Post pandemia: l’alternativa tra il certo e il forse

Sia chiaro, non si può dimenticare la morte. Ci è stata seduta accanto tutto questo tempo. Non si può dimenticare la faccia di medici e infermieri che volevano salvare tutti e sono caduti come soldati. I carri funebri di Bergamo sfilare in processione. E le ceneri sparse nel vento in qualche angolo della penisola, senza neppure un saluto. Il mattatoio degli ospizi. Non si possono dimenticare le immagini della tv, quelle strade deserte e piazze vuote. Il Papa che predica in una piazza San Pietro deserta. L’appuntamento alle sei della sera con la contabilità del virus, il tutto confuso con i virologi a colazione, pranzo, cena, prima e seconda serata. La vita quotidiana senza più spazio. Non si può far finta di nulla sul modo in cui un intero Paese sia, senza accorgersene, eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia. Con le persone così terrorizzate da essere indotte ad accettare delle cose normalmente assolutamente inaccettabili. Una limitazione senza precedenti della libertà di movimento. Non si può dimenticare tutto ciò. L’epidemia che ci ha colpito molto duramente pigramente tende ad affievolirsi nel mentre si disvelano, agli occhi della gente, i numeri della crisi. Ci ritenevamo i padroni dell’universo, è bastato un nemico invisibile, infinitamente più piccolo di una pulce a metterci al muro. Abbiamo scoperto di colpo la nostra vulnerabilità assoluta. La crisi, c’è. È reale. E si mangia tutto quello che trova davanti: partite Iva, posti di lavoro, storie, speranze, sogni, tradizioni di famiglia. Avvampa, consuma e in tanti cominciano a farci i conti. È un po’ come è successo con il virus. Non lo vedevi, poi la sorpresa: è a meno di un metro da te. C’è voluta la morte per sbatterci contro la faccia. D’accordo, il virus è ancora tra di noi. E perciò, bisogna appunto conviverci. Ma non lo puoi fare se pretendi di racchiudere la vita in un protocollo. Oggi, il piccolo dittatore, seicento volte più piccolo del diametro di un capello, può essere messo all’angolo soltanto da una società che raccoglie la sfida e decide di conviverci. Decidere se gli ombrelloni devono stare a due metri o a cinque non è alla base di una rinascita sociale. La vita un po’ alla volta deve riprendersi i suoi spazi. Non la puoi ingabbiare in un algoritmo. Non può rinascere un Paese fondato molto più sull’autocertificazione che sul lavoro. Non è qualunquismo. È sopravvivenza. I morti ci sono. Pochi, ma purtroppo cresceranno e Dio non voglia che non sia un’altra forma di contagio ed è per questo che quasi si ha paura a parlarne. Lo Stato, in questi mesi, si è affidato ai sapienti. Ci sta. Sono stati loro a indicare regole e divieti, a segnare metri e spazi di salvaguardia. Ma quelli che dovevano riaprire hanno detto: scusate, ma così è impossibile. Non ce la facciamo. Tanto vale restare chiusi. Altrimenti sarà la fine di una vita vivibile. È un’anomalia. Ed è proprio qui l’inganno, oggi quasi tutto riapre e ti accorgi che quel modello di vita a cui dovresti abituarti è una finzione. Puoi lasciare uno spazio tra te e gli altri, mettere la mascherina, lavarti le mani, non affollarti, ma non puoi trasformarti in un automa. Non puoi cancellare l’umanità che ti circonda. Non puoi trasformarti in un numero all’interno di una funzione matematica o in un dato statistico controllato da un’applicazione. Ci consola il fatto che alla fine di questa storia l’umano si riprenderà il suo posto. Lo farà improvvisando, scantonando, ricorrendo al mestiere, all’esperienza, alla vecchia arte di arrangiarsi. È così che nelle prossime settimane i ristoranti torneranno a lavorare, le spiagge a ritrovare il senso della vacanza, i parrucchieri a fare la messa in piega. Tutti loro si prenderanno la responsabilità di tornare alla vita. Adesso, la responsabilità è dei cittadini. Il virus ci porta a un bivio: l’Italia chiusa in casa di certo muore di fame se, invece, va fuori, forse – forse, appunto – crepa di Coronavirus. L’alternativa, dunque, è tra il certo e il forse. Adesso davvero ci si gioca tutto. Questo lo sa bene anche chi governa. Come ha detto il premier Giuseppe Conte, che nel discorso di qualche giorno fa si è smarcato dalla visione delle tante task force: chiudere è facile, riaprire è la vera scommessa. La minuzia delle regole nasconde infatti una paura: quella di fallire. Se va male, se l’epidemia torna a dilagare, di chi è la colpa? Di chi non le ha rispettate. Non dei “saggi” che le hanno scritte, ma dei cittadini sciagurati. Solo che quella foresta di divieti è praticamente impossibile da seguire. È ipocrisia. È utile alla scienza per cavarsela alla Pilato: te ne lavi le mani. La sapienza degli esperti è salva, la responsabilità ricade tutta su chi non è stato abbastanza intelligente da adeguarsi al modello virtuale. Troppo veri, troppo reali, troppo umani.

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