Lo sceriffo di Salerno

Non passa giorno senza che l’impresario della paura che ha basato la campagna anti coronavirus su un populismo impregnato di securitarismo depistante, venga smascherato dalle inefficienze strutturali di un sistema sanitario regionale che si sta afflosciando come un castello di carte. Da giorni ormai tiene banco sui social network e su tutti i media con una strategia molto aggressiva. Lo “sceriffo”, soprannome che si è guadagnato durante il lungo mandato come Sindaco di Salerno, ha deciso di prendersi la scena e lo ha fatto a modo suo.

Finora, va detto, la sua strategia sta pagando. Pugno di ferro, ordinanze draconiane, discorsi sopra le righe, misure drastiche. Controllo, vincoli, avvertimenti. Tra il serio e il faceto. Dai lanciafiamme contro le feste di laurea, alle zeppole con la crema al coronavirus, dalle mascherine di Bugs Bunny ai porta seccia (porta sfortuna), il presidente della Regione Campania compare in video con la mazza e “minaccia” i cittadini: “In Cina un ragazzo uscito per strada durante la quarantena è stato fucilato, da noi non sono permessi questi metodi terapeutici”. Durante la settimana, sulla pagina del governatore, compaiono ordinanze, aggiornamenti, news, dati aggiornati sulla situazione in Regione. Fulmini, saette e folgori scagliati nella sua consueta diretta Facebook del venerdì, ormai diventata un appuntamento fisso durante la quarantena, per campani e non. Discorsi che riassumono, con i soliti toni coloriti, la strategia che sta provando a mettere in campo in questi giorni per la riconferma alla guida della regione e per occultare lo stato della sanità campana duramente messa alla prova in queste settimane dall’emergenza coronavirus, che ne ha messo a nudo tutte le criticità.

Da sempre primattore, il “governatore” della Campania come un Crozza minore occupa la scena, elargisce consigli: “A Pasqua restate a casa. Imparate a fare i dolci. Imparate a fare le pastiere, anche se non ho l’audacia di dirvi di mangiare le prime, che saranno delle sozzerie“. Invita i propri cittadini a rispettare le regole per evitare la diffusione di coronavirus, gioca d’anticipo rispetto al governo e prolunga la quarantena della Campania, promette soldi e strappa applausi, stanziando oltre 604 milioni. Che non sono dell’ente di Santa Lucia ma sono soldi dei comuni, di altri enti pubblici, del sistema delle imprese e dei cittadini. In poche parole, non ci ha messo un euro.

In generale, nell’opinione pubblica campana e non solo si è diffusa l’idea che De Luca stia affrontando bene l’emergenza, ma è davvero così? In realtà l’unica questione che conta, ovvero la gestione dell’emergenza sanitaria, rivela più di qualche falla. La Campania ha delle evidenti difficoltà ad effettuare i tamponi per rilevare il coronavirus. Lo dimostrano i dati (è l’ultima regione d’Italia per numero di tamponi effettuati in relazione alla popolazione residente: e dire che lo slogan di De Luca alle ultime elezioni fu “mai più ultimi”). Solo oggi annuncia di aver acquistato circa un milione di tamponi veloci per colmare la lacuna più importante di tutte, quella dei controlli. Una misura che probabilmente andava presa prima. Alla pari del collega lombardo, ha sottovalutato il pericolo all’inizio, quando sarebbe stato possibile circoscrivere i pochi focolai. E le misure restrittive sono, di conseguenza, arrivate tardi. L’altro errore è stato pensare che il fronte di guerra fossero gli ospedali, che invece erano le retrovie. Infettate da ricoveri di ignari contagiosi, con medici e infermieri sprovvisti di protezione. Il virus si diffonde tramite chi ci deve curare. Chi, se non la Regione, doveva assicurare le dotazioni dei dispositivi di sicurezza? Nel Sannio, ad esempio, il focolaio in una struttura convenzionata è esploso mentre gli occhi sono puntati tutti sull’ospedale della città, che, come tutte le strutture sanitarie, è zona ad alto rischio contagi, soprattutto per il personale sanitario. Negli ospedali curi, rendi meno dolorosa la morte, ma non vinci la guerra, se va bene stai dietro ai suoi danni. Il fronte quindi dovevano essere i focolai e i depositi del nemico: noi tutti. E per attaccarli non c’è altra strada che la cura a domicilio ai primi sintomi e l’individuazione dei portatori asintomatici: noi che inseguiamo il virus, non il virus che insegue noi.

È vero, in Campania, il Covid-19 ha attecchito molto meno che al nord, ma ciò non toglie che la discesa verso i livelli più bassi, elementari, dell’assistenza è un viaggio nell’orrore. La regola è che si arriva al tampone se si è fortunati dopo 7-10 giorni di febbre e tosse, quando la situazione polmonare è già compromessa (la Campania è l’ultima regione d’Italia per numero di tamponi effettuati in relazione alla popolazione residente). Una selezione agghiacciante (si salva chi ha potuto accaparrarsi un posto in terapia intensiva: magari al Cotugno di Napoli), che si potrebbe evitare organizzando un piano di assistenza domiciliare, che la Campania non ha. E che dire della lentezza nella comunicazione dei numeri. Così come non ha un commissario per l’emergenza epidemiologica. “L’emergenza durerà altri 2 mesi, poi i contagi caleranno”, è la previsione di De Luca. Uno scenario da incubo, che lo sceriffo di Salerno cerca di mascherare alzando la voce, o facendo cabaret, o entrando in conflitto col governo con ordinanze draconiane sugli spostamenti. Esiste il diritto alla salute, è vero. Ma esiste anche il diritto alla libertà. Libertà di parola, di movimento, d’impresa. Ed esiste anche il diritto degli altri malati a essere curati.

Credo che De Luca, nella duplice veste di Presidente della Regione e di Assessore alla Sanità (delega che si ostina a mantenere, nonostante da più parti ne si chieda la nomina), farebbe bene ad abbassare i toni, a puntare meno sul terrore e a cercare di più l’efficienza del sistema sanitario. La popolazione è impaurita dalla pandemia in corso, ha accettato di buon grado la chiusura delle comunità e le misure di distanziamento sociale. Siamo sicuri che continuare ad agitare lo spauracchio di denunce, arresti e quarantene sia la cosa migliore da fare? Soprattutto tenendo in considerazione il fatto che andiamo incontro ad un periodo lungo?

Una sintetica e antica massima latina parla di “resa dei conti”, il famoso redde rationem per ciascuna delle azioni che l’uomo compie in vita. La nostra stessa religione ci rinvia tutti al giorno del giudizio, allorquando il giudice supremo si siederà ed emetterà il suo insindacabile verdetto. Allora tutto ci sarà svelato. Un convincimento che aiuta a vivere confortati dall’idea che, in fondo, è possibile fare affidamento su una superiore forma di “etica dei fini” che premia i buoni e punisce i cattivi. C’è un ottimo motivo, quindi, per cercare di sopravvivere all’ecatombe: la resa dei conti, dopo.

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