C’erano una volta l’eletto e l’elettore

C’erano una volta l’eletto e l’elettore. Oggi, a quanto pare, è rimasto solo il primo. Siamo passati dai nominati in Parlamento… ai nominati in Parlamento. Un esercito di inquisiti, di parenti (figli, fratelli, mogli, nipoti, fidanzate) popolano le liste dei candidati alle prossime politiche. Mandrie di cavalli imbizzarriti affollano le praterie delle cronache, sollevando polveroni imbarazzanti di rimpianti, minacce, recriminazioni, desideri di vendette. Una vera lotta per la sopravvivenza, si direbbe. Liste che hanno creato e stanno creando scompiglio. Al punto che bisognerebbe chiamare Paolo Crepet, lo psichiatra, onnipresente in tv (strano non l’abbiano candidato), per effettuare una relazione sui comportamenti umani. E gli attacchi di panico che hanno preso gli esclusi dalle liste testimoniano l’apparente, irreversibile trasformazione della politica. Con il sistema attuale infatti nessun miglioramento è possibile. La scientifica distruzione dei partiti ci ha portato ad allontanarci dal contatto personale, intimo e rivelatore del carattere, di chi dovrebbe rappresentarci ed è così che trovi siciliani candidati in veneto e viceversa. Maria Elena Boschi, da citare come icona, non solo si rifugia nel collegio di Bolzano, ma si copre le spalle con una batteria di salvacondotti, vale a dire i listini proporzionali dalle Alpi alla Sicilia. Capite? È come andare alle Olimpiadi con la certezza matematica della medaglia. I partiti, d’altro canto, non fanno alcunché per favorire questo tipo di incontro perché hanno interesse a muovere le loro pedine nel modo che ritengono più conveniente ed è per questo che crollano quando gli elettori si accorgono di essere solo degli utili idioti. Ovviamente inevitabili le ripercussioni ai livelli locali. I “territori” resteranno lì, spettatori costretti all’ininfluenza. Quando un tempo il “territorio”, questo luogo diventato oggetto sconosciuto ma continuamente evocato, erano le persone che i militanti incontravano ogni giorno, a cui si rivolgevano con spirito di servizio e di missionariato ideologico. A questo punto c’è da chiedersi perché mai dovremmo avere una classe politica diversa da quella che abbiamo. Quando sono pochi gli italiani che veramente vogliono un Paese differente. Quando molti candidati altro non sono che una retroguardia dello spirito degli italiani. Ma che cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo? Si domandava Ernesto Galli della Loggia qualche giorno fa. Se le uniche parole che rimbalzano sono, uninominale, proporzionale, paracadute e collegio sicuro: una gara a chi compiace di più la plebe, a chi le spara più grosse e le promette più larghe. Dopo anni di “rottamazione”, “primarie”, “stop ai nominati” e chi più ne ha più ne metta, l’unica certezza è che il cinque marzo ci troveremo di nuovo un Parlamento preconfezionato dai leader di partito. La verità è una sola, hanno una paura fottuta di perdere potere, posizioni, privilegi, vantaggi, comodità e famigli a disposizione. Hanno paura che qualcuno finalmente tolga il coperchio della pentola. Hanno paura che qualcuno vada davvero a ficcare il naso sui conti veri. Hanno paura che qualcuno vada a scavare nel perché di certe clientele, di certi incarichi pubblici, di certi stipendi e di certe inamovibilità di tanti personaggi. Hanno paura come mai nella loro storia perché sanno che la corda si sta spezzando, che hanno superato i limiti della pazienza, che la gente non abbocca più e non ne può più.

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