Rosa, Rosae… Rosatellum

La Legge elettorale passa in Commissione. Nessun martire della causa. Avremo ancora un Parlamento di nominati. Da un Porcellum all’altro. La cosa non suscita entusiasmi ma neanche perplessità, non si odono “allarmi democratici”. Se si esclude “Il Fatto Quotidiano”, nessuno ne parla. I media – sia i grandi giornali, sia i telegiornali del servizio pubblico – sono tutti chiusi nel fortino della narrazione ufficiale, del conformismo obbligatorio e della sudditanza al pensiero unico e perciò estranei alla realtà e refrattari a un minino di pluralismo. Eppure non si tratta di cosa di poco conto, sia per la democrazia sia perché con la legge elettorale approvata oggi in Commissione (Rosatellum) si sottraggono importanti opzioni alla scelta degli elettori. Si passa da un regime maggioritario nel quale chi vota sceglie anticipatamente la maggioranza di governo, il nome del Presidente del Consiglio ed il suo programma, ad un sistema proporzionale per i due terzi dei seggi da assegnare che cancella le prerogative degli elettori sopra indicate. Tutte le scelte saranno fatte dopo le elezioni allorquando i partiti e/o le coalizioni avranno ottenuto una delega in bianco dagli elettori e dovrà per forza scaturire un governo di larghe intese, di opposte proposte che si fondono e si cancellano. L’aspetto più grave è la certezza che al Senato (elezione dei seggi su base regionale) non ci sarà maggioranza e forse anche alla Camera. Ad evitare la crisi di Governo ci penserà la politica dei pannicelli caldi che sarà all’ordine del giorno. Questo il quadro. Questo il tema del traccheggio. La preparazione dell’agognata Grande Intesa. L’eliminazione del Terzo Incomodo. Addavenì il Grillaccio.

P.s. All’elettore di centrodestra resta da capire perché in un’Italia dove è largamente maggioritaria l’identità moderata – la gran parte degli italiani, infatti, non è di sinistra – diventa urgente rafforzare la sinistra e, altresì, salvare dal crepuscolo egolatrico il loro ultimo e più squillante leader, l’ancor giovine Matteo Renzi. Perché malgrado gli sforzi di chi piace alla gente che piace nel celebrarne il fasto, è già un corpo estraneo nel sentimento generale. Insomma, è solo una specie di Kim Jong-Un. Peraltro disarmato.

Annunci

Allora ditelo che lo fate apposta!

Evidentemente è finito il caviale. Tanto vale allora cominciare uno sciopero della fame. Poveri noi! Ma veramente c’è gente che pensa di votare ancora alle prossime elezioni? Ditelo! Non nascondetevi più. Ditelo che volete suscitare sdegno apposta, per indurci a non votare… tanto i vostri protetti, i vostri avvantaggiati, i vostri mantenuti, ci vanno eccome!

Da tempo immemore, siamo immersi in un circolo vizioso senza fine, il quale oltre a perpetrarsi senza soluzione di continuità, peggiora nello stile, nelle modalità, nel linguaggio. Nel decadimento assoluto della morale. Nel disprezzo ostentato per le regole, da parte – per giunta – di chi le regole è preposto a farle e, dunque, teoricamente rispettarle. Nell’assenza totale di decoro, senso del pudore, preparazione e meritocrazia. Come può questa classe politica pretendere il consenso dai cittadini alle prossime elezioni? Come si può oggi pretendere l’onestà da un cittadino, da un lavoratore, da un libero professionista, quando poi sono gli stessi esempi che dovremmo avere come riferimento ad essere i più corrotti e malversatori? Finché una classe politica (e non solo quella: ci metto dentro buona parte di chi dirige questo paese come funzionari, imprenditori e chi più ne ha più ne metta) agirà in tal senso, vigerà la cultura del “ma lo fa anche lui”, come giustificazione per ogni piccola e grande porcata, dai grandi clientelismi alla corruzione. Finché ogni giorno, le cronache del Bel Paese ci riferiscono – citiamo soltanto le “ultimissime” – di assistenti e collaboratori da schiavizzare, figli e figliastri da sistemare, di nutrite schiere di “chiarissimi” professori, arrestati ed indagati per “commercio di cariche accademiche”, di cittadini iscrittisi, senza averne titolo, tra le liste dei terremotati, per non parlare della lunga sequela di appalti truccati, evasioni fiscali, forniture taroccate, false fatturazioni, invalidità fasulle, assenteisti cronici…

Agli inizi  degli Anni Cinquanta del ‘900, don Luigi Sturzo, scriveva: “Quel che oggi rende critica la situazione è la mancanza di orientamento pratico verso la moralizzazione della vita pubblica”. E dopo avere elencato i centri dell’affarismo, sottolineava amaramente: “È mancata in tutto ciò la reazione morale. Il pubblico parla, mormora, ma non si fa sentire; le Camere osservano, notano, ma non si agitano; il Governo è premuto, ma non provvede, non inizia il risanamento, è paralizzato”.  Giuseppe Prezzolini, uno che dei nostri mali nazionali se ne intendeva, non a caso, quasi un secolo fa (nel suo Codice della vita italiana) distingueva i cittadini italiani in due categorie: i fessi ed i furbi. Scrive Prezzolini: “Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione, eccetera; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, eccetera, questi è un fesso”. Facile – a questo punto – individuare chi siano i “furbi”: quelli che evidentemente si comportano all’opposto, arrivando – nota sempre Prezzolini – a fare la figura di mandare avanti il Paese, pur non facendo nulla, spendendo e godendosela: del resto il furbo si interessa al problema della distribuzione della ricchezza, mentre il fesso a quello della produzione. Di questa Italia-doppia è purtroppo disseminata la nostra Storia più o meno recente.

Succede a Guardia

Accade quando perdi di credibilità. Quando le tue trovate da farsa, risultano essere solo delle fanfaronate da saltimbanco. “…patrimonio Unesco… un concorso di idee internazionale… un parco fluviale… un circuito enogastronomico con affaccio sul fiume…”. Succede a Guardia. Accade quando per costruire verità di carta, pensi di poter nascondere con un ditino la montagna della verità di granito. Accade quando pensi di metterlo nel sacco dei cittadini con grottesche scivolate sulla parete di specchio (magari anche oliata), raccontando dei tuoi improbabili successi. Accade quando, colto con le mani in quel sacco, tenti di giustificarti come farebbe il bambino con la bocca sporca di Nutella davanti allo sportello del frigo. Accade quando ti porti appresso buffoncelli della peggior specie e ti riempi la bocca di merito e competenza. Accade quando gestisci la cosa pubblica come fosse roba tua. Accade quando ti senti più tutelato degli altri davanti alla Legge, se la legge è rappresentata da qualche amichetto tuo. Accade quando ti senti superiore a Dio e ai Santi e pensi di governarne anche la Fede. Accade quando con il tuo elisir di lunga vita pensi di comperare la gente con bagordi e carnevalate. Con le mani in pasta. Ovunque. Vedevo l’altro giorno ai bordi del centro storico di Guardia, a due passi da piazza Croce, un gatto vicino a un cumulo d’immondizia intento a giocherellare fiero con la carcassa di un topo, e mi sono detto: manca solo il cinghiale è la scena guardiese è completa, pronta per il Riconoscimento Unesco, pronta per farsi ritrarre da uno dei numerosi artisti che affollano la Guardia d’oggi. Che brutta fine da Pinocchio… La gente non ti crede più e si sparpaglia. Si allontana dal paese dei balocchi, dai lucignoli e dai pinocchi e cerca lidi più sicuri. Magari non immacolati, ma certamente meno prostituiti. Di questo decesso, ne avremo conferma già nelle prossime settimane. Intanto, recitiamo un requiem, mentre, inascoltata, Guardia si nutre di ricordi sui social e ulula il proprio De Profundis…

Voglia di “preferenze”

La classe politica dovrebbe perdere il vizio di usare la legge elettorale a proprio esclusivo vantaggio e contro i propri cittadini, illudendosi di poter far vincere il proprio partito. Le coalizioni e i partiti di Governo, anche di segno opposto, che si sono succeduti al potere dagli anni novanta a oggi hanno sempre inseguito la chimera di confezionarsi una legge a proprio uso e consumo, possibilmente per danneggiare i propri avversari politici e per limitare i danni in caso di sconfitta. Con buona pace degli elettori. E questo – ma guarda un po’ -, sempre in prossimità delle elezioni politiche. Eppure, anche se sulla stampa, nei talk-show nessuno lo ricorda, l’Europa nel novembre 2012 ha stabilito che ci vuole un periodo minimo di un anno tra il varo di una nuova legge elettorale e le elezioni. Ma in questo caso evidentemente il mantra “ce lo chiede Europa” passa in secondo piano. Quale sarà la legge elettorale alle prossime politiche non è sicuro. Il distacco dalla politica è siderale e per riallacciare il filo con gli elettori si poteva almeno restituirgli il diritto esclusivo di scegliere i propri rappresentanti. Tutti i rappresentanti quindi, e non solo una parte, facendo tra l’altro prevalere i designati dalle segreterie di partito ai più votati nei collegi uninominali. Il risultato invece è che il sistema approdato in Parlamento nessuno l’ha capito (ad iniziare da chi l’ha scritto) e a nessuno frega di capirne in quanto risulta difficile da capire persino per i dottori in azzeccagarbugli elettorali, mentre il messaggio che passa è dell’ennesima fregatura da parte di Lorsignori. Per questo non scatta nemmeno la voglia di capirne di più, e si derubrica la faccenda all’ultimo dei problemi, abdicando di fatto al sentirsi pienamente cittadini. Siamo sudditi, insomma, come deve averci considerato anche questa classe politica, promotrice di un modello elettorale che forse è incostituzionale, ma di sicuro è repellente alla voglia dei cittadini di partecipare. Se volevano una legge chiara avrebbero varato l’uninominale secca, in cui vince chi convince nei singoli collegi e così sarebbero stati costretti a schierare uomini convincenti, magari anche onesti, di sicuro competenti. Ma in una cosa questa classe politica si è trovata sempre d’accordo: in Parlamento devono andare i nominati, non gli eletti dal popolo.

Un Paese diviso in due

Lo spettacolo offerto quotidianamente dai media, sia pubblici che privati è avvilente. Per non parlare della carta stampata, del giornalismo attuale, che è tutt’altro che libero, come sostengono i soliti difensori d’ufficio. Non c’è emittente pubblica e privata che non sia schierata sull’asse Renzi-Berlusconi. L’omologazione è la regola. Urlare “vergogna” è veramente riduttivo!

Gli scandali ai quali assistiamo, ogni giorno, l’ultimo dei quali riguarda le vecchie e nuove baronie universitarie, rappresentano solo l’ultimo esempio di questa democrazia malata. Sui media si parla d’altro con un unico scopo: perdere tempo ed assicurare ai soliti privilegiati i vantaggi ben noti. I giornali non fanno che lodare i provvedimenti del governo, attribuendo la responsabilità del disastro economico e sociale nel quale vivono gli italiani a quelle persone che vengono etichettate come “populisti”, che cercano di togliere la testa dalla sabbia e intendono reagire a una situazione reale, che non è quella descritta e certificata dai media. Quegli stessi media che però si guardano bene dal dire che questo Paese è diviso in due. Che ci sono ormai due piazze contrapposte, due aree, nettamente marcate. Lo senti per strada, lo leggi sul web, lo vedi in televisione e in tutte le occasioni che ci offre la realtà. Sono due flussi d’opinione che non riescono più a trovare punti di contatto e di compromesso.

C’è un processo in corso in questo Paese che va ben oltre i personaggetti sulla scena politica corrente, quali, ad esempio, il maghetto di Firenze, Matteo Otelma Renzi. Mentre la politica si squaglia nei talk-show, l’Italia si sta ridisegnando in due aree. Al di là dei leader furbetti che saltellano ora a destra ora a sinistra, ora chiudono e ora aprono le porte dell’Italia secondo i sondaggi del momento, ci sono ormai nel nostro Paese due grandi correnti d’opinione piuttosto stabili. Che sono divise, contrapposte, sui grandi temi sensibili del nostro tempo. Le due parti non sono speculari, ma asimmetriche, molto diverse. Una s’identifica con le fabbriche d’opinione, con l’egemonia sottoculturale, con i poteri mediatici, giudiziari e con l’establishment. E che ritiene di avere il monopolio dei valori morali e sociali, etici e culturali, si reputa superiore, e non considera che anche chi difende la realtà, la tradizione, la natura, la famiglia, la vita come è sempre stata, possa avere valori morali e ideali contrapposti ma degni di rispetto. L’altra, un’opinione pubblica che è un fiume in piena, che a volte tace, subisce, si rifugia nel privato, ma poi borbotta, a volte esplode, vota contro, esprime il suo dissenso con rabbia. Se i primi sono spesso affetti da disprezzo i secondi sono affetti da risentimento. E allora? Ci vorrebbe un comune senso dello Stato e della comunità, per creare un terreno comune; ma non c’è.

Che la terra ti sia lieve, Luigi

C’è una cosa che proprio non mi perdono. O meglio: ce ne sono tantissime ma una è quella di non avere avuto le palle di andarmene da questo paese. Da Guardia. Non ho avuto carattere, forza, personalità per dare un taglio alle radici, a quel viluppo di legami e colla affettiva, quell’impasto di poesia e paura e consuetudini e sicurezze che ci tiene fermi. Mi sono lasciato ammuffire come una pianta illusa che sperava di fiorire in mezzo alle pietre. Me la piglio solo con me, sia chiaro. Ma la mia colpa non cancella quelle di chi ha ridotto così questa comunità. Non ho avuto le palle per tornarmene a Roma. E non credo sia cambiato molto da quel giorno ed è anche per questo che da anni non credo più nella possibilità di cambiare Guardia con il voto, con la politica, con i nuovi che arrivano e i vecchi che resistono. Non è qualunquismo. Io in fondo credo nel lavoro di pochi individui che cercano ogni giorno di trovare strade alternative per questa comunità, probabilmente destinati alla sconfitta, ma con la speranza di lasciare un solco, un corridoio, dove altri raminghi possano in futuro incamminarsi. Lo so. Non è molto. Forse è solo un altro stupido sogno, ma se a Guardia qualche svolta c’è stata è per questi sognatori controcorrente. A Guardia c’è chi si rifà la reputazione e chi si rifà la macchina. Sono in molti che non sono in grado di rifarsi la prima perché non l’ hanno mai avuta. Sul cervello non mi esprimo, ad oggi non l’ ho scovato. Oggi l’unico modo per vivere a lungo a Guardia è invecchiare. E io non ho paura di diventare vecchio perché in fondo lo sono già e mi trovo bene. Ogni giorno do una occhiata ai manifesti funebri, e scorro i nomi dei defunti. Quasi sempre vi scopro l’annuncio mortuario di qualche persona conosciuta, un amico, un compagno di una vita. Oddio, penso, se ne è andato anche questo. Mi addoloro e mi consolo, dato che io sono ancora qua a rompere i coglioni a chi sapete e a offrire ai detrattori l’opportunità di prendermi per il culo. Lo confesso, è una gioia sopravvivere ai nostri coetanei. E spero di tirare le cuoia a 90 anni raccomandando però a farmi una iniezione definitiva, così mi tolgo dalle palle in fretta, evitandomi sofferenze… La morte non è un tabù per noi mortali. Che razza di mortali siamo se ignoriamo ingenuamente che nel nostro futuro, più o meno prossimo, c’è una tomba? Sit tibi terra levis, Luigi.

.

C’è qualcuno?

“Metà dei giovani senza lavoro”: titola oggi il Sannio Quotidiano, riprendendo i dati emergenti da un’indagine della Cisl Irpinia-Sannio. C’è qualcuno? Dopo il lamento, c’è qualcuno che ha una proposta? Un approdo. Un progetto. Una possibilità. Una idea concreta per sopravvivere a questa ondata di dolore collettivo, di una generazione che invocando il futuro non ha manco un passato? La politica sannita fertilizzata dal sangue di questa generazione non ha niente da dire? O forse (anzi, senza forse) per loro questa generazione è destinata a essere la vittima sacrificale senza sconti? Come quelli che arrivano in ritardo a una festa e si accorgono che quelli che sono arrivati prima non hanno lasciato niente al buffet, solo i rifiuti e qualche patatina stantia (o peggio ancora non solo sono arrivati in ritardo ma la festa è proprio finita).

Il Sannio non è quell’isola felice che ci viene raccontata: c’è sofferenza sociale. Alla pari di altre zone del nostro disastrato Paese è un territorio senza lavoro o con qualcosa che chiamano lavoro per carità. Quelli che ce l’hanno, contano le crepe. La nuova generazione ha studiato, ha sgobbato e se i giovani non sono già scappati oggi hanno stipendi ridicoli, compensi che il più delle volte non vengono nemmeno pagati, o pagati in ritardo, o in nero, o tutto questo insieme. Soffrono, sono arrabbiati. Schiacciati dalle ingiustizie, il tempo che passa, che consuma la paura di vivere tutta la vita così, che poi sta avvenendo, senza alcuna possibilità di uscirne, invecchiando tutti in questa sabbia immobile. Una generazione nervosa, affaticata e sola.

Quel che resta della politica sannita, una sorta di Peste Emozionale che si organizza in partito di sinistra, centro e destra, lo ha capito e soffia sulle loro ferite, non per sanarle ma per tenerle sanguinanti. Non ci vuole un genio per  capire che più i giovani soffrono, più si arrabbiano, più è possibile che li votino. Quello che non è chiaro è come ne usciamo. C’è una voce nel nostro disastrato territorio che abbia una idea sensata di dove andare? Non l’analisi, non la critica, non la protesta, non il lamento. C’è qualcuno? Non c’è nessuno… guardo questa generazione e tremo…gli abbiamo tolto passato presente e futuro e l’abbiamo resa anche incapace di reagire…