L’attesa

Come definire Guardia nel tanto auspicato passaggio di consegne del prossimo 20 settembre? Un Paese in attesa. Come un corpo penzolante nel vuoto, come un detenuto in attesa di giudizio, come un lavoro in pausa o nell’intervallo. Come il caffè a Napoli, ma in questo caso sospeso non è un credito ma un debito. Guardiesi in lista d’attesa, cittadini in attesa sul ciglio del burrone o sulla via di rullaggio. Una comunità che vive la sindrome della vigilia; il voto sospeso nell’aria come un conto da regolare. Un paese sospeso a divinis. In attesa sono i due candidati alla regionali che vivono la loro sfida come un esercizio provvisorio, in attesa i candidati sindaci che vivono il loro lungo sabato del villaggio in sospensione tra il sostegno della gente e la speranza di emergere protagonisti. In attesa i candidati delle liste in campo. In attesa è anche la politica in una fase di tregua tra visioni opposte e mal di pancia. Ma in attesa è Guardia, sono i guardiesi, nel loro autoritratto collettivo, una specie di selfie collegiale al giro di boa di un decennio. Spettatori inermi e disgustati di opere e omissioni di un decennio di interrogativi e frustrazioni. Sedati dalle decine di portavoce e portaombrelli che ieri come oggi infuriano o pontificano nei social, nei ballatoi delle piazze. Ma il pubblico pagante – i guardiesi – come vive questa ennesima fase di passaggio, che aspettative ha? A spostare l’attenzione sulla platea e sulla galleria, vedere come vive, giudica, pensa il cittadino guardiese in questa situazione, si avverte la stessa percezione di un conto in sospeso. D’accordo, i guardiesi non sono mai stati una massa compatta, non hanno un solo pensiero. Ogni guardiese è una repubblica indipendente, fa stato a sé, ha un’opinione a se stante che deriva anche dalle sue esperienze, dagli interessi e dai fatti personali. E ciascuno ha tanti pensieri per la testa che non passano dalla politica e dal teatrino inscenato in questi giorni di vigilia dalle innumerevoli piazze virtuali e non ma toccano la loro vita, i loro problemi, le loro angosce private, quotidiane, familiari e lavorative. È inutile nasconderlo, in tanti si sentono raggirati, beffati, non considerati; a voler captare gli ultrasuoni, portare a galla gli umori e i malumori, prevale la sensazione unanime di sconforto. Da una parte c’è chi voterebbe per il cambiamento, dalla parte opposta alla loro chi vuol restare aggrappato con tutte le unghie laccate al potere. Da una parte quelli che votano per lo status quo, quelli che credono di essere dalla parte giusta, si sentono i migliori, i più avveduti o i più onesti. E chi come loro è abituato al potere, barricato nel palazzo, se ne può fregare del giudizio popolare e degli umori della gente. Magari si sentono superiori alla “marmaglia”, soddisfatti di appartenere a un’élite, radical chic o liberal-snob. Ma anche se il potere è dalla loro parte, oggi sentono il pericolo di essere ridotti a minoranza. Se vanno per strada o al supermercato, se incontrano altra gente, se frequentano i social, i bar, sentono che l’opinione della gente è in prevalenza di parere opposto alla loro. Dall’altra chi sta in mezzo alla gente, avverte un senso di disagio e di isolamento. Tutti aspettano che succeda qualcosa di decisivo, che avvenga una svolta, un chiarimento, uno showdown. Si aspetta il voto come ordalia o giudizio divino. Poi la gente vede che non si accendono contese. Che il paese si sta addolcendo, da ambo i versanti. Nessun rancoroso mutamento. Nessuno che rielabora, in modo civile, la spaccatura che nella società guardiese pure esiste. Nessuno vive il conflitto politico come una sorta di guerra civile. Mentre invece si vorrebbe finalmente arrivare a un punto di svolta, tirare le somme, sentire che siamo a un giro di boa, alle conclusioni e agli scrutini. Magari vorrebbe, ma è un continuo rimandare alla prossima puntata. E così Guardia resta ancora una volta un paese sospeso. Irrisolto. Si aspetta che il venti porti davvero venti di cambiamento. Ora che il decennio si conclude, Guardia è sospesa nel vuoto, è appesa alla Speranza. Aspetta e spera, e un po’ dispera. Nel decennio trascorso le abbiamo viste tutte, eccetto la buona amministrazione. Solo omissioni, giustificazioni e paragoni improponibili. Questa è la classe politica e dirigente, da cui Guardia ha bisogno di essere ripulita. Buon voto, anzi buon nuovo decennio, Guardia nostra, riprenditi dal brutto decennio e dal suo orrendo finale e che stavolta il voto non lasci il tempo che trova.

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