stalla. E lo faranno forse anche quei giornali, quei media, quelle forze politiche che prima non facevano un fiato, che a ogni sforbiciata sulla sanità esultavano per la coerenza di bilancio. Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i mercati, e giù ticket, personale, prestazioni, e limiti agli esami, e meno posti letto, e meno terapie intensive, e meno ospedali locali, e numeri chiusi a medicina, che qui vogliono fare tutti il dottore, signora mia. L’esserino venuto dalla Cina ha amplificato tutto ciò, definito i contorni, reso tutto più visibile, cristallino. Ha messo in fila, le inadeguatezze, le furbizie, i calcoli cinici della classe politica e dirigente, da riempirci un volume. Non è il tempo delle polemiche usano dire quei governatori alla De Luca a cui le polemiche fanno paura perché con le polemiche arrivano le domande. O quelli che in Lombardia vogliono dare l’impressione di essere quelli sul pezzo, quelli che rischiano in trincea, quelli che si sporcano la mani, mentre gli altri son lì a disinfettarsele con l’Amuchina. Non servono nuovi improbabili eroi, sindaci che recintano con le balle di fieno le proprie comunità – peccato che le cliniche siano già al collasso -, che fanno a gara a chi sbarella di brutto in maniera più eclatante e melodrammatica, credendo che i momenti più bui si curino cercando i riflettori, poiché la visibilità è tutto nell’epoca degli influencer. La soluzione di “chi la spara più grossa” non è una soluzione. Diventa un altro problema. Esiste la Repubblica italiana, non l’Italia delle Regioni, neanche quella dei sindaci, di capi e capetti, duci e ducetti, con annessi sotto-capetti e camerieri. Dopo, dopo, dopo. Nel frattempo quanti di noi in questi giorni come succede ai lattanti hanno scambiato il giorno con la notte. Sognato a occhi aperti, vissuto a occhi chiusi. Con la paura del contagio. Paura per i figli, di perdere il tenore di vita, paura del futuro ma anche del passato. Cercando rifugio nei carrelli della spesa. A patto che la fila ai supermercati non sia troppo lunga. Temuto e temono tuttora che il dopo potrebbe finire oggi, con un colpo di tosse, un momento di fiato che ti viene a mancare. Non sapendo come difendersi da un virus che ti entra in casa attraverso la cosa più bella, un bacio, una stretta di mano, un abbraccio. Un dopo che sarà diverso per molti di noi. Non esiste solo l’emergenza sanitaria. Da questa emergenza sanitaria ne usciremo attraverso una delle crisi economiche più gravi degli ultimi decenni. Va bene la conta dei morti. È tutto giusto. Ma bisogna fare anche la conta dei vivi, persone, famiglie, aziende, giovani che dovranno capire come sopravvivere. Non è una esagerazione. Sarà così. È già così. Qui siamo di fronte al baratro. Servono ali per volare. Non stampelle per zoppicare.

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