L’ottantena

Dobbiamo restare a casa. Dobbiamo essere ottimisti. Dobbiamo essere mansueti. Le parole pandemia, coronavirus e covid-19 sono ripetute migliaia e migliaia di volte, come se dovessero radicarsi nell’inconscio collettivo. Un fulminante incipit di uno di quei romanzi storici o distopici che danno forma alle nostre paure primordiali. L’epidemia, la morte per contagio. Lo spazio intorno a noi che credevamo salvato e sicuro e improvvisamente si fa ostile. Invalicabile. “State a casa” (ma non troppo). “Stare a casa” è una doverosa scelta assunta dalla politica in vista del minor danno per tutti, ma viene assunta perché né la medicina né la politica hanno saputo offrire una benché minima risposta alternativa. “Stai in casa”, ti dicono, guarda la tivù. E noi si obbedisce. Accoccolati in poltrona, davanti la tivù. Sbalorditi di fronte alle immagini di patrioti da balcone e da divano. Fra bandiere sventolate e parole dette e scritte come lockdown, droplet, smart working, clickday (mai sentite prima d’ora), e streaming, jogging, runner, rider (mai sentite in tale misura). Mai visti tanti tricolori, mai sentito tanto inglese. Al di là degli aspetti pittoreschi, non si può obbligare troppo a lungo la gente in casa. Ci sono problemi psicologici di cui bisogna tener conto. Non siamo in Cina. Quello è un regime. Un altro modo di pensare. Ci vogliono messaggi chiari. Non possiamo dare quaranta deadline due volte al giorno: una volta la riapertura dovrebbe essere a Pasqua, poi dopo Pasqua, e poi ancora dopo il primo maggio. La verità è: nessuno può realisticamente dire cosa accadrà. Predizioni su curve, picchi e numerologia varia, collegati ai numeri ogni sera vengono snocciolati in tv. Quante le persone contagiate? C’è chi il test non lo fa. Tamponi, vittime, guariti: l’importanza del criterio con cui si contano. Vedere poi il capo della Protezione civile che l’altra giorno con un certo rigorismo calvinistico-sadico annuncia che staremo in quarantena anche il primo maggio, o sentire (chi li ascolta, veramente, ancora?) l’assembramento dei virologhi da salotto tv (proiettati alla ribalta dall’epidemia) che discettano ancora su mascherina sì mascherina no, senza avere la benché minima idea di come curare i malati se non attaccandoli all’ossigeno. Ogni giorno siamo in affannosa ricerca di informazioni. Quando finirà il contagio? Quando potremo tornare alla normalità? Quando non avremo più paura? Sono domande che ci ripetiamo quotidianamente, e a cui non sappiamo dare risposta. La sete di informazione non trova soddisfazione, e allora spesso ci si affida a informazioni inattendibili. C’è un solo modo per dare risposta alle tante domande sulla più grande emergenza sanitaria del dopoguerra: ammettere che sappiamo molto, troppo poco sull’evoluzione della pandemia in Italia. Abbiamo accettato responsabilmente la quarantena, pur nutrendo qualche dubbio e facendo fatica a mettere insieme le domande con le risposte. Ma ci è stato detto che questa era la cosa da fare, così la stiamo facendo. C’è gente che spera di uscire presto. Ne usciremo migliori, peggiori. Tutto, purché se ne esca. Ci stiamo stancando.  Mi sto stancando. Stamattina, sfidando il contagio per recarmi all’edicola, ho studiato un po’ i rari passanti: il salvacondotto di immediato impatto visivo è il guinzaglio del cane, o la busta della spesa da supermercato. Nella strada vuota di persone, vuota di auto (a proposito, le prestazioni della mia auto sono di molto migliorate. Adesso con venti euro ci faccio un mese), mi sono fermato a guardare la bacheca comunale: solo manifesti mortuari, nient’altro. Sembravano di un decennio fa. Rientri a casa, accendi la tv e ti accorgi che anche la programmazione è invecchiata precocemente. Lo vedi negli spot che passano in tv, e capisci che tanti altri spot sono finiti in un cassetto, dagli aperitivi in gruppo del Campari, dal sorriso smagliante al rossetto dietro la mascherina e alle città vuote della Barilla, evidentemente i creativi si staranno organizzando. I talk show, ormai quasi tutti via Skype, vivono una loro stagione fortunata, ma in maggior parte recitano tutti lo stesso copione e indulgono all’antico riflesso condizionato del confronto tra destra e sinistra, tra esperto ed esperto, tra il pro e il contro. La quarantena si appresta a trasformarsi in un’ottantena. Non si vede la luce, non sappiamo quando, come e perché riprenderemo la routine di un mese e mezzo fa. Stiamo vivendo una sorta di sperimentazione di massa all’interno di quattro mura domestiche. Senza alcuna valvola di sfogo. La frustrazione di stare chiusi in casa per molti si sta già trasformando in rabbia. Non ci sentiamo rassicurati. La paura del futuro (economico e sociale) dilata i problemi non li restringe. Pensare di tranquillizzarci perché ci danno 600 euro è trattarci da imbecilli. Uno sta in casa, in più con l’idea che il bar non si sa quando aprirà, la pizzeria non sa se e quando alzerà o meno la saracinesca, e poi l’estate, il sogno di tutti, me la sono giocata, o no? Adesso la domanda da farsi è la seguente: tutto chiuso quanto duriamo? Quale rischio possiamo correre, e come, e quando? Gli esperti sono utili, ma non c’è scienza esatta davanti al nuovo. Dicono che saremo a rischio zero solo quando arriverà un vaccino. Addio Pasquetta, quindi, e anche Primo Maggio. C’è da sperare qualche bagno, ben distanziati e con mascherina, ma non quella con il boccaglio.

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