E nun ce vonno sta’

Succedono tante cose in questo strano Paese. Forse sarà il caldo che rende tutti un po’ nervosi, ma siamo tutti concentrati, con rabbia, angoscia, curiosità e tifo. E il punto non è la paura del ritorno al fascismo (una colossale sciocchezza) e al razzismo e altri concetti propri del caldo e dell’assenza di un pensiero. Non sono neanche le magliette rosse (oramai i colori iniziano a scarseggiare…), hanno già annoiato. Non sono i digiunatori. Il borghese da centro storico, il “radical chic con il Rolex e l’attico a New York”. La duecentesima “reunion” del Pd all’Ergife. L’ennesimo scoop sulla Raggi: “Chi di buca ferisce di buca perisce: Virginia Raggi inciampa e rischia di cadere”. La fine dell’era degli Emilio Fede e delle meteorine, perché comincia finalmente la stagione della tivù di qualità e perciò, colpo di scena: in tivù Matteo Renzi. No. Il problema dei problemi d’Italia, è ‘sto fatto che un mondo sia ormai fuori dai giochi. Un mondo che per non dissolversi del tutto confida nella zizzania e così separare i gialli dai verdi. Diventati, negli ultimi mesi, il parafulmine e i responsabili principali di ogni disumanità internazionale. Un mondo che rifiuta l’oscurità, l’irrilevanza. Un mondo, un’egemonia culturale che, col suo potente esercito mediatico, accademico, scolastico, politico e giudiziario, nel corso degli anni è riuscito a dissolvere ciò su cui si basava la nostra civiltà. Ogni spazio pubblico è invaso da loro, dal cinema ai tg, dai giornali ai libri, dai programmi tv alle delibere comunali, dalle scuole di ogni ordine e grado, sono in vistosa maggioranza, anche se nei numeri assoluti sono un’esigua minoranza. Un mondo che si preoccupa di chi soffre, purché sia lontano e non sotto i suoi occhi. Che si preoccupa di lobby, di élite, di banche, di minoritarie categorie “protette”, contrapponendo in modo odioso neri/bianchi, immigrati/“nativi”, donne/uomini, trasgressivi/“normali”. Accendi la tv e ti somministrano dieci volte al dì il dramma dei migranti. Ma per loro i migranti sono solo numeri. Sono posti letto. Sono bocche da sfamare. Sono voci di bilancio. Sono costi e ricavi, profitti, complicate scatole di cooperative sociali, e affari. Sono soldi. Sono posti di lavoro, bandi, appalti, opportunità. Sono, a loro modo, una piccola industria, e in Italia ci campano in tanti. Un mondo che si aggira come naufraghi nei salotti televisivi, sulle pagine dei giornali senza capacitarsi che oggi, a cinque mesi dalla elezioni, trova inspiegabile che la gente licenzi proprio loro che sono “il meglio”, i civili, gli illuminati e scelgano invece i cattivi, gli incompetenti. Un mondo “sotto choc”, sbigottito per il crollo di un “dominio” durato 70 anni. Un mondo che oggi si chiede: com’è possibile che abbiano vinto i barbari? Perché il popolo ha scelto gli “incivili”, preferendoli a noi che siamo – per definizione – “la civiltà” e la luce del mondo? Un mondo che sulle terrazze romane con vista “Cupolone” inorridisce nel vedere i nuovi barbari e i “pulitori di cessi” (da educare o da tenere alle porte) conquistare il potere e – sempre più – il consenso degli italiani. Un mondo che riesce a malapena a nascondere il suo sprezzante malumore verso il popolo. Non a caso qualcuno di questi illuminati dopo il 4 marzo arrivò a mettere in discussione il suffragio universale. Un mondo incapace persino di riconoscere i propri errori. Un mondo che, come ben sintetizza Veneziani, è destinato a “parlare agli uccelli, perché la gente non li vuole più sentire”. E non avendo più il popolo e avendo verificato l’inutilità del monopolio dei media, sperano in qualche rovesciamento di potere… Per farsi assegnare la vittoria a tavolino dopo aver perso sul campo.

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Padrone e Sotto

Quello che conta è non far bere il proprio nemico. Si chiama Padrone e Sotto (conosciuto nel resto d’Italia come la “Passatella”) e arriva da tempi remoti. Ne parlavano il giovane Catone e Giovenale. Il cuore del Padrone e Sotto è capire fin dove ti puoi spingere. È braccio di ferro e trattativa. Non c’è un numero definito di giocatori. Le carte, servono a definire chi è il Padrone, e chi è il decisivo Sotto, il personaggio con il diritto di veto, indispensabile se si vuole trovare un accordo. Per capirsi: c’è la birra (o il vino), ci sono le carte, c’è il Padrone e c’è il Sotto. Il Padrone è quello che ha il punteggio più alto, il Sotto quello più basso. Sono loro che devono trovare l’accordo per decidere chi beve e chi no. Come? Il Padrone fa la proposta al Sotto, tipo: un bicchiere a me, uno a Tizio, uno a Caio e uno a te. Se il Sotto accetta bevono quelli che devono bere e gli altri restano con la sete. Poi si ricomincia. Sembra tutto facile: perché il Sotto non dovrebbe accettare l’invito del Padrone? L’accordo funziona se i due sono alleati e compatibili e se quelli invitati a bere non sono nemici storici del Sotto. Bere è un piacere, non bere un’onta, non far bere un regolamento di conti. Qui comincia la politica. È questa la natura profonda della politica e del potere, si nasconde tutta in un gioco di carte e birra. Padrone e Sotto è lo specchio del potere: alleanze, tattiche, cinismo, rapporti di forza, tradimenti, veti e patti improvvisati. Un potere che ubriaca e per il potere si uccidono le amicizie. Questo è il gusto e il misfatto umano del Padrone e Sotto. Lo scopo sottile del gioco è lasciare all’asciutto chi ti appare come antropologicamente diverso. Si dice: portare  “all’ormo” (che probabilmente viene dall’olmo). Se il Sotto o il Padrone sono in “ormo” con qualcuno, magari da decenni, allora piuttosto che farlo bere sono pronti a mandare in malora tutto. Si crea uno stallo. E per uscirne serve un atto di forza, che nel Padrone e Sotto è la “bevuta”. Ci vogliono i numeri. Ci vuole stomaco. Bisogna saper reggere l’alcol. Altrimenti il Padrone si scola da solo tutte le birre, a costo di sentirsi male. L’unica alternativa è tentare una trattativa, un compromesso onorevole per tutti. In conclusione: la realtà è che il Padrone e Sotto è da sempre il gioco della politica nella mia comunità, vale per il “coltivatore diretto” e per il dottore,  basta sostituire alla birra la parola “potere”. Lo vediamo anche oggi nella gestione del potere. E ieri come oggi vale la regola dell’ormo: “Se non puoi bere, l’importante è che resti a secco il tuo nemico”. È la democrazia. Quella dove la birra (e soprattutto il vino) non scarseggia.

Tutto ha un inizio, una durata e una fine

“Lo stiamo perdendo”, dice l’anestesista-rianimatore nel mentre tenta di rianimare un soggetto talmente morto da essere stato sconfitto persino nelle sue cittadelle clientelari. “Nessuna speranza”, sentenzia il chirurgo. Il Pd è morto. È morto di presunzione, fuffa e finta accoglienza. E a nulla serve l’accanimento terapeutico di tv e giornali, opinionisti, intellettuali per modo di dire, nel far pensare che un soggetto politico morto come il Pd sia in realtà ancora vivo, seppure malconcio, e che ora si ritrova con niente in mano e con una grande incertezza dopo l’esperienza col bulletto di Rignano. Il Pd è morto perché ha perso i suoi ideali. Non ha più identità. Non ha più un popolo di riferimento. Non ha saputo interpretare il cambiamento del mondo, ha perso di vista il suo popolo e ha bollato come populista ogni rivendicazione delle masse. Ha perso i suoi elettori, le sue basi culturali. Il Pd è morto perché nonostante tutto si considera “migliore”. Talmente “migliore” che ha perso tutti i fortini “rossi” inespugnabili che domenica sono caduti in un sol colpo, a conclusione di un 2018 che segna una disfatta epocale per tutta la sinistra italiana. Perde anche Siena. Nonostante tutto quello che hanno fatto per quella banca. Il Pd è morto perché ha fatto dell’Italia un talk-show unico e uguale dappertutto in tutte le reti come se la volontà popolare fosse quella dei vip all’ora dell’aperitivo, e sempre in area ztl; come se il progetto politico fosse davvero quello delle tante Leopolde, le passarelle cui si piegavano pezzi interi dell’establishment, cantanti, attori, pensatori poi, buoni solo a farsi accreditare dai mandarini del Giglio Magico. È morto perché si è identificato nell’élite (élite ben pasciute ed idealistiche) e nei potentati. S’è sfasciato sotto i colpi della realtà arrivata dalla periferia. Che cosa aveva da offrire il Pd? Insomma non bisognava essere filosofi per capire che la mancanza di lavoro rende infelici, che la paura di vivere in un posto rende infelici. Non è solo questione di degrado e ricchezza. Prima i quartieri periferici non erano dei salotti, ma chi ci viveva era felice. Oggi stravince chi promette qualità della vita, rispetto a coloro che assicurano qualità dei conti. Il Pd non ha avuto il coraggio di occuparsi della vita, mentre le vite delle persone c’erano e ci saranno anche in futuro, con i loro pregi, difetti, umori, emozioni, sogni, con le loro lacrime, gli sforzi, i dolori e le gioie. (Nei giorni scorsi nell’ennesima comparsata in tv la Morani ci parlava di quella volta che le si spezzò un’unghia appena smaltata). Si è rifugiato nei quartieri alti e quel popolo laggiù, sempre più lontano, è passato da un’altra parte. Ogni volta che emergeva una difficoltà, rispondeva alle domande del popolo sciorinando i dati del Pil, che sale, che va bene. Non dovevano lamentarsi, insomma. Ha perso perché quel popolo chiedeva pane e il Pd offriva la brioche della vacuità… un popolo in difficoltà che non ne può più di belle parole. Così la rabbia dell’uomo dinanzi al televisore, col boccone in bocca, ha continuato ad aumentare al punto che alla fine egli è stato disposto a votare anche per il diavolo, pur di mandare tutti “affanculo”. Il Pd è morto perché ha ignorato o manipolato la domanda di moralizzazione del sistema politico. È morto perché ha perpetuato una soffocante “dittatura della mediocrità” premessa di ogni corruzione. Certo, nonostante tutto ciò, resta l’occupazione del potere, ha ancora le associazioni di riferimento, gli intellettuali di riferimento, c’è il territorio, governa le città, amministra carriere e appalti, una rete di rapporti consolidata, relazioni e dipendenze per cui o sei dentro il cerchio o non batti chiodo, o sei dentro il partito o niente; enti di prima e seconda elezione, aziende municipalizzate, e aziende per l’assistenza, cooperative (che si accordano sulla partecipazione alle gare d’appalto facendo “cartello” per non disturbarsi l’un l’altra e per tenere alti i prezzi. Trasgressioni che sono sempre “a regola d’arte”); asili e ospedali, consulenze e trattative private di ogni genere. Opere pubbliche che diventano sovente delle “operette” da teatro di varietà. Ma con i risultati del ballottaggio ultimo delle amministrative, il Pd si aggiudica anche un inequivocabile risultato: il niente concluso nel beato nulla. E tutti quelli che pensavano di fare col Pd l’esatta fusione dei due grandi partiti popolari – ovvero la Dc dei guelfi bianchi e il Pci dei guelfi rossi – devono resettare tutti i buoni propositi e riconoscersi nel capolavoro messo in atto da Matteo Renzi. “Nessuna speranza”, le ultime parole del chirurgo.

La guerra di trincea dell’informazione

Oggi, in Italia l’unica opposizione tangibile, l’unica coalizione che ha fatto immantinente quadrato contro il governo… è l’informazione. È l’interconnessione e la profonda affinità ideologica della quasi totalità della stampa, dei tg, degli opinionisti, degli editorialisti, dei maestri dell’etica pubblica, dei cattedratici della morale, quelli che non toccano mai le corde sensibili del Paese ma sono sempre in prima fila per prendersi gli applausi, che si dannano quotidianamente per riaffermare il monismo di fondo del pensiero. Superando in zelo militante persino i pusillanimi e scatenati soldatini residuali del renzismo. Cionondimeno, guardando i loro programmi a volume spento, sarebbe sufficiente osservare le smorfie e gli abiti, per immaginare il tenore delle loro idee. Opinionisti apodittici (di politica, calcio, reality anche tutto contemporaneamente) e intellettuali de noantri che hanno bisogno di like e clic per alimentare il proprio ego. Dagli ultimi sondaggi risulta che la coalizione di governo raccolga oltre il 60% dei consensi, ma seguendo i tg, i talk-show, leggendo i giornaloni, pare che al governo abbiamo una dittatura (sarebbe ora di metterci mano!). Un fuoco di fila così fitto dell’informazione e dei media nei confronti di un esecutivo appena nato che non si vedeva dai tempi del berlusconismo. Una guerra di trincea. Una strategia del logoramento. Che sembra essere la fanteria da prima linea e prima serata di una concezione del mondo propria di un’epoca storica sconfitta il cui unico motto è: resistere, resistere, resistere e… sopravvivere. Una guerra di trincea fatta di monotoni comportamenti di chi ritiene indiscutibili le proprie opinioni: giornalisti apertamente schierati, che ritengono che il proprio giornale sia il più libero e il più obiettivo. Sono gli intoccabili, i tanti robertisaviani, la claque de la Repubblica e del Fazio’s clan (cfr. Veneziani), i moderatori-insinuatori/istigatori da talk-show, i vari Formigli, Floris, Gruber, Merlino, ecc… (a seconda della cifra stilistica: Floris insinua, Formigli istiga, Merlino fomenta, ecc…). Sono i loro ospiti, fintamente super partes e grossolanamente partigiani. E l’umore stantio che ne fuoriesce è quello della conventicola di affiliati. È il loro gigioneggiare negli studi televisivi, intellettualmente permaloso. Quel modo di essere retorici nel loro agire così sprezzante. Quel loro insultare così tutta quella parte d’Italia che non la pensa come loro. Risibile rampogna se fatta da chi dipinge esplicitamente – non si capisce bene da quale atelier di via Montenapoleone – quel 60% (la maggioranza) di italiani come analfabeta funzionale. Che tuttavia oggi temono, e forse ne hanno panico. Per cui si cercano, si difendono l’un l’altro e tutti insieme corrono a nascondersi dietro la sottana del Potere. Arnesi di quel Potere, neppure più tanto occulto e soverchiante, che in questi anni ha ritenuto necessario mettere in scena una declamatoria mimesi di carità laicista servendosi di suggestioni proletarie e umanitarie, al fine di proseguire il saccheggio senza venir disturbato da un’eventuale presa di coscienza dei più, che sono sempre di più. Ma come hanno inoppugnabilmente certificato gli ultimi rivolgimenti domestici e internazionali questa strategia di logoramento sta logorando chi se ne serve: perché il “populista” sente, annusa questa “razza” di propaganda e inizia a schifarla. Perché i narcisistici eloqui di queste vergini violate, di queste icone farlocche non impressionano più nessuno, forse nemmeno più i conduttori amici che si ostinano a invitare in televisione declinanti personaggi chiamati a esternare opinioni di conclamata irrilevanza. Dopo anni di spocchia, dopo anni di ipse dixit, adesso sentire gente che esprime altre idee che non siano le loro li irrita… E non accettano che il posto del bulletto fiorentino ora è occupato da un signore che di fiorentino ha solo la cattedra. Ah!, i bei tempi in cui Renzi le diceva tutte giuste e approvate dai media, e poi non faceva nulla. E come esprimono irritazione? Non in maniera pacata ma paventando razzismo fascismo emergenza democratica, e vomitando odio. E la cosa non mi piace affatto.

Eh già, io sono ancora qua…

Vi ricordate di Matteo? Ma sì, Matteo. Anzi, Matteo il fiorentino. Il bulletto di Rignano sull’Arno, insomma. Dai che ve lo ricordate, su. Non vi ricordate quando era il leader più amato, quando tutti nel 2013 pendevano dalle sue labbra rottamatrici? Quando persino Berlusconi (dopo avergli proposto addirittura la guida di Forza Italia) gli propose un patto, ricevendone un benevole assenso? Che c’entra con l’oggi? Niente, forse. Ma pensavo a lui, vedendo la sua intervista, la scorsa domenica, da Lucia Annunziata, scamiciato in contesto bucolico, con grata fiorita alle spalle. Pensavo a lui e ripetevo: niente, non riesce proprio a farsi da parte. Pensavo a Renzi e vedevo e sentivo un marziano. Lo sentivo parlare (ancora) come se fosse quello del 40% delle europee del 2014, quando tutta l’Italia stava con Matteuccio (a dire dei giornali). E lui ci credeva. Lo vedevo varcare il portone del Quirinale con la lista dei ministri del suo primo e ultimo governo. Parlava come mangiava, non pareva avere scheletri nell’armadio e soprattutto nessuno poteva imputargli nemmeno un grammo di responsabilità dello sfascio a cui i governi precedenti avevano ridotto l’Italia. Faceva notizia anche quando leccava il gelato nel cortile di Palazzo Chigi. Poi pensavo a lui e a quando, tre anni dopo, alla stazione romana Tiburtina, è salito sul “Treno dell’Ascolto” alla volta delle 107 province italiane (che voleva abolire): ha ascoltato più fischi, pernacchie, maledizioni e insulti (i più gettonati, fino alla monotonia, erano buffone, vergogna, Pinocchio!) dei già molti che meritava. Addirittura in Puglia domandò a una signora “Come sta?” e lei, prontissima: “Com’ammamete”. E che dire poi dell’idea geniale di occupare militarmente la basilica di Paestum (all’insaputa del vescovo) e improvvisare dal pulpito un’omelia-comizio per le truppe cammellate di don Vicienzo De Luca e del fido Franco Alfieri, quello che doveva offrire fritture di pesce in cambio di Sì al referendum. Pensavo a quella scena e provavo a immaginare quale sarebbe stato il suo destino se in questi anni non avesse controllato le tv e se i cosiddetti editori di giornali non fossero stati quasi tutti col cappello in mano davanti a Palazzo Chigi in attesa dei soliti favori. Chissà, forse le Annunziate, le Gruber, i tg, i talk show e i quotidiani avrebbero parlato di quel che interessa ai cittadini, cioè di quel che succede nella vita reale di tutti i giorni. Per dire, il bulletto non sarebbe stato in grado di fare assolutamente nulla. Invece – come scriveva Travaglio – non c’è stato un suo sospiro o flatulenza che non veniva solennizzato dalla pseudo informazione come il Sacro Graal. Pensavo a lui e sentivo il suo vantarsi di essere il primo in tutto, quello che “prima di noi non si è fatto nulla”.  Lo sentivo parlare di quelli della sinistra che hanno sbagliato Matteo. Dei Cinque stelle, di bulli e di migranti alla deriva nel Mediterraneo (apriti cielo: fascisti, razzisti, sciacalli, xenofobi, leghisti, lepenisti, trumpisti), tanto per dire qualcosa e raccattare qualche like (ammesso e non concesso che qualcuno ancora ci caschi), dimenticandosi però di aggiungere che: “Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia e che il coordinamento fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino”, come hanno ricordato a luglio del 2017 le parole della Bonino. Lo sentivo parlare ancora una volta di rivoluzione. La stessa che aveva promesso nel 2013. Quando invece hanno prevalso i vecchi metodi: raccomandazioni, conflitti d’interesse, rapporti con i poteri forti. Quelli, per capirci, di un misero “traffichino” di provincia, il capo di una banda intenta, più che a governare il Paese, a curare i propri interessi e quelli degli amici degli amici. Lo sentivo parlare di meritocrazia: “La meritocrazia è l’unica medicina per la politica, per l’impresa, per la ricerca, per la pubblica amministrazione. Gli amici degli amici se ne faranno una ragione”. “L’Italia con me sarà un posto dove trovi lavoro se conosci qualcosa, non se conosci qualcuno!”, s’impegnò allora Renzi. Invece nelle Spa pubbliche ha nominato raccomandati di ferro, amici senza curriculum, manager privi di laurea. Invece di basarsi sul merito ha selezionato la nuova classe dirigente con i soliti metodi. Fondati sulla cooptazione, sulle relazioni personali e amicali, sulle spartizioni partitocratiche e la mediazione – ça va sans dire – con gli immarcescibili potentati. Anche perché Renzi una sua classe dirigente non l’ha mai avuta (vedi le facce patibolari e i quattro compari di strapaese che si è portato appresso) e, per le cose serie di soldi e affari, ha preso a prestito quella vecchia. Appena arrivato al vertice poi, ha in primis occupato tutte le poltrone con leopoldini, fiorentini e vecchi sodali. Una ributtante simonia fra interessi pubblici e privati, per fare soldi col minimo sforzo. Domenica lo sentivo parlare di inciuci,  alleanze di governo contro natura e subito pensavo ai patti con Alfano e Verdini, agli inciucioni con Berlusconi, ecc… Pensavo alla Buona Scuola, all’Italicum e al Rosatellum, alla controriforma Boschi, al Jobs Act, all’abolizione dell’art. 18 e della tassa sulla prima casa, ai voucher, al ponte sullo Stretto, ai regalini a Mediaset, allo sfascio della Rai renzizzata, alle leggi anti-magistrati e pro-evasori, ai bonus acchiappavoti, ai pappa-e-ciccia con banchieri, Confindustria, ecc… ecc… ecc… Pensavo alle indagini sul Giglio un tempo Magico e ora Tragico, che quasi nessuno voleva vedere. E così, nonostante le precisazioni e i distinguo, è diventato in pochi mesi il leader politico più odiato d’Italia. Più odiato persino del redivivo Silvio Berlusconi. Cos’è dunque successo al giovin rottamatore? C’è forse una cosa, una soltanto, toccata o sfiorata da Renzi nei suoi tre anni scarsi di governo che non sia regolarmente finita in mille pezzi? Intendiamoci: non tutte le disgrazie d’Italia sono solo colpa sua. Né vogliamo cedere ai pregiudizi irrazionali e calunniosi sui suoi presunti superpoteri jettatorii. Già è depresso per quest’improvvisa astinenza da potere, da tutto. Un po’ di tatto, un pizzico di delicatezza, che diamine. Ma ora siamo alla resa dei conti. E, finalmente solo, si rivela per quello che non era, ma si è condannato con le sue mani a essere: non uno statista ma un quacquaracquà, non una risorsa ma una zavorra per sé e per gli altri. Risalire la china non sarà facile. Malgrado ciò, il bulletto fiorentino, nonostante sia un senatore semplice ridimensionato dagli elettori italiani, in missione segreta (cioè preannunciata a tutta la stampa mondiale), continua a frequentare il bel mondo del potere e di lobbying ben remunerato, povero di elettori, ma ricchissimo di fondi e finanziamenti.

Gli oracoli del politicamente corretto

Quindi fatemi capire, la scelta è tra stare dalla parte dei grillini brutti, sporchi e cattivi e di un uomo con la barba non tanto curata, i modi bruschi e la camminata da montanaro che si aggira da qualche anno nell’inconscio degli italiani o quella degli oracoli del politicamente corretto? Quelli che credono di possedere la verità rivelata e trasferiscono presunta cultura e supponenza a noi plebe? Dalla parte di Lega e Cinque Stelle o quella degli scafisti e dei Casamonica? Si sta sul serio aprendo un dibattito su questo? A questo siamo arrivati? Una guerriglia senza sosta che viene portata avanti da chi non solo non ha alcuna possibilità di fare qualche breccia, ma anzi rappresenta uno dei motivi di forza sia dei Cinque Stelle che della Lega, non fosse altro perché il chiasso attorno ad ogni loro minima gaffe o per qualsiasi pagliuzza scoperta finisce per fare emergere gli errori e le contraddizioni di chi ha intere travi da nascondere? Strano che non l’abbiano capito. Fa proprio tristezza l’idea che gli oracoli del politicamente corretto (intellettuali, ad esempio, come lo scrittore Edoardo Albinati – vincitore del Premio Strega 2018 -, che per odio verso il governo Conte si augurava, in forma contorta, la morte di uno dei bambini dell’Aquarius), colmi d’etica scritturale, si appellino al razzismo e al nazismo e dimenticano di parlare dei circa 3 milioni di italiani costretti a mangiare nelle mense dei poveri, delle migliaia di giovani, laureati e con un’elevata qualificazione culturale e professionale, costretti a lasciare la loro casa e le loro famiglie per cercare un’occasione di vita, una prospettiva di lavoro. Fa proprio mestizia che con noterelle sentimentali gli ottimati da Ztl, dal loro acquario delle anime belle, predicano (per giunta prendendosi sul serio) su quanto è culturalmente appagante l’accoglienza indiscriminata! L’apparente solidarietà per gli ultimi. Soffrono. Gli oracoli del politicamente corretto, ex-ministri, ex-parlamentari, intellettuali, giornalisti, conduttori di talk-show, a vedere la concordia ormai dilagante tra i ministri a cinque stelle – sempre inappuntabili, nel loro sorriso cordiale – e quelli leghisti, bruti e impresentabili per definizione, proprio non ce la fanno a non disperarsi. Soffrono. Ah, come soffrono. La solita compagnia di giro di figure, figurette, figurine e figuranti morti di fama che bivaccano in tv da mane a sera a berciare, interrompere, contraddire e soprattutto contraddirsi. Tutti atterriti dal “laboratorio del populismo di governo”. Soffrono. E rosicano. Ma come? Dopo 5 anni e 3 governi, Alfano non è più ministro. Non è meraviglioso? L’ideologia e il rosicamento sono duri a morire. Soffrono. E pagnucolano per il “governo di destra”, con “programma di destra” e probabilmente anche canottiere, mutande, calzini e guêpière di destra. A leggere i loro anatemi, pare che il governo Conte è un governo da vomitare. Non le vedete le camicie nere in marcia su Roma con le bandiere di 5Stelle e Lega? Peggio per voi: il fortunatamente ex ministro Delrio li ha visti e ha subito denunciato il palese fascismo del governo Conte. Soffrono. Ah, come soffrono. La verità è che un governo così, nel bene e nel male, non l’avevamo mai visto. Per gli oracoli del politicamente corretto è una cosa complessa e un oggetto ancora misterioso: un mix tra nuovo e vecchio, popolo ed élite, sistema e antisistema, europeismo e antieuropeismo, progressismo e centrismo e reazionarismo, destra e sinistra e anti-destra-sinistra. Un governo che però incontra le vittime delle banche e i giovani riders: le avanguardie dei vinti della crisi finanziaria e del lavoro precario senza diritti; le peggiori eredità di un centrosinistra senza bussole né principi. Un governo che parla di salario minimo, meno tasse, più sicurezza, garanzie sociali, reddito di cittadinanza, pensioni anticipate, investimenti al Sud, lotta ai reati dei colletti bianchi, acqua pubblica, green economy. Tutte cose che dovrebbero suscitare cori di approvazione nel centrosinistra. Invece le dicono Di Maio e Salvini, ergo è tutta destraccia. Sia chiaro, ciascuno di noi ha dei punti di riferimento per orientarsi nei momenti d’incertezza. Chi consulta l’oroscopo, chi lo psicanalista, chi le linee della mano, chi i fondi del caffè. Noi abbiamo gli oracoli del politicamente corretto, noti fustigatori di costumi altrui. Ah, dimenticavo: per loro i razzisti sono sempre quegli altri.

Diciamocelo: anche noi rosichiamo

Chi non vorrebbe avere uno stipendio da senatore (14/15mila/mese) e andare in giro per il mondo (lautamente retribuito) senza dover fare il lavoro per cui ti pagano? Chi non vorrebbe tenere un ciclo di conferenze su come portare un partito dal 40 al 18% e poi vivere di rendita andandolo pure a raccontare in giro. I comuni mortali al massimo hanno l’aspettativa non retribuita. Che goduria l’intervento in Senato di Matteuccio: è stato veramente convincente. Parlava come quei bambini vendicativi che in spiaggia planano col fondoschiena sul castello di sabbia appena costruito dall’amico antipatico per fargli uno sgarbo. Evidentemente stare all’opposizione gli fa bene. “Noi siamo altro”, urlava gesticolando nel suo consueto stile da guappo, e fa un certo effetto pronunciato da un tizio che in mille giorni ha indossato tutte le maschere. E che dire delle capriole e le contorsioni dei giornali orfani (di Renzi), dei commentatori del giorno dopo: sono una delizia che contribuisce a spiegare non perché lo spread sia salito o sceso, ma perché in Italia si acquistino sempre meno quotidiani. E che dire del piccolo grande establishment come il nostro che in questi giorni vede sgretolarsi il terreno sul quale ha posato comodamente i piedi per anni – e per questo auspica il ritorno del bulletto fiorentino – che reagisce con le armi più pesanti che ha: i media. Su, confessiamolo: anche noi rosichiamo. Invidiosi delle capacità oratorie e camaleontiche del bulletto fiorentino. Ma anche della voce maschia di Del Rio che tuona: “Conte, non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti”. Caro Del Rio, vogliamo andare a vedere, nel suo partito, quanti pupazzi del puparo ci sono? Che soddisfazione. Sconfitti nelle urne, sentirli abbaiare dagli scranni del Parlamento. Ringhiare nei talk-show, replicare all’infinito i loro proclami scritti sull’acqua. Applaudire estasiati davanti all’ultima performance tutta psichica di un ambizioso di provincia che ha scalato il loro partito polarizzando ogni sentimento attorno alla sua persona, commissariandolo e riducendolo a quel che è oggi: un campo di forze e ambizioni personali confliggenti o coincidenti col suo ego patologico e dunque prive di qualsiasi orizzonte credibile. Eravamo rimasti che avrebbero “rosicchiato i pop corn” dopo il 4 marzo, e infatti rieccoli, rieccolo a mandare avvertimenti, a dettare la linea alla sua amicaglia di miracolati, a parlare a nuora perché suocera intenda, ma soprattutto a liberare la sua incontinenza narcisistica, il suo bisogno di pubblico, il suo cercare di ricostruire una immagine di sé integra, intoccata dagli scandali Consip e dalle ombre giudiziarie sul babbo e ora pure sulla mamma. Che soddisfazione, le loro facce allegre. Vedere questi alchimisti delle risorse pubbliche per prendere voti, oggi confidare di poter tornare credibili rivendicando una presunta “diversità profonda tra populisti demagoghi e Pd”, e non intendono che i primi vincono mentre il secondo ha perso. Intendono proprio che solo il loro vestigiale partito di furbastri o di nullità senza spina dorsale è in grado di fare l’interesse degli italiani, che si ostinano a non capirli. Forse per comprendere la vera natura di siffatti personaggi più che alla politica bisognerebbe rivolgersi alla psicanalisi. L’amico psicanalista del bulletto fiorentino, tal professor Recalcati, non può fare proprio niente per loro? Tipo convincerli che il sentimento degli italiani nei loro confronti è cambiato. Non li sfiora il sospetto di essere irrimediabilmente caduti in disgrazia, come dovrebbe suggerirgli lo psicanalista della Leopolda? D’accordo, ci vorrebbe Freud, ma forse anche Recalcati può bastare.

La sofferenza del “Quarto Potere”

Il nuovo governo giallo-verde, il governo plebeo, quello dei barbari, gli incivili (osservati con tanta invidia dai salotti della buona borghesia, sempre più inorridita, che non si danno pace che qualcuno abbia usurpato la loro rendita di posizione), qualcosa di buono l’ha già fatto. Ha fatto tornare il mondo dell’informazione e dei media, il cosiddetto quarto potere, all’unica cosa che sa fare: l’opposizione snobistica, saputella e preconcetta. Ma ha fatto tornare anche il nume del multiculturalismo, del Rottamatore – col suo Giglio Magico di Lady Like e Lady Etruria – oggi in allerta d’unisono con gli intellettuali in cachemire e perfino anche con Dudù, tutti insieme riuniti a soffrire e a far diga contro la marea montante populista. A difesa dei profittatori, dello spread e dei mercati. Il nuovo governo giallo-verde, il governo plebeo, quello dei barbari, gli incivili ha fatto tornare un mondo che oggi più di ieri rappresenta le élite, un certo establishment (nazionale e internazionale) che non vuole saperne di piegarsi alla logica della democrazia e della sovranità popolare. Una sorta di elitarismo che considera il Paese reale immaturo e volgare. Che più che raccontare e spiegare la realtà, riflette il mondo parruccone dei salotti. Che detesta la plebe, che condanna i suoi sentimenti come “populismo” e la demonizza perché vota senza obbedire alla loro logica. E vuole continuare a comandare in barba agli interessi generali del Paese. Ne abbiamo, scusate l’espressione, le palle piene. Lo vediamo all’opera dappertutto, il quarto potere, nella società, nei media e nell’informazione. Lo vediamo insultare e insultarsi a vicenda sulla stampa e nelle trasmissioni televisive. La solita compagnia di giro dei talk show urlanti e suadenti. Lo vediamo mettere zizzania, godere nel tentativo di dimostrare che i provvedimenti del neonato governo sono tutti sbagliati, che prima o poi finiremo con il culo per terra. Lo vediamo salire in cattedra: in un monologo ininterrotto che accende e riaccende il festival dell’ipocrisia. Lo vediamo, in giacca e cravatta, alternarsi con nonchalance nei salotti televisivi, sollecitato dal plauso di un pubblico divertito. Lo abbiamo visto in questi anni “lavarsi le mani” e nascondersi dalla storia, dalle lotte politiche e culturali. Lo abbiamo visto nei tentennamenti dell’epoca renziana, innestare la retromarcia e tornare ai bei tempi andati: governativi per principio (a cui si aggiunge l’alto tasso di faziosità ideologica), sempre con quell’aria altezzosa di chi tutto sa e trova la propria ragione di vita nel maglioncino di cachemire, il mocassino firmato, il calice di prosecco in mano. Lo vediamo oggi: nel mondo ovattato degli intellettuali, opinionisti in cerca di collocazione, sempre pronti e disponibili a rilasciare interviste ed apparire in televisione. Vere star di questi giorni: giornalisti, professori, economisti, direttori di prestigiosi quotidiani (che ormai contengono solo previsioni del tempo, segnale orario, programmazione al cinema e santo del giorno e non vendono copie neppure regalate. Non a caso in questi anni hanno perso circa il 60 per cento dei lettori. Un tracollo). Lo vediamo, il quarto potere, mentre recita passi a memoria e segue il copione precostituito. Ma guai a contraddirlo. Guai a contraddire quel suo “buon senso” che trapela da quei salotti che premiano l’effimero e tuttavia guida la fine della triste stagione del renzismo.

I “Rosiconi”

Ammettiamolo: l’esecutivo giallo-verde, nato contro tutti (meno gli italiani), contro la stampa, contro l’establishment, e anche contro il Capo dello Stato (finché i famigerati mercati non hanno fatto capire al Colle che il suo governicchio tecnico avrebbe portato il paese alla rovina), che piaccia o no, ha adesso la possibilità e la responsabilità di cambiare profondamente questo Paese. E chi ha ancora voglia di non rassegnarsi al declino dell’Italia di questi ultimi anni non può non dargli una chance. I “Rosiconi” cerchino di placare i loro bruciori di stomaco (chissà, forse gli è andato di traverso il pop corn). Già, il pop corn. “Volevano assistere allo spettacolo, lo spettacolo sono diventati loro”, ha scritto Giordano. Come avrebbero potuto, infatti, da soli, quelli della Lega e del M5S, raccogliere i voti per andare al governo senza l’aiuto dei “Rosiconi”? Gente come Orfini, Malpezzi, Morani e Rotta, ecc., che quando parla o ascolta un interlocutore, ha sempre il sorriso stampato in faccia di chi la sa lunga. Truppe cammellate che dati per spacciati sotto le terribili sconfitte di questi anni, però riacciuffano per terra il biglietto della Lotteria Italia e passano alla cassa di fronte a una cassiera incredula che gli consegna l’onesto gruzzolo per la sopravvivenza quotidiana, quei 14/15mila/mese che permettono loro una vita almeno dignitosa. Gente che, col terrorismo intellettuale, col governo o senza governo, in questi anni ci ha dato un mucchio di dispiaceri. In queste ore si leggono, si vedono, si odono cose ripugnanti. Cose nauseabonde fino allo spasimo perché sono dolorose conferme del cancro che assale questo Paese che non si può curare nemmeno con la chemioterapia. Una impressionante galleria della faziosità, da parte di personaggi superati dai fatti, che non hanno più narrazione, non hanno più le parole, non riescono più a entusiasmare e non vogliono rassegnarsi all’entusiasmo e la gioia che in queste ore anima questo governo del cambiamento. Che appaga e incuriosisce allo stesso tempo. Chi, se non loro, è il primo responsabile della catastrofe che stiamo vivendo? Chi, se non loro, ha consegnato il Paese a un “clan” di affaristi? Chi se non quest’orda di oracoli del catastrofismo (ma solo quando non sono loro al potere), che rappresenta una minoranza, seppur organizzata militarmente. La loro violenza verbale, i toni incendiari e le mille dichiarazioni dei vari Zucconi, Scalfari, Severgnini, Calabresi, ecc., e quelle che si ricavano dai social segnalano non solo un nervosismo dovuto alla sconfitta, ma una regressione ad uno stato barbarico che è sempre latente e che si palesa, guarda caso, quando gli amici degli amici allentano la presa sul potere o lo perdono del tutto. E tirare in ballo sempre gli stessi fantasmi del passato li rende ridicoli oltre ogni misura. Quello a cui stiamo assistendo è il canto del cigno di un sistema di potere consolidato nel tempo, negli uffici pubblici, nelle televisioni, nelle radio, nei giornali, dove fa carriera chi rinnega l’etica della propria professione; nelle aziende private, dove la precarietà del lavoratore è un qualcosa a cui brindare; nelle strade, dove la furbizia resta una virtù. Un sistema oggi con le spalle al muro, che ha dovuto scoprire tutte le proprie carte mostrandosi per ciò che è sempre stato. Un sistema che è stato criticato, odiato, combattuto, oggi colpito nei suoi punti vitali, dando a chi ha vera e sana passione politica nuovamente la voglia di avere un’idea, seppur contraria, e dando un nuovo lavoro da cercarsi a chi ha sempre e solo avuto interessi politici. Ma perché questa gente non riesce ad assimilare il fatto che quando le elezioni non sono loro a vincerle, non potrà accadere nulla di antidemocratico e tragicamente irreparabile per le libertà civili? Perché questa loro ottusa perseveranza deve portarli a oltraggiare i vincitori di elezioni democratiche fino a paragonarli a omofobi, razzisti, fascisti, antidemocratici, come hanno fatto in queste ore? Ma perché sono così terrorizzati? La democrazia, quella vera, evidentemente sconvolge. Ma se si rinuncia a quella, se muore quella, la libertà va a farsi friggere. Si mettano l’anima in pace: i loro valori non sono i valori di tutti, non sono le tavole di Mosé né dogmi di Stato, sono solo convinzioni ideologiche di una parte, che possono non essere condivise senza con questo macchiarsi di crimine, reato o lesa maestà.

Siamo tornati al punto di partenza

Siamo tornati al punto di partenza. Immersi nella melma che difficilmente ci consentirà di far ripartire questo Paese. “Se siamo in democrazia, bisogna ridare la parola agli elettori”, si va ripetendo da ore. Ma quale democrazia è la nostra? È una farsa, una presa per i fondelli! E poi, che cosa risolveranno nuove elezioni? Se non si tiene conto della volontà del popolo? Se alla fine si troverà qualche altro stratagemma per impedire qualsivoglia cambiamento! Smettiamola allora di stupirci vicendevolmente. Lo sappiamo benissimo come stanno le cose. Con l’odierna situazione geopolitica in cui ci troviamo invischiati, assoggettati al “Mercato”, allo Spread, all’unione di banche che ci ostiniamo a chiamare “Unione Europea”, cosa succederebbe oggi se una qualsiasi nazione decidesse di uscire dalle regole di questo “clan”? Verrebbero inviati i carri armati per ripristinare il controllo sulla popolazione assoggettata? Certo che no! Oggigiorno c’è un esercito molto più potente, silenzioso e invisibile che può riportare lo stesso al silenzio e alla repressione chiunque osi ribellarsi a cotanto ordine prestabilito: la finanza. Semplici cifre su computer e capitali immensi nella mani di pochissimi individui che possono decidere chi oggi vive e chi oggi invece muore con un semplice click di un mouse. Banali decisioni prese da una ristrettissima cerchia che riducono alla fame o alla mera sopravvivenza intere popolazioni (vedi la Grecia o il nostro “magico” impennarsi dello spread nel 2012, per mettere a legiferare chi si vuole dove si vuole, con buona pace della volontà sovrana e della sbandierata democrazia). Detto ciò, se Mattarella ha fatto bene o male, se potesse mettere il veto su un Ministro, interessa poco, non conta, visto che è un giudizio soggettivo. Resta il fatto che il Capo dello Stato non si è posto, nel corso di questa crisi, come il presidente di tutti gli italiani, ma solo di una parte di loro, e precisamente di quella che ha perso le elezioni. Insomma, non è più neutrale, ma fa politica; e questo nella Costituzione non sta scritto da nessuna parte. Ha cominciato a far politica nei giorni successivi al 4 marzo, ha continuato nelle settimane successive, quando innumerevoli “voci dal Colle”, sussurrate a giornalisti compiacenti, ci tenevano quotidianamente informati sull’insofferenza, se non il disprezzo, di Mattarella verso chi le elezioni le aveva vinte (e, di riflesso, verso chi li aveva votati). Ha raggiunto il culmine ieri sera, quando è stato fatto saltare un governo sostenuto dalla maggioranza del Parlamento ed è stato immediatamente tirato fuori dal cassetto un nome che, per gli orientamenti da lui più volte manifestati, rappresenta una linea di politica economica assolutamente opposta: quella, precisamente, che è stata sconfitta il 4 di marzo. Che adesso avrà tutto il tempo di riorganizzarsi, prendere tempo e chissà… magari anche “taroccare” le prossime elezioni… Elezioni che saranno anche un referendum implicito sui nostri rapporti con l’Europa (paradossalmente il voto potrebbe certificare esattamente quello che Mattarella ha tentato di evitare). Fortuna per noi che questa crisi politica stia lasciando il Paese ancor più allo sbando proprio all’inizio della bella stagione…