Tranquilli: il peggio l’abbiamo già passato

Il metodo con cui è stato sparato contro questo governo ancora non nato, checché se ne dica, fa dell’agibilità democratica nel nostro Paese un problema ben più grave del curriculum (ampiamente deriso!) del presidente incaricato fosse anche interamente inventato (e in questo caso non lo è). Una tecnica ampiamente usata in tutti i tempi e in tutti gli ambienti quando manca il materiale per una contrapposizione credibile o la capacità di trovare argomenti. Un tale bombardamento mediatico, un killeraggio mediatico per colpire una persona appena incaricata di formare un nuovo governo non si è mai visto. Siamo al terrorismo mediatico. Siamo all’ipocrisia giornalistica. La tecnica è sempre la stessa. Non c’è la notizia. La si crea. Una recita permanente. Una messa in scena. Una finta. I media non raccontano la notizia, la creano. Tutto il resto è finzione. Questo hanno creato. E come se non bastasse oggi la stampa tedesca si occupa, con toni allarmati, di Paolo Savona, l’uomo “che odia la Germania”, per cui si stanno battendo Lega e 5 Stelle, nell’intento di nominarlo prossimo ministro delle Finanze. I principali giornali parlano di lui. “L’Italia vuole un nemico della Germania al governo”, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung. “Giornali e politici tedeschi insultano: italiani mendicanti, fannulloni, evasori fiscali, scrocconi e ingrati. E noi dovremmo scegliere un ministro dell’Economia che vada bene a loro? No, grazie! #primagliitaliani“, ha prontamente replicato su Twitter Matteo Salvini. L’inquilino del Quirinale poi fa il portavoce e il mezzano di altri poteri, pretendendo di stabilire uno ad uno chi siano i ministri. Lo si può immaginare benissimo con quello sguardo paraplegico che telefona a Juncker, alla Merkel a Draghi: ”Vi sta bene questo premier? Può andare questo ministro?”. Questa storia sta diventando davvero insopportabile. L’Italia ha bisogno di un governo e non di sabotaggi istituzionali. D’accordo. L’alleanza fra M5S e Lega non è naturale: si sono scontrati in tutta la campagna elettorale. Vero. Tuttavia è fuor di dubbio che sono stati gli italiani a votarli. E poi ricordiamoci gli ultimi venti anni, tutti i campioni che sono sfilati a palazzo Chigi e dintorni, il fallimento di ogni programma presentato, l’Italia che di anno in anno è andata indietro, fino agli ultimi posti nella Ue raggiunto nelle ultime settimane. E chiediamoci: c’è davvero il rischio di fare peggio? È matematicamente impossibile… Qualcuno si ricorda dell’espertissimo Mario Monti e della sua superministra, la tecnica Elsa Fornero, quella che ha fatto più errori tecnici con la sua riforma delle pensioni (gli esodati) di qualsiasi studentello alle prime armi? Davvero si può pensare di fare peggio di loro? O di Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni, che durarono solo otto mesi passando alla storia per i voltagabbana del centrodestra e per un paio di provvedimenti pensati solo per le banche e che per altro si sono rivelati inutili, visto che subito dopo sono scoppiate le crisi di Mps, delle popolari e delle venete? Che dire poi delle ricette miracolose di Matteo Renzi e della esperta di banche Maria Elena Boschi? E andando indietro con l’orologio della storia? Si va ai due protagonisti della prima parte del ventennio della seconda Repubblica: Romano Prodi, l’uomo dalle cento tasse con i suoi vari Vincenzo Visco, dracula del fisco. O a Silvio Berlusconi… Anche a quell’epoca le promesse erano elettrizzanti, e i timori sui conti pubblici altissimi. E allora? Allora siamo seri: il peggio l’abbiamo già passato.

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Un governo di scopo che non avrà altro scopo che lo scopo

Quella a cui stiamo assistendo, ormai, non è più solo una gigantesca crisi politica, ma un incubo, un dilemma, una gigantesca roulette russa con la pistola, però, tutta carica. Chiunque spara un colpo rischia di restarci secco. Uno spettro si aggira per i palazzi della politica. Grosse Koalition. Governo di scopo. Padella o brace. Il governo di scopo o del Presidente che dir si voglia vagheggiato in queste ore è la padella che non cambia nulla per cambiare in peggio: e fa eterno il sistema. Il ritorno al voto, invece, è la brace che potrebbe svaporare sia il centrodestra che il centrosinistra. Governo di scopo. Mi sembra già di ascoltare le allarmate esortazioni delle prossime ore del Capo dello Stato, richiamandosi all’ormai famosissimo “senso di responsabilità” dei partiti e dei rispettivi organi dirigenti. Governo di scopo. Un Governo di scopo che avrà come esclusivo, effettivo compito, quello di rianimare i due sconfitti per eccellenza delle recentissime politiche: il Pd di Renzi (che senza Renzi si rianimerebbe da solo) ed il partito di Berlusconi. “Il tempo della propaganda è finito. Ora serve un atto di responsabilità di tutti”, “noi siamo pronti a supportare l’azione del presidente della Repubblica”: ci faceva sapere appunto ieri sul Corriere Maurizio Martina. Un governo di scopo, insomma. Un governo che non avrà altro scopo che lo scopo. Lo scopo di rianimare quelli che ci fanno sapere che da mesi (per non dire anni) stanno lavorando alacremente “per il bene del paese”. Ovvero il micragnoso tornaconto dei cosiddetti moderati sempre pronti, per sopravvivere, a sacrificare la propria gente. Quelle élite culturali e politiche che oggi vivono in un mondo che non esiste: che non incontrano mai le persone reali, non affrontano i loro problemi. Una volta chi governava faceva, come si diceva un tempo, massa critica, i leader stavano in mezzo alla gente. Ora tutti vivono in un mondo ovattato. Giudicano tutto attraverso la lente distorta dei social. La ghenga dei soliti furbi – i soliti vecchi, i soliti squali – che fremono per far tornare in ruolo sia Berlusconi che Renzi. Come Berlusconi, Renzi, infatti, è considerato, in automatico, indispensabile. Figurarsi se può mai spaventarsi, uno come Matteuccio, del risultato del 4 marzo avendo dalla sua parte le ambasciate che contano, e poi sì, anche Silvio che nel senatore semplice di Scandicci, trova il suo vero erede. È risaputo, infatti, che la fissazione di Berlusconi è Matteo Renzi e la fissazione di Matteo Renzi è Berlusconi. Che fa il gioco suo. Pronto – dicono i retroscena – a far “responsabili” ben 50 parlamentari in vista del governo istituzionale. Un gioco suo e della ghenga: soliti vecchi, tutti squali. Un gioco con un solo schema. Quello di fare l’ammucchiata col Pd e così arrivare alla resurrezione di Matteo Renzi. Che continuerà a fare quello che vuole, mentre il resto del partito continuerà a fare quello che vuole Renzi. Perchè non è Salvini a tentare l’opa su Forza Italia. La vera scalata al partito di Silvio Berlusconi la vuole fare, l’altro Matteo: Renzi. Vero erede del Cavaliere, il Rottamatore col suo Giglio Magico, è quello che più di ogni altro mira all’abigeato sull’elettorato azzurro. E gli “oppositori interni”, azzerbinati e silenti, sotto la guida di questo fenomeno, si scioglieranno come neve al sole. Tutto il resto è Nazareno. Ecco lo scopo del governo di scopo che non avrà altro scopo che lo scopo. Ma che cosa faccia e a che cosa servirà questo governo di scopo è tutto un altro discorso. Di sicuro, oltre a quanto sopra, servirà ad ubbidire ai pesantissimi diktat di Bruxelles e ai ricatti finanziari che già vengono lanciati. Ossia occhio che se pensate di ribellarvi ricomincia il balletto dello spread.

Governo M5S-Pd: mentre il medico studia, l’ammalato muore

Non so se succeda anche a voi, ma a me questo dibattito sul governo comincia a dare sui nervi. Un fastidio ancor più forte se penso a tutti i problemi che ha l’Italia. Una commedia che altro non è che la cifra stilistica dell’anima della politica di questo Paese. La recita la sua ragion pratica. Una recita collettiva. Corale. Viviamo tutti una rappresentazione in senso teatrale, una messinscena. Il Paese messo in scena. E i cittadini-elettori concorrono allo spettacolo. In due mesi, una dopo l’altra, la politica ha consumato sul palcoscenico tutte le fasi politiche che avrebbero potuto produrre effetti reali: abbiamo avuto la recita del governo dei vincitori, la recita dell’Aventino dei perdenti, e altre gustose parodie; qualcuno le ha applaudite per un po’, se ne è annoiato ed è passato oltre, con l’illusione consensuale di averle vissute davvero. Cittadini-elettori populisti qualunquisti che non hanno capito che, prima di qualsivoglia decisione, dovevano attendere la comparsata di Renzi da Fazio e l’attesa direzione del Pd. Che pure essendo molto attesa, peraltro, era meno attesa del ponte del Primo Maggio, evidentemente. È tutto così ridicolo. Si diceva un tempo che mentre il medico studia, l’ammalato muore. Ma mentre il medico studia e si alambicca nella farmacopea parlamentare, mentre gli elementi reagiscono, spesso buffamente, quando li si accosta l’uno all’altro, l’Italia non può permettersi di cincischiare compulsando ferocemente la lista dei sondaggi. L’attuale situazione politica non è più tale da potersi affrontare con un governicchio, in deroga, che non gode del favore degli elettori. I partiti non possono nemmeno delegare le responsabilità loro alle burocrazie di Stato o a quelle internazionali, altrimenti dimostrerebbero tutta la loro inconsistenza. Il momento è serio perché c’è un Paese sfibrato, diviso e arrabbiato che tra l’altro si avvia a perdere centralità internazionale. C’è una ripresa che frena e la povertà che avanza. Ci sono neolaureati che dappertutto brindano alla disoccupazione con la corona d’alloro ancora in testa. C’è bisogno della politica, di chi si assuma la responsabilità di fare ciò per cui è stato eletto: altrimenti avrebbero (tutti) già fallito ancor prima di cominciare. Che il 4 marzo non avremmo avuto un governo lo sapevamo già, che sarebbero stati necessari giorni e settimane, pure. Quello che non sapevamo (o fingevamo di non sapere) era l’infantilismo fin troppo spudorato di questa politica. Tutti sapevamo che, grazie al Rosatellum, nessun partito avrebbe avuto la maggioranza per poter governare da solo. Lo sapevano tutti che sarebbe stato necessario venirsi incontro. Eppure – due mesi dopo – sembrano ancora tutti così sorpresi, incapaci di ipotizzare una soluzione che avrebbero già dovuto avere. Nessuna formazione è così forte da imporsi, democraticamente, alle altre. L’ipotesi di un accordo fra Pd e M5S continua ormai da giorni ad agitare partiti e militanti. Ed è proprio la base, inferocita e martellante, che colpisce durissimo e senza sosta la dirigenza di entrambi gli schieramenti – con il leader e l’autoreggente “rei” di aver anche solo immaginato di poter scendere a compromessi con l’odiata controparte – e, soprattutto, elettori avversarsi, colpevoli di essere di volta in volta “pidioti”, “grullini”, “mafiosi” o “analfabeti funzionali”. Un governo M5S-PD, insomma, e almeno a giudicare dai social, non lo vuole proprio nessuno. Sia chiaro, non è solo una questione di fretta, ma è anche una questione di rispetto: signori, siete pagati per dare un senso al Parlamento in cui sedete. In quale azienda tre impiegati in brutti rapporti bloccherebbero la produzione perché incapaci di parlarsi? Forse, di governare, non c’è nemmeno più la voglia. A questo punto meglio un Governo del Presidente, una nuova legge elettorale e le elezioni anticipate in autunno.

Un governo M5S-Lega? O un governo di salute pubblica?

Siamo entrati nella fase del relativismo assoluto della politica: il gioco delle parti, il paradosso come criterio di scelta e di comprensione, il rovesciamento continuo dei ruoli e degli scopi. Avremo un governo M5S-Lega? O invece un governo centrodestra-Pd? O una formazione M5S-Pd? O un governo di salute pubblica? Non so quanto possa appassionare gli italiani questa riffa, sarebbe bene, però, non tirare troppo la corda: considerare gli elettori come un semplice parco buoi non è consigliabile. C’è un limite a tutto. Se si supera il quale diviene concreto il rischio che nasca nell’opinione pubblica un movimento dirompente di rifiuto e di disprezzo per le istituzioni dagli esiti imprevedibili. Intanto il tempo passa e il Paese resta senza un timone (e forse è meglio così. Carpe diem, dicevano i latini). Da una parte il M5S, che cerca di rimanere coerente con sé stesso, chiudendo definitivamente a un Berlusconi ai titoli di coda. Un Berlusconi terrorizzato dall’eventualità che in maggioranza alla fine si ritrovi chi ha fatto della legalità una bandiera. Affetto da una sorta di cecità, che lo rende incapace di valutare e prendere coscienza del tempo che fu, e subirne senza reagire, le conseguenze. Dall’altra il soggetto che potrebbe dare una svolta a tutto questo, Matteo Salvini, impossibilitato (!!!) di dare una spallata definitiva ad un personaggio carismatico, ma scomodo. E un Matteo Renzi che, come qualcuno sussurra, pare sia pronto all’ennesimo colpo di teatro passando dal rifiuto a qualsiasi ipotesi di accordo con i Cinque Stelle a una clamorosa offerta di dialogo purché esso parta da un punto focale: Luigi Di Maio non sarà Presidente del Consiglio. Siamo entrati nella fase dove tutti possono allearsi con tutti e con nessuno. Tutti recitano a soggetto. Prigionieri di se stessi prima che della situazione. Una fase dove ciascuno può augurarsi a giorni alterni di accordarsi, di sottrarsi a ogni accordo, di stare fuori, dentro, sopra o sotto le intese, senza mai coincidere in modo definitivo. Le variabili sono infinite e impazzite. Un gioco di luci e ombre, comparse e scomparse, posizioni e fluttuazioni di quel grande palcoscenico che è la condizione umana, e nello specifico la politica italiana. In queste condizioni come si può solo pensare di rifare questo Paese che si sta solo disfacendo, che vive al buio da cieco in una notte oscura? Che vuoi cambiare con lo spettacolo che abbiamo avuto e abbiamo sotto gli occhi. Con una classe politica che da anni ormai vive in funzione del calcolo istantaneo della propria popolarità. Che senza coerenza, senza idee, senza valori è stata lo specchio del Paese che l’ha eletta. Questa è l’Italia di oggi. E non è un bello spettacolo. L’Italia che ha davanti a sé due strade: o una sorta di Gentiloni bis, un esecutivo di scopo che sarà solo un esecutore di quel che ci ordinano l’Europa, il Fondo monetario internazionale, la Bce, ecc… o un governo del cambiamento M5S-Lega, dal momento che come è arcinoto i numeri premiano queste due formazioni ma a nessuna delle due danno la forza necessaria per governare. Certo, dopo il 4 di marzo, le combinazioni possibili sono molte giocando con i numeri sul pallottoliere. Ma mi chiedo: è forse qualcosa del genere che l’elettorato ha chiesto con il suo voto? La volontà degli elettori non conta nulla? Che cosa c’è allora di più ovvio, di più ragionevole, di più democraticamente coerente, qualora nei prossimi giorni si certificasse l’impossibilità di unire M5S e Lega, del mandarle di nuovo di fronte al corpo elettorale perché tra le due ipotesi questo si pronunci in via definitiva? Solo votando si può sperare, almeno sperare, di decidere qualcosa. Lo consigliano i numeri, il loro significato, la situazione generale del Paese. E direi anche qualcos’altro: il buon senso.

Giornalismo e pericolo “populista”

Detesto i giornalisti faziosi. Quelli che non cantano mai fuori dal coro. Soprattutto dal gruppo di cantori oggi rappresentato dal renzusconismo. Quelli che ipotizzano, sentenziano, sacramentano, dottoreggiano: sacerdoti delle alchimie parlamentari. Ognuno fieramente barricato sulle proprie posizioni. Quelli che in queste ore piegano la realtà alla loro posizione politica, che selezionano i fatti in modo strumentale, che costruiscono racconti e analisi solo funzionali alle loro idee o alle loro posizioni, che esercitano lo spirito critico solo nel campo avversario e che usano semplicemente la professione come un altro strumento della battaglia politica che non hanno il coraggio di condurre direttamente. Detesto i giornalisti faziosi. Quelli preoccupati di far mantenere in vita un establishment e i suoi governi per i malaffari correnti. Più impegnati nell’esercizio di tutela dello status quo che nel dovere di informare. Impegnati con la passione di un entomologo che vuol dimostrare che tutti gli insetti a cominciare dai grilli, sono dannosi per l’uomo. Detesto i giornalisti faziosi. Un giornalismo che analizza il volto di Di Maio. Ma sta fermo e silente davanti allo show imbarazzante e tragicomico di un vecchio satrapo, incapace di distinguere i suoi interessi dal bene del paese. Un giornalismo banale e generico. Opportunista per convenienza e incapace di scommettere su sé stesso e sulla sua forza, vincolato agli interessi spartitori. Facile fare analisi sul M5S, mettendo una toppa qua e una là, così tanto per scalfire il consenso per il M5S, confidando nel fatto che più si va in là più sarà facile che questo movimento si disgreghi o che perlomeno perda l’enorme forza propulsiva che lo ha portato a diventare in brevissimo tempo il partito più votato in Italia. Difficile farlo sul marciume italiano. Eppure basterebbe che scendesse dal piedistallo e camminasse fra la gente, per capire che le sue analisi cozzano con i giudizi dei più. Non lo fa perché è un giornalismo annebbiato da visioni di parte e scarsa lucidità d’analisi. E che oggi sorride pensando al partito che più di tutti se ne sta alla larga dal dibattito per il nuovo governo, il partito del “fate voi”, quello che – statene certi – uno stremato Mattarella chiamerà a giocare una determinante partita nella soluzione della crisi. C’è da essere fieri di non voler spartire le verità e la realtà di siffatto giornalismo. E bene fa il M5S ma anche la Lega a tenersi caro il loro sfavore, perché più si sta lontani dagli apologeti del regime e più si conquista il consenso della gente comune, ancora utile sia pure in vigenza di sistemi elettorali che incrementano distacco ostile dalle istituzioni e spezzano il patto di fiducia che dovrebbe legare cittadini, stato e organi di rappresentanza. L’ostilità e la censura del giornalismo fazioso, e quella della compagnia di giro dei talk-show e degli opinionisti sempre in fervente acquiescenza ai piedi dell’establishment nella veste di zelanti propagatori di dati manomessi, statistiche manipolate,  analisi taroccate, edificanti agiografi di cialtroni e delinquenti, è motivo di orgoglio.

Salvate il soldato Travaglio

Ci vuole un grande esercizio di fantasia per immaginare cosa accadrà nei prossimi giorni. Il M5S è disposto a fare un governo con Pd o con la Lega, purché non ci sia di mezzo Berlusconi. Berlusconi, e con lui la sua stretta cerchia degli interessati, ha un solo schema di gioco. Ed è quello di fare un governo che tenga insieme tutto il centrodestra più il Pd (e così arrivare pure alla resurrezione di Matteo Renzi). Sta scommettendo sulla pazienza e su tempi di gioco meno frenetici. Non ha alcuna intenzione di gettarsi con foga nella mischia. Lascia a Salvini (che evidentemente tiene per le p…) questo ruolo. Non è però fermo. Segue a distanza e intanto si prende quello che trova sul cammino: per esempio la presidenza del Senato. Sa benissimo che il tempo in politica è quasi tutto. È quel ramo del parlare e dell’agire umano in cui anche il più assertivo dei proclami dopo un po’ di tempo diventa serenamente il suo contrario. È la variabile che cambia gli scenari. Quello che oggi è possibile non è detto che domani lo sia ancora. Matteo Salvini – al contrario di Berlusconi – mette in scacco tutto il cucuzzaro del centrodestra su un punto: mai alleanze con il Giglio Magico renziano (e con quel che resta del Pd residente in Ztl). Piuttosto sì al M5S perché l’elettorato l’ha già data un’indicazione. Ed è quella di una occasione storica: dare finalmente un governo alla stragrande maggioranza degli italiani che certamente non si riconoscono in quel che resta del Pd (e che non possono permetterselo, visti i prezzi al mq ai Parioli). Il Pd (per adesso) dice che non vuole fare un governo con nessuno. Di Maio e Salvini fanno ogni giorno un passo in avanti, l’uno verso l’altro. Una maggioranza seppur risicata c’è, si intravede, è possibile. Si parlano, trattano, qualche volta si insultano, ma come due bravi vincitori si dichiarano pronti a fare il proprio dovere. In molti raccontano che non sono mai stati così vicini. Checché ne dica il soldato Travaglio, il blocco sociale che nel Mezzogiorno ha sostenuto il M5S e nel settentrione ha votato per la Lega è lo stesso: è il piccolo-borghese, moderato per struttura sociale, che finalmente trova qualcuno che lo capisce sui bisogni più urgenti. Destinare il M5S all’abbraccio col Pd significa inchiodarlo al sistema. E poi, come si può far passare in cavalleria Renzi e il suo Giglio Magico, gli scandali di quel partito, le fritture di pesce, ecc.. ecc… ecc…, tutto perdonato? Lega e M5S sono il famoso 51 per cento legittimato a governare. Manca solo l’abbraccio. Un accordo vero. Se lo fanno, durano a lungo, anche cinque anni. La vera partita, poi, eventualmente se la giochino dopo: nella prossima legislatura, perché nel frattempo succedono due cose (ben descritte da Buttafuoco qualche giorno fa): il sistema, messo momentaneamente al tappeto col voto del 4 marzo, non si rialza più e Silvio Berlusconi, nell’attesa, e vista l’età, esce di scena (e con lui la falange macedone stretta intorno a Matteo Renzi). Tutto facile, tutto semplice. Rimane ancora un piccolo ostacolo, un solo fattore, personale: chi mai farà il vice di chi?

Floriano Unesco

È il pezzo di pane che si è fatto uomo. Un pezzo di pane che anche in piena crisi morale e materiale vi parla ogni giorno di opportunità, di Unesco, del miglior territorio dell’universo. Floriano Unesco. Viva Floriano! Ora e sempre. Anzi, Viva Floriano San Floriano, Patrono e Protettore della Famiglia. La sua. Floriano è l’unico abitante della vostra comunità che nella depressione generale si diverte come un matto, felice di essere al centro, convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili. Il suo è il paese delle meraviglie, la fiera dei prodigi. Vi meritate Floriano. Anche se ora non vi piace sentirvelo dire, Floriano è quel che calza al vostro paese, non risolve i problemi ma li allevia, li aggira, li sposta. È il tipico personaggio vanterino, un po’ spaccone ma simpatico, anche se dopo otto anni di radiazione luminosa si è reso antipatico. Vi meritate Floriano. Un paese avvilito come il vostro adotti Floriano come apostolo e top model di una nuova filosofia di vita: il pagnottimismo. Non potreste trovare un altro che sia più̀ adatto a gestire una comunità ingovernabile come la vostra. E per farlo non ha messo in piedi un’arcigna e autorevole squadra ma una comitiva di giovanotte e giovanotti che per due terzi sono figuranti, sfiguranti, mezze figure e belle figurine. E che nel modo di comunicare si sono florianizizzati, e hanno imparato a memoria il kit del venditore politico col sorriso, prodotto dalla ditta Floriano Comunication. Vi meritate Floriano. Inutile, tra qualche mese, ripiegare sui suoi supplenti, locatari, controfigure per rifare combriccole senza lo showman. Sarebbe meglio lasciare a lui la palla fino a scadenza “naturale”, come vogliono ma non dicono molti suoi concittadini. Tenetelo a servizio, risparmiatevi altre pagliacciate su cloni-parodia. Avete presente che roba c’è in giro al posto di Florianuccio? Su, non fate i cattivoni su Facebook. Floriano è la gigantografia del paesano medio, è “la cossa” da quarant’anni. Dalla “cossa” Floriano ha scaricato l’aggiornamento, è la nuova app. È sveglio e furbo, sente l’odore del prestigio e lo sa inscenare, sa parlare altre lingue e nel dubbio si aiuta col braille, ha dimestichezza con tutti, fa il confidenziale. Sa vendere come i più̀ bravi piazzisti. È un egocentrico e conosce i suoi affini. È Narciso, piace e si piace. Non vi dico poi quando gli capita di tagliare un nastro. Cade in uno stato di trance euforica, tra l’apparizione della madonna e l’orgasmo puro. Si diverte come un bambino a cui fanno il solletico sotto le ascelle. Non odia e non ama la sua comunità. Se ne serve e basta in funzione del proprio Ego smisurato. E il suo ego è talmente vasto che basterebbe per sfamare tutti i poveri del mondo. Se lo incontrate per strada è capace di salutarvi con un “Ciao, come sto?”. Vi meritate Floriano. Prendetela come volete, come un insulto o un complimento, ma è una constatazione amichevole di verità̀. Floriano è quel che si addice al vostro paese. È una sorta di Maria Elena Boschi in salsa maschia. È fatto su misura per un paese disperato e incapace di intendere e di volere, che oscilla tra i piacioni e i dispiacioni. L’Appagato o lo Scontentato, non c’è scampo. Un romanzo interminabile di padri e di figli. Vi meritate Floriano. E se qualcuno da un po’ di tempo si lamenta (sui social), di che si lamenta? Non è quello che voleva, liberarsi dalle ideologie, dal politichese, dall’incompetenza al comando? In un paese in cui indossano tutti la stessa maglietta, che vi aspettavate? Non volevate un rigoroso curatore, un politico esperto e serio, un brillante prestigiatore? Uno che offre unguenti miracolosi a chi non crede più̀ a niente eccetto che a Babbo Natale. E a chi dice amare verità̀, preferite chi vi racconta frizzanti bugie, perché́ siete bambini e amate le favole, i film a lieto fine, gli asini che volano…

Il grande reality

Al Quirinale le consultazioni con i riti bizantini di una politica fuori dal tempo; attorno al Colle i partiti che sembrano su un grande reality. Una elegante sala d’intrattenimento grottesca alla Fantozzi. Breaking news! “Ecco! Ecco! Ci siamo! Vi interrompo brevemente, scusate, ma, la porta si sta aprendo…”. La narrazione delle consultazioni del presidente Mattarella segna, televisivamente parlando, nuovi orizzonti, più cartoonati. Qualcosa di isterico, di avventuroso, di genere fantafiction, qualcosa che c’è ma non c’è (o viceversa), che esiste ma è distante, come di un altro mondo che ci investe ma non ci riguarda, ci condiziona da remoto ma vive di logiche tutte sue e noi possiamo solo guardarlo, subirne i riflessi: appassionandoci, possibilmente. Fuori dal Colle tutto sembra un grande reality. I partiti, checché se ne dica all’esterno, non hanno alcun interesse a una fine ravvicinata della legislatura appena iniziata: per il Pd e Forza Italia la prosecuzione della legislatura è una questione di vita o di morte; la Lega potrebbe crescere, ma non tanto da ottenere una maggioranza autonoma che invece andrebbe, più probabilmente, al M5S. Stiamo assistendo a un processo involutivo, di infantilizzazione delle istituzioni e della politica che non lascia tranquilli: tutto pare trattato lungo le coordinate del reality, comunque del format parolaio e ripetitivo, di squisita apparenza, tutto indugia sui particolari secondari, la cravatta di Di Maio, gli sguardi scoccati con alleati e antagonisti, le trattative, le manovre sotterranee, gli inevitabili tradimenti, il minuetto tattico delle finte aperture e dei voltafaccia in contropiede, gli incontri riservati, le entrate e uscite dai ristoranti, e, naturalmente, le schermaglie via social. Post-elezioni mai così inafferrabili, ingestibili, e una campagna elettorale mai così sopra le righe, orfana di applicazioni tecniche, nella quale non si è parlato di lavoro, non si è mai accennato, neppure per sbaglio, a misure determinabili, alle coperture di spesa per i progetti più fantasiosi, al debito pubblico, ai conti pubblici e alle scadenze di bilancio, ai delicati scenari geopolitici, non si è proposta, da nessuna parte, l’ombra di un programma organico e coerente, si è discusso solo di alleanze, di presa del Palazzo, di percentuali, di segmenti elettorali da conquistare come mercati, di proiezioni e sondaggi. Per dirla con Flaiano: “Non capisco, e, siccome non capisco, non mi piace”. Il teatrino dei commentatori che interpretano con sagacia da indovini le mosse e contromosse dei vari leader politici può andare bene giusto per animare i talk show nell’attesa dell’avvio della legislatura; ma è piuttosto ovvio che, alla fine del tunnel delle procedure istituzionali e delle consultazioni, troveremo l’eterno ritorno delle larghe intese. Lega-FI-Pd sarà sciaguratamente la soluzione più logica e non scandalizzerà nessuno: né gli elettori di Salvini e Berlusconi; né quelli del Pd, che erano già disposti all’alleanza con FI. La maggioranza così realizzata sarebbe talmente ampia da poter superare le eventuali defezioni di alcuni singoli parlamentari che non si facessero convincere dai buoni argomenti che verranno messi in campo per giustificare l’operazione. Sembra un paradosso: il voto del 4 marzo ha premiato soprattutto le forze che si dichiaravano fieramente avverse alle larghe intese; i leader più acclamati sono quelli che con più decisione hanno pronunciato veti irremovibili contro questo e contro quello… e invece la legislatura si reggerà proprio su una grande coalizione, ancora più “grande” di quella precedente. Il risultato delle urne sembrava destinato a rivoluzionare il quadro politico, invece gli assetti di potere rimarranno più o meno gli stessi: molto rumore per nulla, si potrebbe dire.

Non mi avete fatto niente

Un tizio che prima del giugno 2009 nessuno sapeva chi fosse – oggi bravissimo a non imparare nulla dai propri (continui) errori e dalle proprie (infinite) sconfitte -, con apodittica sfrontatezza, si è riproposto agli elettori, come un boccone indigesto. È entrato in Parlamento con l’ambizione di governare ancora, nella fondata certezza che gl’italiani dimenticano. Adesso è isolato. Sta aspettando che qualcuno gli tenda la mano per tornare in gioco. L’unico suo alleato potrebbe essere il tempo. Se si va molto, ma molto, per le lunghe spera che arrivi qualcuno a pregarlo di lasciare l’ingrugnato esilio. È la sua disperata rivincita. Povero Matteo, isolato nel semplice ruolo di senatore della Repubblica (da 15mila euro al mese). L’idea (positiva) di un tavolo Lega-M5S ha aperto una strada alternativa al dovere stanare il fiorentino dal suo Aventino di rabbia e frustrazione. Non mi piace Matteo Renzi, come politico e ancor meno come persona. Chi non lo ricorda quando apparve al mondo politico nazionale, fuoriuscendo dalla platonica caverna della Leopolda. Suscitò simpatie dentro e fuori il Pd. È stato una pedina dei grossi poteri, una testa di legno: quanti avrebbero potuto fare quello che han concesso di fare al Bulletto di Rignano sull’Arno, ottenere tutto ciò senza particolari intoppi dal popolo. Non ci sono state proteste, scioperi, o auto distrutte, ma aziende svuotate, e/o fatte fallire o vendute all’estero. Ha lasciato sul terreno un campo di macerie. Si è impadronito del Pd e ha governato l’Italia con una politica economica improvvisata (per usare un eufemismo). In un triennio di governo ha saputo addossare sul groppone degl’italiani centocinquanta miliardi di debito pubblico, in più. Ha sfornato leggi che hanno letteralmente ridotto i compensi orari, distrutto un offerta lavorativa seria e minato, volutamente, i futuri ed inesistenti contributi pensionistici a causa di lavori instabili, saltuari e minimamente pagati! Alle europee prese di botto il quaranta per cento dei voti. S’illusero i votanti e s’illuse il votato. Ben presto l’illusione si voltò in disillusione, con Travaglio che spiegava: “Pensavamo che avrebbe spaccato il sistema, ma in realtà voleva rottamare solo chi non obbediva ai suoi ordini, e ha preservato e riciclato i vecchi poteri economici e finanziari all’interno del suo partito”. Dopo la grande vittoria, la sconfitta al referendum fu rovinosa, sebbene la percentuale fosse la stessa. “Facendo credo un gesto di coraggio, ma anche di dignità, io ho detto che, se perdo il referendum costituzionale, non è soltanto che vado a casa, ma smetto di far politica”, disse. Doveva aspettarselo. I pregi parvero via via difetti, fino a diventare la sua completa fisionomia vera e propria. Matteo Renzi mi ricorda alla perfezione quell’aforisma di Voltaire secondo cui “è un pregiudizio credere che le anguille guariscano dalla paralisi sol perché si agitano sempre”. Certo è che più si muove più s’affossa. Oggi appare un risolutore irrisolto. Pericoloso non solo per sé, pure per gli altri…

M5S-Lega: pochi mesi e poi si torni al voto

Come avevo immaginato in tempi non sospetti ed era anche abbastanza facile supporre non solo è difficile fare un governo, ma in realtà sembra che nessuno lo vuole fare davvero. Tutte le possibilità messe a nudo, analizzate, rivoltate prima delle urne e dopo il risultato delle medesime sembrano essere svanite nel nulla. Niente governo del centrodestra. Niente improbabili alleanze Berlusconi-Pd. Né accenni di Pd-M5S. Solo chiacchiere Lega-M5S. Come se vincitori e vinti fossero entrambi paralizzati. Bloccati dal fattore tempo. D’altronde il tempo in politica è quasi tutto. È la variabile che cambia gli scenari. Quello che oggi è impossibile non è detto che domani lo sia ancora. E viceversa. Insomma, sotto sotto si prende tempo, si tratta, e ognuno cerca di strappare il prezzo più soddisfacente. E il prezzo dipende dal tempo. La fretta non è il comandamento. L’elaborazione renziana del lutto post-4 marzo poi è straordinaria. Il Pd renziano vuole fare opposizione ma non ci dice a cosa. Forse intende passare i prossimi cinque anni a ridacchiare perché Fico viaggia sull’autobus e Di Maio faceva lo steward allo stadio. Beh – come ha scritto qualcuno -, tanto vale allora che si trasformi in un Rotary e la chiuda lì, per il bene di tutti. Chi oggi fa appelli per un accordo tra M5S e Pd, spera l’impossibile. Non può esserci accordo tra M5S e Pd, ancora pressoché interamente renziano: sono due mondi inconciliabili. E se il resto del Pd smania per salire sul carro pentastellato, per farlo deve liquidare i renziani. Fino ad allora resterà lì a gettare messaggi in bottiglia nel mare. In tutto questo, la nota positiva è che dopo giorni e giorni di attente analisi e osservazioni, abbiamo finalmente chiara la finissima strategia politica di Matteo Renzi e dunque del Pd. Autoridursi alla marginalità e sperare che nel giro di qualche anno M5S e Lega sfascino il Paese. Un Paese che ha già guai grossi proprio perché il Bulletto di Rignano e il renzismo in questi anni hanno continuato a raccontarlo in modo approssimativo e quasi sempre in malafede. È chiaro che per Renzi il governo non è una necessità, l’opposizione non è un approdo scomodo o sgradito. Ha già scelto dove andare in futuro (Berlusconi?), ma lo dirà al momento opportuno. Ciò detto è evidente che, se un governo lo si vuole fare davvero, l’unica maggioranza possibile è M5S-Lega. Se non ci sono altre strade il centrodestra (senza Forza Italia?) dovrà trovare un’intesa con i Cinque Stelle. Non una grande coalizione alla tedesca, ma un contratto a breve termine per fare qualcosa di ben definito: la legge elettorale. Una relazione di pochi mesi e poi si torna a votare.